Raccontami di Rino Gaetano libro
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Mi intrometto in una conversazione su Rino Gaetano

Mi intrometto nella conversazione su Rino Gaetano tra Carolina e Pierluigi Germini, che ho letto nel libro Raccontami di Rino (Momo Edizioni). È un dialogo tra padre e figlia: lui nato nel 1953, collaboratore discografico della RCA e amico di Rino; lei nata nel 1993, giornalista e “nuova generazione” che ascolta un cantautore oggi ben noto ma – ai suoi tempi – molto meno. Sollecitato dalle domande di Carolina, Pierluigi racconta il suo ricordo di Rino: condivisioni di vita quotidiana, episodi della carriera, e altre storie dei cantautori negli anni ‘70.

Volevo intromettermi, dicevo, visto che nasco nel 1979, un po’ a metà tra i due. Una generazione che conosce, canta e ama Rino Gaetano. Ma probabilmente non ha mai avuto l’esatta percezione del dettaglio che viene spiegato nel libro, cioè che durante la sua carriera durata fino alla morte prematura (2 giugno 1981) non era poi così conosciuto, cantato e amato come oggi. 

“Quello di Gianna”: per l’Italia nazionalpopolare rischiava di rimanere questo, dopo la partecipazione a Sanremo 1978 con la famosa canzone che diceva la parola “sesso”. Penso che anche per me e per i miei coetanei, che abbiamo iniziato ad ascoltare musica negli anni ‘90, il primo incontro sia stato con questa canzone. Non so quante migliaia di volte l’ho ballata ai Murazzi e nelle feste. Un successo che gli ha donato una fama lunga e resistente, ma che rischiava di appiccicargli addosso un’etichetta di “giullare” che non lo rispecchiava appieno. 

Gli dissi: «Ma come? Vai a Sanremo e non sei contento?» e lui mi rispose: «No, perché hanno deciso che dovrò cantare Gianna mentre io avrei voluto portare Nuntereggae più e ora c’è il rischio che mi prendano per un canzonettaro». 

Fortunatamente, per noi xennials è andata un po’ diversamente. Non so bene come sia successo, ma non ci siamo fermati a Gianna. Per quanto mi riguarda, la prima volta in cui Rino Gaetano non era più “quello di Gianna” è stata ascoltando una cover. Nell’album Germi (1995) degli Afterhours c’era una reinterpretazione di Mio fratello è figlio unico, registrata originariamente per una compilation di Arezzo Wave dedicata al cantautore, con altre cover di tanti nomi “alternativi” dell’epoca. Forse anche per tanti altri come me è stato questo il primo vero avvicinamento con Rino Gaetano, con un testo che parlava di solitudine e incomunicabilità, come tanti tra i suoi più belli. 

(Di lì a poco, tra l’altro, sarebbero iniziati i veri anni della solitudine, cioè quelli del digitale, quelli della fine delle ideologie, quelli in cui l’io ha prevalso sul noi. Chissà, forse anche per questo abbiamo riportato in biblioteca i sacri testi dell’intellighenzia artistica di sinistra, e ci siamo aperti a qualcuno che non giocava in nessuna squadra, come Rino Gaetano.)

E poi, sempre provando a mettermi impropriamente nei panni di una generazione intera – cosa razionalmente impossibile, ma in fondo la mia è l’ultima in cui abbiamo ascoltato tutti un po’ le stesse cose – direi che non lo abbiamo mai mollato. Non l’abbiamo mai sentito “vecchio”. Abbiamo scovato perle confidenziali (Ti ti ti ti), intermezzi cazzari (Standard), cose così così ma va bene lo stesso (Resta vile maschio, dove vai?), canzoni che ci fanno pensare hey, sono io! (Tu, forse non essenzialmente tu). Poco sotto i suoi classici da radio e da canzoniere, custodiamo un tesoretto di canzoni di notorietà media ma di intensità alta, che usiamo per riconoscere chi è vero fan e chi no, e tra le quali c’è la nostra vera preferita-di-Rino.

