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Pop Rock

Tema: le canzoni di Antonello Venditti sulla scuola

L’esame di maturità è uno spartiacque. La maggiore età, la patente, il diritto al voto, la competenza sessuale, l’avvicinamento al lavoro, la liberazione dalla scuola dell’obbligo: soltanto una volta compiuto questo passo, le canzoni inizieranno a parlare di te. E allora sperimenterai sulla tua pelle ciò di cui parlano le canzoni: gli amori pazzeschi, le convivenze e le separazioni, gli incredibili viaggi, i concetti politici, il lavoro e i soldi, l’alcol e le droghe, l’indipendenza, la noia e il dolore, e tutti gli argomenti che rendono matura e importante una canzone. Ma finché fai la scuola dell’obbligo, sei troppo piccolo e acerbo per essere argomento da cantautore. Con una sola significativa eccezione: Antonello Venditti. 

Compagno di scuola 

In Compagno di scuola (1975) c’è la giornata-tipo al liceo di un giovane Antonio Venditti (sì, in realtà si chiama Antonio). La campanella, la sigaretta, l’antipatico professore, la più carina della classe qualche banco più avanti, e soprattutto lo scazzo enorme delle lezioni su Dante e la Divina Commedia. C’è un nervosismo che monta, strofa dopo strofa, e alla fine ne è svelato il vero destinatario: il compagno di scuola “compagno di niente”, che dopo la condivisa passione politica ha tradito gli ideali di libertà e giustizia con un impiego sicuro in banca. Venditti frequentava il liceo negli anni che sono sfociati nel ‘68, e dopo qualche anno, in epoca di riflusso, con questo pezzo fa un cazziatone ai “compagni” che si sono normalizzati. 

Giulio Cesare

Erano trentaquattro nella sua classe (III E), dice Venditti nella canzone Giulio Cesare (1986): frequentava appunto il Liceo Classico Giulio Cesare, nel quartiere Trieste di Roma. All’uscita da scuola i giovani attivisti distribuivano volantini; molti di loro erano di destra, la quale ha sempre avuto una certa presenza nei movimenti studenteschi. L’anno era il 1966, quello dei mondiali in Inghilterra vinti dal Brasile di Pelé; all’epoca Paolo Rossi non era il nome dell’attaccante della Nazionale Italiana, ma di un giovane antifascista ucciso da militanti di destra. A ogni “ragazzo dell’86” Venditti ricorda questa storia, con il cuore ancora a sinistra. 

Piero e Cinzia 

È chiaro che Piero e Cinzia (1984), “sposati di fretta e con un figlio in arrivo”, sono troppo giovani per essere convinti del proprio amore e inventarsi una fuga verso l’ignoto. Nella loro mossa avventata ci sono solo sogni, quelli di lei che scrive sul diario i testi delle sue canzoni durante l’ora di religione, quelli di lui che suona reggae facendosi crescere i dread. Cinzia forse non tornerà a casa e a scuola, questo non si sa, ma per ora c’è solo l’euforia del presente, un concerto insieme a San Siro e centomila fiammelle. Le storie di Venditti non finiscono male, quasi mai. 

Sara

Se non sapessi che Sara (1978) aspetta un bambino, non ameresti questa canzone. Questo è il dettaglio che svolta la storia, astutamente piazzato alla fine della prima strofa, e ci fa immaginare la paura e la cura di fronte a una vita che farà crescere molto in fretta la nostra Sara. Lei va ancora a scuola (“nel banco non c’entri più”) mentre lui aspetta la laurea. Zero soldi, zero tempo, zero possibilità di una vita veramente da grandi. Ma anche questa storia, piuttosto che finire male, non finisce ancora. 

Buona domenica

“Venti minuti su una pagina”, davvero impossibile studiare quando riesci a pensare solo a quel ragazzo che non ti chiama. Oggi è domenica, domani ti interroga, o studi o esci a divertirti, ma non puoi stare in casa attaccata al telefono che non squilla. Che enorme spreco questa domenica. Alzi la mano chi non ha sprecato domeniche intere in questo modo. Buona domenica (1979) è la scuola quando la scuola non c’è. 

Notte prima degli esami

Arriva il giugno del quinto anno, il giugno dei tardi pomeriggi e intere notti, il giugno della nostra esistenza. L’ebbrezza delle giornate a “studiare” (si fa per dire) a casa di lei si mescola con l’attesa sorniona e cicalona dell’esame di maturità. Fuori dalla finestra il caldo di Roma, dentro la tv la Guerra Fredda e le finali dei campioni (quell’anno la Roma va in finale in Coppa Campioni e perde ai rigori). Notte prima degli esami (1984) è una canzone che con la scusa della scuola parla di tutto, di se stessi, di amore e amicizia, di attesa e nostalgia. Un racconto al pianoforte senza vincoli di metrica, che la rende canzone italiana più bella tra quelle senza ritornello.

La mia scuola, invece

Se devo essere sincero, la scuola mi è andata in maniera un po’ diversa, non ho grandi vissuti in comune con queste canzoni. Non so come fosse andare a scuola negli anni ‘60, e non so come sia adesso: ho fatto il liceo in un’epoca equidistante da queste, gli anni ‘90. Non al liceo classico ma allo scientifico. E a differenza di Venditti l’attivismo politico non mi interessava, anzi, gli animatori di occupazioni e autogestioni mi annoiavano. Inoltre, per carattere mi tenevo un po’ ai confini delle dinamiche di classe, e avevo rapporti con poche persone. Non ho nemmeno avuto avventure con qualche compagna, e non credo ci fosse in tutta la scuola qualcuna rimasta incinta. 

Eppure queste canzoni riescono a parlare di me e di tutti nei nostri anni scolastici, in cui le nostre intelligenze e i nostri corpi si trasformavano con un’accelerazione enorme. Sgomitavamo imprigionati in un senso adolescente di inadeguatezza, che sfogavamo male perché non eravamo liberi come desideravamo. Sognavamo e soffrivamo al massimo delle nostre possibilità, eravamo giovane carne da canzone, e chissà perché i cantautori non arrivavano ancora a sbranare ogni dettaglio delle nostre vite. Venditti invece sì, nessuno quanto lui, forse nessuno meglio di lui.

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Due chiacchiere sul Venditti ispiratore del nuovo indie carino.

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Paolo Plinio Albera

Seduto sugli allora. Scrivo di rock, matrimoni, borgata Polo Nord (Torino). Anche di tennis, molto meno ma secondo me è quello che so fare meglio.

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2 commenti

  1. La mia idiosincrasia per i cantautori e per tante delle cose rimpiante degli anni 70 è dovuta anche all’aver fatto le scuole superiori negli anni 70. Non che mi trovassi a disagio ma già avvertivo ipocrisie e assurdità, ma allora trovavi normale che nella dialettica tra gli opposti estremismi (all’epoca tutti erano estremisti) gli studenti anche se minorenni andassero a scuola con mazze coltelli e anche con pistole, non secondo gli insegnamenti di Gomorra ma di Lenin e suoi derivati, e le usassero pure.

    1. Sì, capisco. Io quegli anni non li ho vissuti. Almeno i cantautori sono stati processati sul palco, altre figure invece non sono state processate da nessuna parte. Comunque ti facevo molto più giovane!

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