ypsigrock
Live Report Pop Rock

Forse ho trovato il festival da sposare

Appena l’aereo tocca il suolo di Sicilia, e i passeggeri fanno l’applauso, e i bimbi si ammutoliscono, e il vicino si rimette le scarpe, e gli sportelli si sbloccano, e i cellulari ripartono alla ricerca di rete, iniziano i cinque giorni no-stop in cui mi calo completamente nel festival che da un paio d’anni mi fa volare – non solo nel senso aeronautico del termine – ovvero Ypsigrock

Perché mi sono innamorato di Ypsigrock? Perché vale lo stesso per migliaia di altre persone, da molto più tempo di me?

Proverò a dire il mio punto di vista, guarnendo come sempre questo personale live report con canzoni belle, foto brutte, parole precise, in modo da dare un assaggio a chi ha sempre sentito girare questo nome ma non l’ha ancora mai pronunciato – la prima volta che lo dici effettivamente non è semplice. Ma è già un segnale!  

Il festival

Ypsigrock è il festival che si svolge a Castelbuono, provincia di Palermo, per 4 giorni ad Agosto, organizzato dall’Associazione Culturale Glenn Gould. Esiste da 27 edizioni, longevità sorprendente: dura più di una band, di un locale, di un matrimonio oserei dire. 

È considerato il boutique-festival per eccellenza, ovvero un evento di dimensioni umane, con numero di presenze totali che rientra nelle diecimila persone, contraddistinto da una marcata personalità artistica. L’atmosfera del luogo e le connessioni tra i partecipanti diventano parte integrante dell’esperienza: un mondo democratico, dove non ci sono pit o divisioni tra il pubblico, ed è anche piuttosto facile per chiunque interfacciarsi con gli artisti.

È molto amato in Sicilia e al sud in generale, è mèta di diversi stranieri che vengono a vedere le loro band del cuore cogliendo l’occasione di visitare l’isola, ma forse ancora non pienamente conosciuto dagli appassionati del nord Italia. Che poi non è necessariamente un peccato: voglio molto bene a tutte le persone che sono abituato a incrociare ai concerti torinesi, ma ogni tanto è anche bello respirare aria diversa. Come diceva Dimartino? Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile.

Torino ti ho tradito, “dobbiamo parlare”, forse ho trovato il festival da sposare. 

La musica

Il “rock” incorporato nel nome del festival è la parola perfetta da incastonare nell’antico nome di Castelbuono (Ypsigro) ma è un concetto troppo vago per riassumere un genere di riferimento. Secondo me esiste comunque un “genere Ypsi” all’interno dell’universo indie passato/presente/futuro che la direzione artistica si dedica a selezionare. Il genere Ypsi dà spazio alle tendenze importanti in questo periodo storico, (tra cui il ritorno dello shoegaze, l’ondata post-punk, il sempreverde synth pop), e cerca contaminazioni con stili esterni e nuovi (elettronica, rap) che ormai è cosa sdoganata nei festival che guardano avanti. Non mancano alcune leggende del rock anni 90, ma il mainstream grosso, compresso e di rotazione pesante, praticamente non esiste.

La musica italiana è rappresentata in piccola parte, anche se – brutto da dire ma spesso è la verità – gli artisti italiani danno più sicurezza nell’affluenza. E se parliamo di “genere” intendendo maschi/femmine/altre identità, si tende a un buon equilibrio che è difficile riscontrare altrove.

Dal 1997, anno della prima edizione, mai un artista è stato chiamato due volte (se non in caso di progetti musicali differenti). Vige la regola Ypsi Once per cui ciascun nome si esibisce una volta sola. The National, Fontaines D.C., Flaming Lips, Slowdive, Editors, Mogwai, The Jesus And Mary Chain, Primal Scream, Spiritualized, hanno già suonato e non torneranno, purtroppo per noi, ma soprattutto per loro 😉

Il pubblico

Il pubblico – gli ypsini – è la grande forza del festival. È una comunità curiosa e attiva, che si prende cura in prima persona di un evento che è considerato patrimonio comune. In cinque minuti puoi conoscere chiunque. Puoi fidarti di tutti. Puoi stare bene insieme a persone che condividono una roba forte – la musica – che ogni giorno vivi con curiosità esigente, passione mai sazia, rispetto sacrale. Ti viene tanta voglia di essere parte di questa comunità, perché qualcosa di simile l’hai cercato tutta la vita. È bello Ypsigrock ed è bella la gente di Ypsigrock.

