brunori sas l'albero delle noci
Dischi Pop Rock

Brunori Sas, l’amore, la rigenerazione, il cellulare

Mi sono avvicinato al nuovo album di Brunori Sas incuriosito, paradossalmente, dall’insoddisfazione che ho provato ascoltandolo a Sanremo. Un pezzo inattaccabile, L’albero delle noci, su un tema inattaccabile, il diventare genitore, amato e votato da una quantità enorme di italiani (tanto che nella prima parte della finale si trovava in testa, a quanto dicono i dati). Un successo a livello oggettivo, eppure in quel momento mi sono sentito lontano da un artista che negli anni ho seguito molto, non solo perché banalmente stava cantando sensazioni che anagraficamente non ho mai provato, ma perché nel pezzo c’era qualcosa che istintivamente mi allontanava. Molti hanno detto “è uguale a Rimmel di De Gregori” e posso capire l’analogia melodica, ma c’è qualcos’altro. Forse più una sensazione di artificiosità, “l’architettura e le proporzioni del mio cuore”, o la scrittura del cantautore che scrive dello scrivere canzoni, “scrivo canzoni d’amore alla ricerca di un porto sicuro”. O semplicemente perché è un pezzo più bello da vedere in tv, con il sorrisone di Brunori incorniciato sotto due occhi da eterno bambino, piuttosto che da ascoltare sulle playlist delle piattaforme dove anche skippare è un porto sicuro.

L’albero delle noci è la pianta che nella tradizione si pianta alla nascita di un figlio, e oltre a essere il titolo della canzone 3° posto a Sanremo 2025, è anche il titolo dell’album, il suo sesto. Un album prodotto con Riccardo Sinigallia, che oltre a essere un cantautore eccezionale è anche un produttore che ha firmato grandi dischi (La favola di Adamo ed Eva di Max Gazzè, La descrizione di un attimo dei Tiromancino, La fine dei vent’anni di Motta ecc…). Dai commenti che si reperiscono dagli artisti che lavorano con lui, Sinigallia è un produttore artistico che lavora non solo sui suoni e sugli arrangiamenti, ma anche sui testi, perfezionando verso per verso e parola per parola. Una rarità. Brunori ha scritto che ha affrontato questo lavoro mettendosi in discussione, “con il desiderio genuino di una rigenerazione”: non credo sia un caso che abbia usato la parola “rigenerazione”, titolo di una bellissima canzone di Sinigallia. Il tocco del musicista romano è evidente ma non invadente, talvolta nei larghi respiri delle ballate al piano, talvolta in certe tirate elettroniche di synth, e soprattutto in certe pennate ritmiche di chitarra alla Prima di andare via, magnifica canzone sanremese che non ebbe fortuna per cavilli di regolamento. 

“Non è nemmeno l’amore il punto della questione”, inizia la prima canzone Per non perdere noi, su una relazione che cerca di resistere stoicamente nonostante il logorio quotidiano, e sottintende che invece sì, è proprio l’amore il punto della questione, non solo di questo pezzo ma di tutto il disco. Sai che novità, si potrebbe pensare, è il tema più vecchio del mondo, ma dipende da quale punto di vista lo vedi. Il valore di questo album si gioca tutto su quanto la parola “amore”, che ricorre decine di volte, riesce a variare lo scenario in cui si muove. 

La ghigliottina racconta l’assenza dell’amore, nell’immaginario distorto del maschio etero bianco medio. L’amore è Più acqua che fuoco quando “la tensione erotica in una coppia di lunga data tende a scemare, è una cosa normale”. Luna nera sembra parlare di un incontro notturno con una “gatta di via Tiberina”, forse costretta a vendersi ora che è emigrata in Italia. Il morso di Tyson è una malinconica canzone d’addio che ricorda la vecchia Lei, lui, Firenze ma ambientata a Roma, fantasticando un ultimo colpo di scena come quando anni fa voleva “girare ancora un altro finale per noi che non ci amiamo più”. La vita com’è spiega “l’amore com’è”, ovvero come proprio non volevi, che finisce e non torna indietro… forse? 

È un album che riesce a buttarti dentro, anche se fai resistenza, come ho fatto io. Brunori ha alcune caratteristiche uniche in cui non è mai cambiato, e che riescono ancora a stringere l’emozione di chi amava i primi album e poi per qualche ragione non l’ha ascoltato più. Primo, sembra un artista di mezza età da sempre, che non dà mai la sensazione di invecchiare… semplicemente perché non l’abbiamo mai visto davvero giovane e scapigliato. Secondo, canta con la voce imperfetta di sempre, che non raggiunge mai un’intonazione e una dizione da manuale, e lo fa con un sorriso malinconico che non si piange addosso. Terzo, per quanto nel tempo abbia affinato il “mestiere”, lascia ancora qualche spazio all’imprevisto, al divertimento, al cazzeggio. 

Su dieci canzoni, ce ne sono ben tre registrate al cellulare, in maniera casalinga, quasi improvvisata. L’effetto è di inaspettata spontaneità. Una salutare anomalia rispetto ai comuni album iperprodotti, per di più da parte di un artista che anche prima di Sanremo era già abituato a fare alti ascolti e riempire i palazzetti. Tra questi pezzi casalinghi, Pomeriggi catastrofici è un amaro divertimento al pianoforte sulla vita tradizionale di famiglia, che ricorda l’ironia del primo album oppure del recente EP Cheap. E poi c’è Fin’ara luna arpeggiata alla chitarra e cantata tutta in calabrese per una donna che non c’è più. Vorrei dire una cosa che non vorrei dire: il lavoro con Sinigallia è fantastico, ma è anche bello ascoltare Brunori registrato al cellulare, così come viene, in tutta l’imperfezione ma anche immediatezza. 

Ascoltando il cellulare di Brunori ritorno a pensare alla canzone di Sanremo, e forse capisco cosa mi mancava nel suo confezionamento acconcio a un tema sacro come la paternità e a un cantautore maturo come lui. Forse speravo in una scintilla di spontaneità, di imprevisto, di leggerezza per squarciare la patina tradizionale, impostata, cantautorale (o cantautoriale con la i, scegliete quella che non preferite). E guarda un po’, alla fine dell’album arriva a sparigliare le carte Guardia giurata, esempio dell’arte in cui Brunori eccelle, partire da un dettaglio buffo per rappresentare tutto un mondo, per esempio lui che cerca di convincere la guardia giurata a farlo entrare in ospedale, che c’è la moglie che sta partorendo, e lo canta arrangiandosi un po’ al piano e a un certo punto si perde pure un pezzo, poi arriva dalla figlia e dalla moglie e sembra quasi commuoversi – e maledizione forse sta accadendo anche a te – e con una ditata maldestra spegne la registrazione, e svanisce di colpo il fruscio che solo ora ti accorgi che c’era, e ti rendi conto che con la canzone si conclude anche l’album, e… chi se lo aspettava che finiva così?

Brunori Sas sta per iniziare il tour e verrà anche dalle mie parti, a Inalpi Arena (Torino) il 22 marzo e al Flowers Festival (Collegno) il 1 luglio. Come sempre il calendario settimanale dei concerti torinesi è su Telegram.

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Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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3 commenti

  1. Il morso di Tyson mi sembra più (br)it pop anni 90: meglio de-degregorizzato.

    1. P.s. non c’entra niente, ho visto che hai scritto dell’album di Ela Minus, mi piace un sacco!

      1. Si, ormai preferisco la musica elettronica.

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