Debutta il nuovo festival torinese, che eredita il nome del precedente, e si svolge con nuova formula, nuova location, nuovi organizzatori, nuovo tutto. Da appassionati di musica abbiamo spaccato il capello in quattro a questo nuovo appuntamento; ora è il momento di vedere davvero com’è… ricomincio da ciò che scrivevo sul canale Telegram dei concerti a Torino, pochi giorni prima dell’inizio del “nuovo Todays Festival” organizzato al Parco della Confluenza.
Premessa: ho sempre seguito con passione Todays Festival a Spazio211 dalla prima all’ultima edizione del 2023. Il nuovo evento è qualcosa di completamente diverso. I paragoni hanno poco senso, ma a tutti i torinesi vengono naturali, per l’unica ragione che il nome rimane lo stesso. Se si chiamasse in un altro modo non ci sarebbero.
Vorrei parlare solo di musica, e nelle storie Instagram con cui ho cercato di raccontare l’evento ho parlato (e fatto parlare) solo di musica perché è la cosa che mi piace. Ma non avrebbe senso omettere che in questi giorni ci sono state polemiche e discussioni sui numeri, dunque corre l’obbligo di dire qualcosa anche su questo. Prima il dovere e poi il piacere!
Rock in un posto duro
Oltre al palco dei concerti, c’è stato il palco di Facebook, dove in tanti si sono esibiti. All’inizio le polemiche sono sempre interessanti, ma più continui a leggere più c’è qualcosa che ti avvelena, ti corrode il cervello. Ti accorgi che diversi commenti sono inesatti, approssimativi, parziali, faziosi, basati su verità tirate per i capelli o su opinioni fondate su nulla.
Un alone di negatività mi ha subito avvolto. Andando a vedere i concerti, la negatività si è di colpo dissolta: mi sembrava infinita e siderale la distanza tra me che mi immergevo nell’ascolto di bella musica, e quelli che erano a casa a digitare. La musica è liberatoria anche da questo tipo di cose.
In realtà posso capire che ci siano proteste: ci può stare, la gestione del bando da parte del Comune (qui avevo cercato di ricostruire le cose) è stata un grande pasticcio, tra ritardi, trascuratezza, superficialità. Io stesso non sono certo un santo, e più volte mi sono lasciato andare a parole di risentimento su questo tema.
È come nelle partite di calcio in cui l’arbitro prende decisioni confuse, contraddittorie, tardive: il clima in campo si scalda, i falli diventano più violenti, i tifosi si menano eccetera. Ci manca solo che arrivi il prefetto a sospendere le partite, così allo stadio non ci andiamo più, e ciao.
Quanta gente c’era a Todays Festival
Le persone vogliono sapere i numeri. Le persone misurano al millimetro ogni foto che vedono sui social pubblicata da quelli che c’erano, in modo da dire “vedi, avevo ragione, non c’era nessuno!” e sentirsi rinfrancati dalla loro decisione di non venire. Le persone vogliono essere sicure di partecipare a qualcosa a cui tutti partecipano, come riprova sociale di fare parte dell’evento molto richiesto. La quantità vale più della qualità.
Chi misura il valore di un concerto con la quantità di pubblico ha avuto da ridire. Sono state sottolineate le cinquecento persone per le serate più “scariche” (in particolare con Arlo Parks e Overmono). Il colpo d’occhio era di un’area concerti occupata solo tra il mixer e il palco. Per altre serate l’affluenza è stata di ben altro ordine di grandezza: con gli LCD Soundsystem la valutazione condivisa è tra i tremila e i quattromila, per i Massive Attack è stato dichiarato il sold out con ottomila persone. Eventi completamente diversi, area affollata, pubblico compatto, atmosfera alle stelle.
Per i dati ci si affida sempre a comunicati ufficiali, voci di corridoio, arrotondamenti per difetto o per eccesso, un po’ come succede con i dati dei sindacati vs. dati della questura. Il dibattito è sostanzialmente su “c’era gente vs. non c’era gente”, poi ognuno interpreta i numeri come vuole.
Ci sono stati “boicottaggi” espressi pubblicamente, non so se hanno spostato di molto il pubblico pagante (non credo). Ognuno ha i suoi motivi: danni economici, amicizie coinvolte, posizione di principio, convenienza di rapporti… dato il caos generato dal bando tardivo, si può capire un po’ tutto, ammesso che uno scelga liberamente con la sua testa e non si faccia condizionare da fattori esterni.
La musica, vivaddio!