Attento, positivo, mai lamentoso, in cambio il pubblico è rispettato – oserei dire coccolato – e riconosciuto come interlocutore intelligente e informato. Non è trattato come una gallina da spennare, per esempio con token non rimborsabili o prezzi fuori controllo: il fatto che ci siano pochissime code dimostra che i sistemi di pagamento regolari sono sempre il metodo più pratico. Non è bello parlare di soldi, ma è giusto riconoscere anche questi meriti dato che è un festival che riceve finanziamenti pubblici solo in minima parte, e fa leva quasi esclusivamente sulle proprie forze e su quelle degli sponsor.

La fiducia, la lealtà, la qualità, credo che siano ricchezze grandi, non fanno bilancio ma fanno tornare le persone ogni anno praticamente a scatola chiusa.

Gli Ypsicologi

Mi riservo una parentesi personale e ringrazio il gruppo degli #ypsicologi, che mi ha ospitato nella casa che prenotano da diversi anni in occasione del festival. Un gruppo di amici che partecipa attivamente all’evento, che cerca di renderlo più bello e particolare con gag e flash mob che strappano molti sorrisi (e foto) al pubblico, e che soprattutto ha intenzione di preservare l’unicità e il valore di un appuntamento di cui c’è da andare giustamente orgogliosi.

Dietro le maschere di Colapesce e Dimartino che indossano in paese, sotto i cappelli da Babbo Natale che appaiono nell’ultima sera, e al di là delle trovate che ogni volta si inventano, ci sono appassionati che prendono Ypsi molto sul serio, perché la bella musica è una cosa seria. Frequentano il festival da molti anni e ne sono la memoria storica, a livello praticamente enciclopedico. Hanno creato il canale Telegram dove è bene iscriversi per sapere info utili ed entrare nel mood dell’evento. 

Un abbraccio a Jessica, Francesco, Christian, Umberto, Gregorio, Alessia, Davide, Riccardo, con cui ho condiviso caffè, colazioni, gin tonic, nduja, torte, viaggi in macchina in 6, glitter e bracciali luminosi – spesso e volentieri a orari completamente al di fuori dalla normalità. 

Il paese

Il resto della magia lo fa l’atmosfera di Castelbuono, borgo medievale raccolto intorno al maestoso Castello dei Ventimiglia, nel cui cortile si svolgono i concerti serali. Il paese è protagonista dell’esperienza al pari della musica. Per i quattro giorni del festival il centro diventa esclusivamente pedonale, un grande salotto dove le persone si ritrovano, si conoscono, intrecciano pezzi di vita. 

Castelbuono ti prende per la gola. La pasticceria Fiasconaro, rinomata produttrice di panettoni artigianali, è il punto di riferimento fisso per i golosi. Il Cykas è luogo del tradizionale aperitivo di benvenuto, e crocevia di ogni post-serata, insieme ai locali/bar come Don Jon, Talia, e molti altri. Il Giardino di Venere è il ristorante dove si animano i talk mattutini con operatori del mercato musicale (talk parlati tutti in inglese! È bello vivere nel Mondo) e dove la movida va avanti fino a sera. In ogni luogo si possono trovare pane e panelle, arancine, caciotte e già mi è tornata fame.

Una tradizione che molti non si perdono è di assistere ai soundcheck degli headliner, nel primo pomeriggio, visto che l’accesso alla piazza rimane libero. Di solito gli artisti accettano di buon grado la presenza di curiosi, e dopo si concedono per foto e autografi e chiacchiere. Più tardi, sul palco, oltre ai grazii millii di consuetudine, non c’è artista che non esprima il suo stupore per la bellezza del luogo: “è il posto più bello in cui abbiamo mai suonato” è la frase che ricorre spesso, così spesso che ormai non fa più notizia. Gli stessi artisti li vedi poi bighellonare tra le vie del borgo, lietissimi di poter fare vita normale in un luogo speciale. 

