Una disperazione latente mi scava dentro e non riesco a esprimerla. Sento l’umanità andare verso un baratro, ma non so né quando né come sarà coinvolta la parte di mondo che abito. Le guerre sono diventate la normalità, sia la guerra “semplice” in cui siamo un po’ tutti d’accordo nella condanna dell’aggressione russa, sia la guerra più “complicata” che riguarda lo sterminio condotto da Israele in Palestina, per la quale ti raccontano che è una reazione giustificata al “7 ottobre” e magari stanno un po’ calcando la mano ma comunque hanno ragione ad ammazzarli tutti, e se non sei d’accordo allora sei un “antisemita”. I nostri governanti sono ossequiosi verso i doveri da membri Nato, non potrebbero far altro. L’Italia costruisce campi di detenzione degli immigrati, gli USA costruiscono muri infiniti, le nazioni chiudono le frontiere. La povertà aumenta, l’ignoranza dilaga, le persone votano governanti populisti, ultraconservatori, fascisti. Le ragioni e i torti sono capovolti. Il povero tifa per il ricco. Lo sfruttato sostiene il suo sfruttatore. La rabbia cresce. Il pianeta è consumato, violentato. La polizia, come da prassi, manganella le teste che pensano col cervello, e prende ordini da quelle vuote. Ho dimenticato qualcosa?
La musica intanto procede normalmente: il nuovo album di questo, la reunion di quelli, il tour di quell’altro, una polemichetta ogni tanto. I trionfali dati di mamma Siae dicono che ogni anno sempre più persone vanno ai concerti, bene, “i ristoranti sono pieni”. A volte mi sembra che la nostra musica occidentale sia un mondo che viaggia parallelo alla realtà. Funge da rifugio dalle frustrazioni quotidiane, e questo va benissimo e meno male, ma è una funzione più che altro di evasione; raramente ci fa evolvere come persone e ci fa guardare più in là del nostro cellulare.
Tutta questa semplificazione personale – molto editata perché la versione originale che stavo per propinarvi era di quattro pagine – è per dire che l’album dei Primal Scream mi ha colpito al centro del bersaglio. Ha colmato una piccola parte di un grande vuoto. È un album impegnato, “politico” si dice in questi casi, cosa che per loro non è una novità. Ma sentire musica oggi che parla di guerra, totalitarismo, colonialismo, povertà, capitalismo, morte, beh, penso sia cosa molto più rara che una volta. Gli scozzesi lo fanno in una maniera che può apparire un po’ tirata con l’accetta, come il mio pistolotto d’introduzione, ma ogni canzone deve per sua natura semplificare, immaginare, colpire il bersaglio. È un ritorno che mai mi sarei aspettato da rocker sessantenni che ormai la loro partita nella musica rock l’hanno giocata, eppure sentono una forte connessione emotiva con la realtà. Mi domando se qualcuno della scena indie italiana farebbe un genere di album simile a questo:
Il mio primo approccio all’album si rivela un po’ perplesso, come spesso accade con quelli che va a finire che ti piacciono. Da un titolo come Come Ahead (“vieni avanti”, “fatti sotto”) mi aspetto rock’n’roll sbruffone con le linguacce, storiacce da pub, alcol e cazzotti. Non è così. Guardo la tracklist e vedo con preoccupazione che ci sono canzoni lunghissime, così lunghe che c’è bisogno di un ulteriore “disc 2” per inserire le versioni misericordiosamente editate: temo un mappazzone noiosissimo. Non è così. Clicco play e la prima cosa che sento è un coro gospel, e penso oh no, devono per forza replicare all’infinito la loro canzone famosa (Coming On Up). Non è neanche così.
Per quanto riguarda la parte musicale, hanno delegato molto a David Holmes, produttore del disco, che ha voluto dare una veste funk, soul, blaxploitation, che rende l’album una mezza novità nella discografia della band ma senza essere né avventuroso né sperimentale. Alle composizioni partecipa anche Andrew Innes che suona le chitarre e molte tastiere (di cui si occupava Martin Duffy fino al suo decesso nel 2022). In line up c’è sempre Simone Butler al basso e Darrin Mooney alla batteria.
Separatamente dalla musica, Bobby Gillespie ha scritto i testi. La prima canzone Ready To Go Home è sulla recente morte del padre, che è il ragazzaccio con gli occhiali scuri sulla copertina dell’album. In vita funzionario di un sindacato ed esponente del partito laburista, sarebbe stato soddisfatto del comizio che il figlio si appresta a declamare nel dodicesimo album pubblicato con la band?
Love Insurrection, primo singolo uscito, è il manifesto del disco: un inno all’amore come forza per reagire alla violenza, all’avidità, alle bandiere, all’ingiustizia sociale, all’oscurità che sta mandando il mondo in rovina. La parola è proprio insurrezione, non rivoluzione che ormai non vuol dire nulla, un po’ come resilienza. Che sorpresa, a fine canzone, trovare una parte in spoken world tutta in italiano: si tratta di un testo scritto da Gillespie e tradotto su idea di David Holmes (chissà come mai proprio in italiano) e recitato dalla musicista Anna Caragnano. L’effetto ha qualcosa di curioso ma anche di straniante, ma probabilmente solo per noi italiani.