Lo so che vi interessava solo leggere delle polemiche e dei numeri, ma io volevo parlare più che altro di musica, quindi ora lasciatemi sfogare un po’. Se volete annusare altro sangue ci si rivede ai paragrafi sulle mie opinioni e conclusioni finali.
Massive Jesus Soundsystem e gli altri headliner
Protagonisti di questa edizione sono stati Massive Attack e LCD Soundsystem. Benché la serata dei primi sia stata la più partecipata, credo che siano stati i secondi i più amati. James Murphy, salito sul palco dopo doccia post-partitella di tennis nel centro sportivo adiacente, ha preso in mano l’intero pubblico con la sua stazza importante e gli ellittici gesti di polso che ha solo lui – tipo quando uno gira il volante della macchina mentre sta facendo il parcheggio a regola d’arte che scatena gli applausi dei passeggeri. La strumentazione piena di percussioni di ogni genere (e musicisti di ogni genere) riempie al millimetro l’area del palco, quasi straborda dai 20 metri di lunghezza. La mirrorball in alto è elemento iconico dei loro set. Si balla dal primo all’ultimo minuto del concerto ma soprattutto dal primo all’ultimo minuto delle canzoni, che come è noto sono lunghissime, e insegnano la ricetta segreta dance di rendere una frase ritmica irresistibile per un periodo illimitato di tempo. Serata sfolgorante.

I Massive Attack portano il loro show in cui musica e video sono inscindibili. Ogni pezzo assume una dimensione multisensoriale con i visual incalzanti su politica, guerra, controllo delle masse, teorie del complotto, esperimenti sul cervello umano. Robert Del Naja appare vestito da deportato dei campi di concentramento, con fascia al braccio con la scritta “Palestine”. La band di Bristol porta un’opera artistica di profondo effetto, presentando il suo punto di vista sulla realtà, tra immagini devastanti sul genocidio di Gaza e momenti di amara ironia sulle teorie cospirazioniste. È il Matrix di un mondo già in declino irreversibile, che accende la suggestione di un’arena completamente piena. Ospiti Elizabeth Fraser (la voce di Teardrop e altre), Horace Andy (voce di Angel e altre), Young Fathers (combo rap tra le più in vista oggi), Deborah Miller (vocalist che interpreta i pezzi di Blue Lines). Alcuni hanno già visto questo show, per me è la prima volta: è comunque da vedere almeno una volta nella vita.
Mi sono scoperto ad ascoltare con molto piacere gli Overmono e il loro set elettronico in cui si suppone che io debba ballare, ma in questa location aperta e vasta mi sento libero di prenderla liberamente alla mia maniera, molto contemplativa, godendomi l’intreccio dei visual che hanno i cani come elemento guida. Arlo Parks, la giovane promessa inglese che si sta scrollando di dosso l’etichetta bedroom pop, ha il compito difficile di abbracciare una platea dispersa tra le pozzanghere della pioggia mattutina; riesce a farsi volere bene con autenticità, bravura, e una voce calda e black che tocca le corde di chi ha amato Skye dei Morcheeba. Headliner della serata gratuita è Jeremiah Fraites dei Lumineers, seduto al pianoforte e con l’aiuto di batteria e archi; esegue un concerto che sarebbe stato coinvolgente in un piccolo club, nel prato con persone e famiglie sedute (credo venute più per la serata gratis che per l’artista in sé) la situazione è un po’ dispersiva.
Sempre un piacere vedere i The Jesus And Mary Chain, di cui ricorrono i quarant’anni dalla loro formazione: un buon concerto (non figo come quello di aprile a Milano ma comunque bello) in cui i fratelli Reid si trovano in tranquillità e confidenza, contando su una solida band. Le casse degli amplificatori di William Reid sono tappezzate di scritte “Jesus”. In due pezzi Jim Reid duetta con la sua compagna Rachel. Tanti pezzi da Darklands, album straordinario, e da un po’ tutta la discografia. Nei giorni di hype per la reunion dei fratelli Gallagher, possiamo considerarli la versione scozzese anticipatoria, post-punk e pre-britpop.
Nuove (e vecchie) scoperte
Tra i protagonisti scoperti in queste serate c’è una buona quota africana: i Bab L’ Bluz, esplosione rock dal Marocco guidata dalla carismatica Yousra Mansour che suona guembri a doppio manico, e Jupiter & Okwess, sabba congolese posseduto da ritmi irreplicabili e irresistibili, che fa salire persone del pubblico sul palco regalando momenti di assoluta gioia e spontaneità. Anche se italiani, gli Addict Ameba scuotono il pubblico con sonorità vicine all’afrobeat e al funk. I C’mon Tigre invece fanno volare al di là dell’oceano, in Sudamerica, con ritmi esotici che pulsano tra riff e virtuosismi etno-jazz.