I concerti principali si svolgono ai piedi del Castello, illuminato scenograficamente dalle videoproiezioni di diversi visual artist. Quelli pomeridiani nell’ombreggiato Chiostro di San Francesco. E poi c’è la musica al campeggio, che merita un discorso a parte.

Il campeggio, raggiungibile con apposite navette o con passaggi in auto dati/ricevuti (a Ypsigrock uno strappo non si nega a nessuno), è dove si anima un importante pezzo di vita del festival, fatto soprattutto dai giovani che non dormono mai. La notte finisce spesso di mattina, giusto il tempo di un paio d’ore di sonno, per poi trovare i concerti pomeridiani nel Cuzzocrea Stage, scendere in paese per l’inizio del programma sui palchi principali, e ricominciare il giro.

L’edizione 2024

Evvai con la carrellata di impressioni musicali: la dimensione di festival porta sempre a confrontare artisti e band tra loro, anche quando non c’è ragione di metterli a paragone, ma è gradevole farlo per il puro piacere di scambiare impressioni con chi stai condividendo l’esperienza. Durante Ypsigrock ci siamo scambiati i gusti con tante persone (nel senso intellettuale, non prendetela come un’immagine letterale) qui invece andrò a un po’ a ruota libera – per non usare quell’espressione triviale che coincide con il famoso gruppo: a. c. d. c.

La serata inaugurale ha come protagonisti due artisti di casa, Colapesce & Dimartino, che hanno sempre frequentato il festival prima di tutto da fan. Gli allineamenti astrali fanno sì che si esibiscano nel momento top delle loro carriere. Colapesce infortunato a una gamba suona da seduto per buona parte del concerto. Il live è comunque notevole, con una band coi fiocchi: Enrico Gabrielli, Adele Altro, Nicolò Carnesi, Giordano Colombo, Alessandro Trabace. In 4 anni i due siciliani hanno messo su un repertorio zeppo di canzoni che il grande pubblico ama e che rimarranno nel tempo. Sembra che a breve torneranno alle proprie carriere soliste, in ogni caso in coppia hanno lasciato un segno indelebile nella musica italiana. Campioni.

Momento più emozionante per me è il concerto di Kae Tempest, che ogni volta mi gonfia il cuore di energia, speranza, amore cosmico. Guardo quello accanto a me, sta piangendo a dirotto. A fine serata aspetto che esca dal camerino, per dirgli quanto la sua musica (e un suo libro) è importante per me e – hey non me l’aspettavo! – vedo che molti altri hanno letto Connessioni e l’hanno portato per farselo autografare.

In cima alla lista dei miei nomi più attesi, un trittico anglosassone Stati Uniti/Australia/Gran Bretagna: Beach Fossils, Royel Otis, Jadu Heart. Si rivelano differenti dalle aspettative, a causa di suoni molto più “rock” di quelli dei rispettivi album. I primi due hanno un suono meno cristallino rispetto alle registrazioni, con livelli di voce in secondo piano, rendendo più difficile apprezzare la bellezza di certe melodie che rendono i loro pezzi memorabili. I terzi hanno la batteria che mena con un buon tiro ma toglie molta leggerezza ai brani. Certo è che tra i loro pezzi ci sono sicuramente gli inni di questa edizione, rispettivamente Don’t Fade Away, Oysters In My Pocket, I’m A Kid

Tra i concerti migliori, sicuramente quello dei bdrmm, i cui album forse non mi conquistano, ma la resa dal vivo è piena, potente, profonda. I Nation Of Language sono il synth pop del presente, elegante, agile ed essenziale, lui fascino intellettuale, lei completamente bellissima. Gli Explosions In The Sky sono la band storica in programma, che genera l’incanto post-rock del silenzio sonoro, sotto il cielo stellato di queste notti di San Lorenzo in cui i desideri si realizzano da sé*. 

Yin Yin irresistibili nelle loro cavalcate funky-disco-anni 70/80. Fat Dog e Model/Actriz sono i più efficaci a infiammare il cortile del castello calandosi tra il pubblico e spingendo al limite su ritmi techno ingrossati dagli strumenti rock. Ma sono i Chalk a travolgermi più di tutti con il loro urlo selvaggio che rimbomba in caverne industriali. Marta Del Grandi, fata del chiostro di San Francesco, è la cocca del pubblico indie che la guarda con occhi pieni di cuoricini.