Dicono che siamo impossibilisti
Sognatori romantici
Non ancora cresciuti
Le nostre richieste ingenue e stupide
Le nostre credenze una religione fallita
Ma come è certo che il sole domani sorgerà
Così faranno i figli del futuro contro ingiustizie, rabbia e crudeltà
L’animo umano non sarà mai sconfitto
Viva l’amore
No pasaràn
Altro singolo significativo dell’album è Deep Dark Waters, lungo flusso di coscienza che parla dell’assurdità della guerra, con riferimenti storici alla Seconda Guerra Mondiale e al Novecento. Gillespie è influenzato dagli scritti di Franco Bifo Berardi, intellettuale di sinistra (non so se si può dire, oggi suona come un insulto), con cui ha pubblicato recentemente l’EP Desert, un invito alla “diserzione” dei modelli democratici attuali – lavoro, famiglia, partecipazione, guerra e pace… – nell’estremo tentativo di far fallire l’attuale modello di società e fermare gli orrori del mondo. Una summa di posizioni molto discutibili e opinabili, se devo essere sincero. Mi viene da pensare che a tenere la penna di Gillespie possa esserci spesso la mano di Berardi. Certo è che, calati nella tradizione rock cui siamo abituati, anche i messaggi più provocatori vengono contestualizzati in maniera differente e assumono significati meno circoscritti e più generali.
Quelle di Come Ahead sono canzoni contro la guerra, canzoni di protesta, anzi “canti” di protesta. Innocent Money parla di povertà e dice che “il sogno irrealizzabile di Marx di una società senza classi è più lontano delle montagne di Marte”. False Flags è lo struggente racconto della vita di un soldato scozzese, dalla povertà di gioventù fino alle atrocità che la guerra l’ha portato a compiere. Settlers Blues è una lunga canzone sul colonialismo, che prende spunto dal Settecento in cui la Scozia è stata conquistata dall’Inghilterra, e fa da metafora all’atrocità del colonialismo così come è stato realizzato da varie nazioni in vari secoli fino a oggi. The Centre Cannot Hold, immagine scritta dal poeta Yeats nel 1919 appena finita la prima guerra mondiale, sta a significare che il mondo sta cedendo al caos e le forze che dovrebbero farlo rimanere in equilibrio stanno fallendo: questo è anche il tema della canzone che è uno dei singoli tratti dall’album.
Se è necessaria un’insurrezione d’amore, la canzone Love Ain’t Enough dice che l’amore non basta. Heal Yourself appare l’unica “canzone d’amore” propriamente detta in un disco dove sono pochi i pezzi dalle liriche più intime e meno sociali, come Melancholy Man che è il racconto dell’infelicità di un uomo. Circus Of Life racconta una vita spezzata dall’alcolismo, e mi sbaglierò, ma mi sembra che nell’ispirazione possa aleggiare l’ombra di Martin Duffy, morto precocemente dopo una vita segnata da questa dipendenza (Gillespie ha smentito e ha detto che ha scritto la canzone prima della sua morte).
La vena politica dei Primal Scream ritorna forte, con l’intenzione di descrivere il mondo reale di oggi, anche se lo fa con riferimenti storici che appartengono quasi sempre al passato. Non penso ci sia l’intenzione di rimanere sul vago: Bobby Gillespie si schiera apertamente sui temi del presente, si manifesta già da tempo pubblicamente critico sul genocidio di Gaza e appoggia la causa palestinese. Penso anzi che sia positivo che questo album non sia ancorato ai fatti specifici cui la mia (e nostra) disperazione latente assiste in questo pezzo di 2024: come vediamo le cose cambiano velocemente e l’attualità diventa vecchia in un attimo.
Se i Primal Scream volevano fare un album che resiste alla prova del tempo, che non decade come i personaggi politici e i fatti di guerra del qui e ora, e che può rimanere attuale e vivo anche tra dieci anni, allora potrebbero aver azzeccato e Come Ahead può diventare un pilastro della loro ultraquarantennale discografia. Impegnati, imperfetti, impossibilisti, pur nella sensazione del disastro imminente trasmettono con questo album un messaggio di speranza, autentico e positivo. Accolgo a braccia aperte il ritorno tutt’altro che innocuo di una band che amo, e che come nessun altro oggi dà alla propria musica un significato di “insurrezione d’amore”.
Su PolvereMag ho scritto di altri album britannici pubblicati quest’anno da The Jesus And Mary Chain, Fat Dog, The Cure. Dei Primal Scream avevo scritto a proposito di Todays 2022.
E poi ovviamente sono su Instagram 😉


Se non altro, data la loro età, un domani non potranno dire che l’hanno fatto perché erano giovani idealisti.
Gracias