Non ho dati per affermarlo ma sono sicuro che il lato amaro, sofferente, sognatore, e secondo me più autentico, sia ben presente a chi lo ha ascoltato dagli anni ‘90 in poi. Probabilmente più della maschera da giullare che, suo malgrado, persiste ancora nelle narrazioni di massa. In parole povere: nonostante gli spot pubblicitari facciano macelleria di Ma il cielo è sempre più blu, nonostante la miniserie Rai dedicata alla sua vita facesse di tutto per normalizzarlo, nonostante i filmati televisivi d’epoca ci mostrino presentatori che cercano di ridurlo a un picchiatello, nonostante tutto questo, ecco, noi xennials non ci siamo fatti molto condizionare, e del suo estro non ne viene scalfita un’unghia.

Boncompagni fu ancora più duro di Costanzo: disse a Rino che il testo di Gianna non voleva dire nulla. Rino si difese, sostenendo che si trattava del genere nonsense e che lui si ispirava a Ionesco e alla distruzione del testo di Majakovskij. E Boncompagni a quel punto gli disse di evitare di fare certe citazioni. 

E poi, devo dirlo, alla mia generazione è piaciuto interrogarsi sulla sua morte, ipotizzare piste di massoneria e servizi segreti, andare a caccia di nomi e riferimenti nei suoi testi che potessero dire altro rispetto a quello che dicono. Nella musica, per ogni morte prematura, c’è almeno una teoria alternativa a quella ufficiale. Se le teorie possono aver contribuito a far conoscere altre canzoni che non sono Gianna, allora bene così. 

Non so se siamo stati i primi a porre Rino Gaetano sull’olimpo dei cantautori della vita, ma curiosamente rimarremo gli ultimi ad avere un’idea almeno vaga di chi erano i mille nomi e cognomi che venivano snocciolati nei testi: politici, calciatori, personaggi pubblici, divi dello spettacolo che erano sulla cresta dell’onda tra gli anni ‘70 e ‘80, e oggi sono in gran parte archiviati. 

Ultima cosa prima di lasciarvi con la mia canzone preferita di Rino Gaetano. In Raccontami di Rino c’è anche una pagina su John Lennon, scritta durante il quarantesimo anniversario della sua morte. In effetti alcune volte, ascoltando sue canzoni, mi era balenata in testa un’epifania: “John Lennon!” ma non saprei davvero spiegare il perché. È l’unico cantautore italiano a cui io abbia mai collegato uno straniero. Forse alcune volte ho pensato che E io ci sto è la sua Revolution. L’epifania si è riproposta leggendo il libro, in cui apprendo che Rino ascoltava avidamente Lennon e i Beatles. 

E dalla generazione X è tutto, chiedo venia per la temporanea intromissione nella conversazione, e porgo i saluti con una grande canzone sulla solitudine – non ho ancora deciso quale perché Rino Gaetano ne ha scritte davvero tante sul tema – ecco adesso ho deciso, opto per questa. Una di quelle con un’epifania-Lennon.

Tutte le info sul libro.

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Paolo Plinio Albera

Seduto sugli allora. Scrivo di rock, matrimoni, borgata Polo Nord (Torino). Anche di tennis, molto meno ma secondo me è quello che so fare meglio.

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4 commenti

  1. e questa “risposta” all’orribile Locomotiva di Guccini, dove sembra Jonathan Richman?

    1. Sei sempre la spina nel fianco del mondo dei cantautori! 👍

      1. Quando tu sei nato io finivo il liceo e non che mi sia trovato male, anzi pensandoci ci sono stati prima e dopo periodi contrassegnati da maggiore classismo, bullismo, o usanze che non capisco come i gavettoni a fine anno, ma quel clima di diktat, proprio le “ideologie” in cui dentro c’era tutto già pensato, non è da rimpiangere e sono convinto che per questo gli anni 80 siano stati vissuti, semmai inconsapevolmente, come una specie di dopoguerra, di ventata di aria fresca e di libertà. E poi quello del concetto di autore non è un problema solo della musica, pure nel cinema non si scherza, con gli autoroni che si sono potuti permettere di tutto e qualcuno avrà sfangato il metoo. Ma sui cantautori ci ritornerò, in qualche modo, domenica.

        1. Attendo attendo!

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