Ogni giornata conta tra i sei e i sette live, tra le persone è un continuo dialogo a parlare degli artisti, quale è piaciuto di più o di meno, chi ha sorpreso e chi ha deluso, le scoperte e le conferme. Non sappiamo cosa deliberare per gli Egyptian Blue, un problema tecnico a una chitarra ne ha attenuato l’impatto che attinge a piene mani dall’ondata post-punk. Con i Tapir! troviamo una band di folk narrativo che decidiamo di centellinare lentamente e non sbranare subito. Heartworms è molto gotica, cosa che ci sembra eccitante ma anche un po’ fuori tempo massimo, cosa abbiamo deciso alla fine?

E poi Laura Groves, Oracle Sisters, No Windows, Bodur, Julie Byrne, Dame Area, Kimyan Law, Lauren Auder, Tkay Maidza, la residenza artistica “The Sound Of This Place”, e come tradizione di ogni anno i dj-set di Fabio Nirta al campeggio e al castello. Il tutto incastrato in una cronologia rigorosa: Ypsigrock è un festival preciso, la timetable spacca il minuto. E accidenti il tempo vola!

Finito un Ypsigrock se ne fa un altro

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L’ultima serata al Castello si conclude con una tradizione gioiosa che non dirò, non renderebbe l’idea, è da vivere e spiega perché per il popolo degli ypsini Ypsigrock è Natale

Ma a proposito del Natale tradizionalmente inteso, è bene dire che l’inizio di dicembre è il momento di drizzare le antenne, perché vengono emessi i primi biglietti (con la possibilità di assicurarsi le Christmas Box con appetitosi gadget a numero limitato) e vengono annunciati i primi nomi. 

Per trovare una casa comodamente in centro a Castelbuono (molti abitanti affittano le proprie) è meglio provvedere non oltre marzo/aprile. Il gruppo Facebook Ypsi & Love è il luogo migliore per trovare offerte sulle case, ricevere notizie sul festival, fare domande in caso di dubbi. 

Non mi aspettavo di concludere l’articolo in questa modalità da consumato travel blogger, comunque di già che ci siamo aggiungo che se venite in aereo, potreste avere bisogno di trovare un passaggio dall’aeroporto a Castelbuono, per evitare di scommettere sulle rare navette. Anche in questo caso, il gruppo Facebook è il luogo giusto. Ypsigrock non si fa da soli, si fa insieme, conoscere persone è facile e bello ma anche indispensabile e inevitabile: fin dal primo momento è necessaria una predisposizione di apertura e disponibilità. 

Arriva quindi il momento di vivere completamente l’atmosfera definita naturalmente Ypsi & Love fino all’ultima sera – o forse all’ultima mattina se volete fare gli eroi con il party in campeggio fino ai primi raggi di sole. Non rimane che salutare tutti – no, non riuscirete mai a salutare tutti – e ritornare in aeroporto. A proposito, colgo l’occasione di ringraziare Claudio (aka “il Sindaco”), Giulia e Giuseppe che mi hanno ospitato in auto e con i quali abbiamo ragionato di musica per buona parte di festival. 

Appena l’aereo tocca il suolo di Torino, e i passeggeri fanno l’applauso, e i bimbi si ammutoliscono, e il vicino si rimette le scarpe, e gli sportelli si sbloccano, e i cellulari ripartono alla ricerca di rete, finiscono i 5 giorni no-stop in cui mi sono calato completamente nel festival che da un paio d’anni mi fa volare – non solo nel senso ecc ecc… Ed è questo il momento in cui ti arriva tutta la botta di consapevolezza del famoso claim di Ypsigrock: il futuro è già nostalgia.

Su Instagram ho messo in evidenza le mie stories dell’Ypsigrock.

* Per altre frasi da baci perugina contattami per ricevere la migliore offerta dedicata a te 😉

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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1 commento

  1. a’anno scorso ordinai il cd del Nation of language, recensito su Rumore i gennaio 2023, e l’uscita veniva continuamente rimandata, ci rinunciai.

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