Bel concerto dei Nation Of Language, eleganza anni 80 ed elettronica retrò, che avevo visto pochi giorni prima a Ypsigrock. Yellow Days, crooner dei psichedelici, sfigura la voce con l’uso di mille effetti, giocando nel suo slacker soul. Gli/le English Teacher guidati da Lily Fontaine sono probabilmente la band inglese più attesa: è il nuovo nome di riferimento per chi ha amato i Black Country New Road e in generale il “post-punk al Conservatorio” fatto da musicisti dall’inesauribile creatività ma anche con un’approfondita preparazione musicale.
I Tangerine Dream non sono una nuova scoperta, al contrario, sono forse i più anziani nella line up. Benché i membri originari non ci sono più, la band ne replica lo stile cosmico e new age con voluminosi macchinari elettronici e visual ipnotici che mi imbambolano un po’ – non so se ho seguito di più la musica o i video, forse la seconda!
Italiani brava gente
Molti hanno criticato la scelta di Mahmood come headliner per una serata. Esperimento interessante, secondo me, che però funziona a metà: il plurivincitore di Sanremo ha un repertorio troppo pieno di canzoni tipicamente “italiane” che lo rendono simile a molti altri del giro pop. Molto meglio quando si spinge verso frontiere più elettroniche, anche tamarre, dove può far valere il fatto che è un bono d’Iddio e ha una gran voce. Per tre o quattro pezzi me lo posso immaginare come avant-pop da Club To Club, per molti altri dà l’impressione di girare al 10% delle sue possibilità.
Personaggio a sé è Khompa con la sua batteria congegnata in modo sia da suonare ritmi che modulare note e pattern elettronici. Senza basi, soltanto con sensori e pad studiati apposta, controlla in diretta contemporaneamente i suoni e i visual ideati da Akasha. Un piacere da scoprire per gli sperimentatori ma anche per i più nerd.
L’esibizione solitaria di Birthh e il concerto solido degli A Toys Orchestra ci riportano all’indie “originale” di qualche anno fa, più malinconico ma anche accattivante, con la libertà di sperimentare o anche cantare in inglese. In particolare è curioso vedere le persone assiepate davanti alla transenna, in attesa di Mahmood, muoversi e apprezzare gli A Toys Orchestra che sono agli antipodi dal loro idolo: in quel momento mi sono sentito un Nonno Indie che dice “vedi figliolo, questo è l’indie!” Bravissimi gli artisti torinesi che hanno aperto nei pomeriggi, con esibizioni sicure anche se davanti a un pubblico ancora ridotto: Giøve (promessa destinata al “nuovo” indie), Sasso (talento psichedelico con il bellissimo album Musica), Giulia’s Mother (duo dalle sonorità confidenziali che mira al cuore).
Fast Animals Slow Kids non sono molto la mia cosa, un classic rock positivo con valori come lo sbattersi, il crederci, il volete-fare-un-po’-di-casino? eccetera, trovo che abbiano abbassato un po’ la media, pur avendo sicuramente un pubblico molto affezionato. Gli Elephant Brain stanno seguendo le loro orme, spero che cambino strada.
Brucherò Nei Pascoli, rap bestemmie e pastorizia, sono la scheggia impazzita di questa programmazione. Che siano proprio loro quelli che domani diventeranno dei fenomeni?
Mie opinioni varie sul festival
In sostanza ho visto la prima edizione di un nuovo festival con focus sulla musica alternativa e qualche licenza sul mainstream, per attrarre il pubblico di nicchia indie ma anche aprirsi a quello di massa. Almeno due nomi internazionali ambiziosi hanno rappresentato la sostanza della programmazione. E poi, una selezione di artisti molto interessanti dall’estero, sia dall’Africa che dal mondo anglosassone. Infine, diversi italiani.
La location del Parco della Confluenza è molto grande (capienza ottomila persone), il palco anche, provvisto di ledwall ai due lati, e con un impianto audio eccellente. Credo che l’ambizione sia giocare nel campionato di festival di grandi proporzioni come gli IDays: per serate di grande affluenza come Massive Attack e LCD Soundsystem è la dimensione ideale, mentre per le serate di minor richiamo è troppo ampia. È una configurazione che strizza l’occhio all’ambizione nascosta di molti torinesi (e amministratori?) di tornare a respirare i fasti di Traffic. Torneremo alla golden age di vent’anni fa?

