la mia prima webzine
Pop Rock

La sindrome di Bangs (ovvero la “mia” prima webzine)

Il mio primo errore fu cliccare sulla pagina “collaboratori”. Tutte le webzine musicali cercano collaboratori, ma ognuna ha il suo modo di comunicartelo. Ci sono quelle che te lo dicono in modo molto semplice e scarno, e ci sono quelle che iniziano a porti dei paletti, dei requisiti, nell’intento di fare selezione all’ingresso. La pagina “collaboratori”, se ci fai attenzione, in quattro righe ti dà già un’idea completa di tutto: della linea editoriale, della selettività delle proposte, del grado dittatoriale del direttore, delle sfumature di libertà che avrai nei tuoi articoli. E se hai esperienze pregresse puoi già prevedere con molta precisione il tempo che passerà da quando sarai simpaticissimo a tutti (perché ancora non vi conoscete) fino a quando diventerai lo scassacazzo pieno di pretese e con gusti di merda (perché vi siete conosciuti).

Io non avevo esperienze pregresse, eravamo negli anni zero e avevo vent’anni. Sono uno di quelli della webzine-generation (è un concetto che non esiste, me lo sono inventato ora) cioè quelli che sono cresciuti con le webzine, leggendo le webzine, mandando i demo alle webzine, ed eventualmente provando a collaborare con una webzine. Aprire la pagina “collaboratori” (o “chi siamo” o “redazione” o simili) era appunto il primo passo per bussare alla porta della testata che avevi scelto. Che avevi scelto per la linea editoriale più attraente, o forse proprio per la pagina “collaboratori“ più attraente?

Sono un po’ in imbarazzo a dire cosa c’era scritto su quella pagina perché equivale a dire cosa avevo scelto. C’era una sorta di tutorial con l’intenzione di insegnare agli aspiranti Lester Bangs come scrivere di musica. Ebbene sì: veniva citato proprio Lester Bangs. Questa presunzione un po’ gradassa di accettare solo i collaboratori più brillanti probabilmente mi colpì abbastanza da mandare la mia candidatura. Tutto ciò aveva un che di sfidante, ma di quelle sfide comode che presumevo tranquillamente di poter vincere. 

Come richiesto, mandai un pezzo di prova al direttore. Rispose con una lunga serie di osservazioni e critiche, tuttavia l’avrebbe pubblicato. A insospettirmi non furono tanto le critiche (alcune erano anche giuste, probabilmente) ma un certo sentore di manie di controllo. Pazienza, mi sarei abituato: ecco il giorno dopo il primo articolo pubblicato a mio nome.

Pochi giorni dopo gli mandai la seconda recensione concordata. Mi rispose con un’altra mail di osservazioni e critiche su quanto avevo scritto. In particolare mi fece notare che, a giudicare dal mio testo, il voto che avevo dato all’album era sbagliato. Non seppi cosa dirgli, se non che il voto mi sembrava quello più opportuno. Il giorno dopo ecco pubblicata la mia bella recensione, col mio bel nome, e il mio bel voto… ma cambiato.

(Mi aveva cambiato il voto da 2 a 3 stelline su 5, o il contrario, non ricordo. Comunque era un cambiamento sostanziale, ecco, non come cambiare da 7/10 a 8/10.)

Il terzo articolo non sarebbe mai arrivato: non mi feci mai più sentire, né lui con me.

Anni dopo per curiosità tornai su quel sito. Ormai era fermo, inattivo, con un laconico comunicato di cessazione delle pubblicazioni. Sic transit gloria webzine. Questa notizia mi sorprese molto: anche se non era Rockit (ne era quasi l’anagramma, in realtà, con un logo simile) era comunque un sito molto “presente” e che girava parecchio nelle ricerche online fino a pochi anni prima. Per curiosità andai a cercare quelle mie due recensioni. Trovate: tutto come una volta, tranne un piccolo dettaglio. La mia firma non c’era più.

(Tutti gli altri nomi dei collaboratori erano rimasti al loro posto sulle recensioni. Avevano tolto solo il mio!)

A questo punto potreste chiedervi quale fosse mai questo sito che mi cambiava i voti e di soppiatto rimuoveva a posteriori il mio nome dalle recensioni, come fossi un’onta, una mela marcia tra i Lester Bangs certificati della redazione. 

Non lo dirò, non per un qualche scrupolo etico, ma perché le prove non esistono più. Oggi ho scoperto che la webzine è svanita nel nulla. Il dominio non è stato più rinnovato, ed è stato cannibalizzato da un sito bislacco di notizie on line con un sacco di pubblicità. Cancellato dalla storia il sito, cancellato dalla storia il direttore-Lester Bangs, cancellati dalla storia i miei articoli figli di nessuno. Per essere precisi, dei miei articoli rimane traccia nelle cartelle del mio computer: non mancherò in futuro di riciclare i paragrafi migliori e infilarli in nuovi post. 

Da quell’episodio, negli anni, ho collaborato con altre webzine. Non sempre il rapporto si è concluso con baci e abbracci, ma conservo comunque ottimi ricordi, belle esperienze, nuove amicizie. Ovviamente spero che ogni webzine campi cent’anni: amo sempre le webzine, o meglio amo l’esistenza in sé delle webzine. Amo che si crei un gruppo sociale accomunato da un interesse, che propizia incontri che cambiano pezzi di vita, e amo il fatto che le persone provino a comunicare in maniera più brillante possibile le proprie passioni musicali, che sia con le foto o con un articolo. Fanno parte del gioco anche le antipatie viscerali, le stroncature puerili, i favori di comodo, le bugie più o meno innocenti, e tutte le tensioni che non fanno che raccontare, meglio di qualsiasi articolo, il nostro amore per la musica. Amo anche il peggio, in fondo, e gli episodi come quello che mi è successo, che a ripensarci ora è molto divertente.

Ogni tanto torno a curiosare su certi siti per vedere se certi articoli sono ancora lì. Non si sa mai.

Invece il MySpiace è ancora qua. (“Eh già”). Segui su Instagram.

Paolo Plinio Albera

Seduto sugli allora. Scrivo di rock, matrimoni, borgata Polo Nord (Torino). Anche di tennis, molto meno ma secondo me è quello che so fare meglio.

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