Cesare Cremonini Alaska Baby
Dischi Pop Rock

Cesare Cremonini ha fatto un album normale

Come ho detto spesso, Cesare Cremonini è come Roberto Baggio, un fuoriclasse a parte, che in ogni momento può tirare fuori dal cilindro il numero che ricorderai per la vita. Come accada non si sa, i talenti sono imprevedibili come i capricci degli dèi. Ha il dono raro di unire tutte le tifoserie, anche quelle indie, e finisci anche tu a cantare in coro insieme a tutti gli italiani nello sport inventato dagli inglesi. Se per assurdo la sua canzone più famosa non nominasse Baggio – servendo così il paragone su un piatto d’argento – probabilmente avrei fatto ugualmente questa associazione mentale. Il suo nuovo album, diversamente da altre prodezze, sembra una di quelle partite in cui il campione non ingrana, non trova la giocata che svolta il match. Arriverà alla fine il lampo di genio, il grande gol, oppure finirà zero a zero? Ora lo vedremo, sfilandoci con grazia dalla metafora calcistica, per parlare di musica, che è il calcio delle arti.

Due anni dopo La ragazza del futuro (album bellissimo che secondo me era più bellissimo di quasi tutti gli altri) Cesare Cremonini pubblica Alaska Baby, il suo ottavo da solista, il nono se consideriamo anche Squerez? con i Lunapop. L’ispirazione per le canzoni parte dagli States, in particolare da un viaggio “da Antigua fino al Circolo Polare Artico nel cuore dell’Alaska”, come scritto nella presentazione del disco. La prima omonima canzone dell’album, pur con arrangiamenti molto brit, snocciola riferimenti alla cultura americana. È la sua cartolina dagli USA indirizzata Bologna, Italy.

È un album con molti featuring, in controtendenza rispetto a venticinque anni di carriera in cui aveva quasi sempre cantato da solo. Per me che lo ascolto da sempre (Lunapop compresi) è davvero strano sentirlo cantare insieme a qualcun altro. Non sono un grande fan delle collaborazioni, secondo me una canzone senza featuring è sempre più bella della stessa canzone ma con featuring. Comunque ci sono delle eccezioni: in Aurore Boreali con Elisa l’alternanza delle voci ha senso e la canzone ha una sua personalità. Elisa è anche tra gli autori di Un’alba rosa, che secondo me è tra le più belle dell’album, e il cui testo usa l’espediente già riuscito bene in Le parole fanno male di rendere le parole protagoniste della canzone. 

Altro ospite è Luca Carboni, monumento della bolognesità cantautoriale. Prima di ascoltare San Luca pensavo sottointeso che il santo della canzone fosse lui. In realtà San Luca è una basilica che si trova sui “colli bolognesi”, in cui il Cremonini del 2024 va a correre, diversamente dal 1999 quando ci andava in Vespa Special. È una canzone sul vivere un momento di difficoltà, cosa che ci può stare se contiamo che Carboni ha dovuto recentemente affrontare guai di salute, che fortunatamente sta superando. 

E poi tra gli ospiti c’è un inaspettato Mike Garson, che ha suonato per anni con David Bowie: è il pianista che ha suonato l’assolo di pianoforte della canzone Aladdin Sane, momento più magnetico del pezzo e forse anche dell’omonimo album del 1973. In Dark Room il suo intervento è meno d’avanguardia, più classico, armonizzandosi allo slancio artistico di Cremonini che più che l’art rock del Duca Bianco va più verso il pop cosmico degli attuali Coldplay. La rassegna degli ospiti si chiude con i Meduza (trio dei producer Simone Giani, Luca De Gregorio e Mattia Vitale) che collaborano in Il mio cuore è già tuo, canzone molto plastica con rime che insistono intorno alla parola “sicuro” e non invogliano a riascoltarla. 

Per la produzione dei brani continua a lavorare con Alessandro De Crescenzo e Alessandro Magnanini, con una novità: in diversi brani c’è la collaborazione con Alessio Natalizia, ovvero Not Waving, che ha prodotto l’album di Cosmo Sulle ali del cavallo bianco, e ora collabora con Cremonini per un album che continua ad avere un’identità molto elettronica, tendenza che il bolognese ha sviluppato più o meno negli ultimi dieci anni, da Logico in poi. Tra le canzoni con la supervisione sonora di Natalizia c’è il singolo Ora che non ho più te, il cui testo mi ricorda alcune trovate dei TheGiornalisti di Completamente sold out, quando Tommaso Paradiso correva in macchina alle due di notte “come un pazzo che ti vuole”.

Le canzoni sono composte quasi sempre insieme a Davide Petrella, che lo stesso Cremonini scoprì per primo e lanciò come autore. Se torniamo per un attimo nella metafora in cui Cremonini è il fantasista, allora Petrella è il bomber, visto che negli ultimi anni ha messo a segno una serie impressionante di hit per i cantanti più disparati, scrivendo per Emma, Elisa, Fabri Fibra e tanti altri. Tra i pezzi “petrelliani”, Limoni si fa ricordare per la leggerezza estiva. Acrobati invece è opposta: solenne ed esistenziale, un po’ troppo. L’orecchiabilissima Streaming si conclude con “il mondo gira senza un perché”, forse una citazione di “the world’s still spinnin’ ‘round, we don’t know why” di Champagne Supernova degli Oasis? In questi casi spero sempre di sì 😉

Altri pezzi invece ricordano il Cremonini ragazzo, pianoforte sulla spalla, diviso tra i cantautori italiani e gli evergreen inglesi. Una poesia è una delicata ballata con arrangiamenti barocchi. Ragazze facili è pura malinconia d’amore alla Cremonini, che sembra quasi trovare la scia di capolavori come Marmellata #25, Sei e ventisei, Nessuno vuole essere Robin. Lo senti, appena inizia la canzone, che sta per acchiappare il polline dell’ispirazione che fluttua magica nell’aria. Ma accidenti, stavolta lo manca, tende l’arco ma non centra il bersaglio, scocca la scintilla ma non scatta la fiamma. È un buon pezzo, tutto qui. 

In generale tutto l’album è così, Alaska Baby è fatto più che altro da pezzi normali. Tutti ne stanno parlando con lodi sperticate, e sono contento perché ci sta, gioca comunque in un altro campionato rispetto all’insapore pop nostrano. Chi conosce gli altri dischi, però, può sentire la mancanza di idee impensabili come la ricercatezza sofisticata degli arrangiamenti alla Poetica o l’eleganza antica di suite alla Figlio di un re. Mancano le irresistibili sbruffonate da prenderlo a schiaffi alla “chi sei? Amore buongiorno”. Mancano le immagini immortali di noi fenomeni dell’amore “tutti col numero 10 sulla schiena e poi sbagliamo i rigori”. Tornando in metafora calcistica, manca la giocata imprevedibile alla Cremonini che lo ha reso un ragazzo d’oro amato dai grandi stadi italiani. Il gol alla fine non è arrivato, pazienza, non tutte le prestazioni possono essere esaltanti. Rimango comunque tifoso e tornerò alla prossima partita.

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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