Ci sono state proteste di ambientalisti contro l’uso del Parco della Confluenza, che è adiacente a un’area naturale protetta. Mi affido alle valutazioni delle istituzioni competenti in materia.
L’osservazione concreta che posso fare è sui bicchieri di plastica rigida. Sarebbe importante inserire il meccanismo della restituzione della cauzione, come si fa in molti festival, che è l’unico che garantisce il riutilizzo della maggior parte dei bicchieri, evitando sprechi di plastica. Il bicchiere era compreso nel prezzo del drink, oppure in vendita a 2€ per chi vuole bere solo acqua dagli spillatori gratuiti, quindi non è esatto dire che “l’acqua è gratis”. Spero che si possa ovviare a questo tipo di anomalie – nessuno ha voglia di scriverle ma alcuni ne parlano – perché rischia di far serpeggiare un germe di sfiducia.
Sono state fatte osservazioni sull’impossibilità di portare i passeggini all’interno, spero che anche questo aspetto sia risolto per consentire alle famiglie di partecipare al completo, cosa che sarebbe stata ideale in particolare nella serata gratuita.
I prezzi dei biglietti sembrano in linea con quanto si paga per artisti di questo tipo.
Ho letto articoli in cui si dice che il prezzo della birra è troppo alto, cosa che ciclicamente si scrive perché strappa consensi, ma sull’alcol il venditore ha libertà di fare i prezzi che vuole (anche 7 o 8 euro come in questo caso). Il prezzo della birra è sempre troppo alto, ma poi la comprano tutti, quindi è davvero così alto?
In conclusione
Sospiro di sollievo: anche quest’estate abbiamo avuto a Torino una programmazione di concerti di alto livello, che gli organizzatori di Fondazione Reverse hanno realizzato in tempo record, mettendo in moto una macchina efficiente e rodata – pur in mezzo a polemiche di varia natura che ne hanno reso la strada più accidentata.
Le serate di Massive Attack e LCD Soundsystem sono state memorabili e verranno ricordate a lungo. Molte persone sono venute da tutta Italia e anche dall’estero. Soprattutto quella dei Massive Attack è stata un evento “collettivo” come nella città di Torino non si vedevano da molti anni.
Ci sono state altre serate meno partecipate, che hanno accontentato quelli che tifavano per la sconfitta e sono state carne da macello per gli algoritmi social; peccato perché hanno offerto ottime line up.
La nuova formula estesa a due settimane di durata, funziona? No, spero che gli amministratori rivedano completamente questa richiesta.
La nuova location funziona? Sì, se il concerto è di grosso richiamo, dell’ordine delle migliaia di persone. Per un pubblico di poche centinaia è troppo grande.
In generale, sono felice di essermi immerso in questa settimana intensa di concerti, condivisi con tante persone, dalle più entusiaste alle più esigenti, comunque piene di passione. Spero che la prossima estate avremo di nuovo il piacere di avere bella musica in città. Più passa il tempo, più mi accorgo (ci accorgiamo) di quanto non sia affatto scontato. A quanto pare è stato l’anno della “perdita dell’innocenza”, in cui abbiamo imparato come funzionano le decisioni pubbliche. È stato anche l’anno in cui abbiamo sperimentato qualcosa che ambisce a headliner di ampio richiamo, in un’epoca in cui i grandi nomi non passano quasi mai da Torino, e ce ne lamentiamo sempre, e rimuginiamo sul passato. Il presente ci sta mostrando un cambio di rotta?
La palla torna agli amministratori pubblici, che se avessero una visione chiara del futuro eviterebbero di rifare questi errori:
- Rifare un bando ogni anno e cambiare sempre organizzatore: al contrario, scelta una strada va percorsa quella, e non cambiata schizofrenicamente ogni volta.
- Perseverare con il nome Todays Festival: non ha senso usare il nome del festival ideato da Gianluca Gozzi per un evento completamente diverso.
- Decidere in ritardo: ad aprile non si sapeva ancora chi avrebbe organizzato il festival di agosto. Ma sarebbe assurdo anche aspettare gennaio.
Secondo voi quanti di questi saranno rifatti? 😉
Vi lascio con questa domanda da un milione di dollari, che peraltro potete facilmente vincere.
Come sempre, viva la musica e viva chi va a vederla!

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