stroncature
Pop Rock

Perché le stroncature non esistono più?

Non c’è niente di più eccitante che leggere una bella stroncatura, vero? L’unico articolo di cui ti ricorderai tra i dieci che leggi in una giornata, l’unico post che avrai voglia di mandare ad amici in privato, l’unico paragrafetto di cui manderai a memoria metafore, perifrasi, e il nome di chi l’ha scritto.

Una recensione negativa è più influente di dieci recensioni positive: questo è un ragionamento alla Tripadvisor che si può applicare anche alla musica. In apparenza è più “attendibile”, perché c’è uno che ha il coraggio-di-dire-le-cose-come-stanno, anche se non c’è evidenza oggettiva che sia più veritiera di quelle positive. Dopo aver letto un articolo che smonta un disco, difficilmente parlerai e penserai bene dell’album, perché la stroncatura ha un carattere così esuberante che le tue opinioni temono di fare una brutta figura di fronte alla stroncatura stessa.

L'”arte di stroncare” (per qualcuno è un’arte, per me non so, quindi ho messo le virgolette) può essere declinata in vari modi, a seconda dello stile dello stroncatore. L’ironia, lo sdegno, il rammarico, la sufficienza, nei casi più estremi l’invettiva. Rispetto alle recensioni “normali”, le stroncature vengono più lette, “fanno traffico”, vengono condivise, creano discussione e coinvolgimento. Fanno ridere, fanno immalinconire, fanno incazzare, fanno venir voglia di diventare un giornalista, anziché formare-una-rock-band.

MA, come non sarà sfuggito ai più, ormai se ne leggono sempre di meno. Piacciono a tutti, ma nessuno sembra più sobbarcarsi della responsabilità di scriverle. Tanti potrebbero scriverle, ma stanno diventando una rarità riservata a pochi riconoscibili polemisti.

Perché stanno scomparendo?

Di seguito ipotizzo 11 motivi. Alcuni li condivido, altri solo in parte, altri completamente no (il 7 e il 10, forse anche il 9).

  1. A differenza dei tempi pre-social, oggi tutti possono replicare pubblicamente sul web, e a loro volta stroncare lo stroncatore. Questo rende una recensione negativa più difficile da gestire, potrebbe trasformarsi in un boomerang se argomentata male.
  2. “Ci si conosce tutti”, artisti, giornalisti, etichette, promoter, amici degli amici. Chi crea, chi promuove, chi recensisce, spesso costituiscono una grande famiglia con una fitta rete di conoscenze e interessi incrociati. Meglio muoversi con prudenza tra gli artisti nazionali, e riservare le stroncature agli stranieri, che tanto quelli non lo vengono nemmeno a sapere.
  3. Oggi si tende a scrivere per l’artista (e/o ufficio stampa, etichetta, agenzia…) e non per il lettore.
  4. Esce così tanta musica oggigiorno che è inutile dedicare tempo e parole a un disco brutto.
  5. Le testate hanno meno inserzionisti rispetto a un tempo, quindi non conviene inimicarsi etichette e distributori che pagano spazi pubblicitarî. Le webzine hanno bisogno di accrediti, e quindi…
  6. Le stroncature sono spesso espressione di gusti personali di chi scrive, sensibilità non fondate su dati oggettivi. Oggi siamo tutti abbastanza maturi da capire che per descrivere un disco bisogna lasciare i gusti personali in secondo piano.
  7. “Non ci sono più stroncature perché non ci sono più tronchi” dice Carlo Ossola a Fahrenheit Radio 3, cioè non nascono più le grandi opere, quei “classici” che costituiscono i tronchi secolari e alti fusti delle foreste letterarie. Il discorso è sui libri, ma qualcuno potrebbe pensare la stessa cosa per la musica (“non c’è più il vero ROCK…” eccetera).
  8. I confini tra i generi musicali sono più sfumati rispetto a un tempo. Nell’epoca pre-digitale gli ascoltatori erano settoriali, verticali, consideravano certi generi “buoni” e altri generi “cattivi”. Da quando la musica è gratis, si ascolta in modo più onnivoro e orizzontale, e i discrimini fra generi “buoni” e “cattivi” non hanno più significato.
  9. Gli album non hanno più molta importanza, non vengono venduti, si ascoltano superficialmente. L’economia musicale oggi poggia su altro: canzoni sciolte (singoli), playlist, concerti. Di conseguenza anche le recensioni degli album sono un genere in declino, nessuno le legge più; stroncare è solo energia sprecata.
  10. La grande piazza del web è già piena di stroncatori di ogni tipo: i rancorosi, i lamentosi, i saccenti, i frustrati, i falliti, i provocatori, gli ignoranti… ogni stroncatura rischierebbe di abbassarsi a questo livello.
  11. Hai stroncato impietosamente un album nel tuo ultimo sferzante articolo di critica musicale? Bravo, ora prova a dire la stessa cosa in un video YouTube, o in una story con la tua bella faccia, vediamo se ci riesci.

Ricordo quando anni fa avevo scritto una stroncatura piuttosto forte, che rispecchiava pienamente il mio pensiero e ancora oggi ne condivido il senso. In seguito però mi sono sentito un po’ in imbarazzo: ho dato al lettore qualcosa di utile, oppure mi sono concentrato sulle mie capacità di adoperare uno stile particolarmente a effetto? Insomma, mi sono occupato del lettore o di me stesso? Temo più la seconda. Per questo oggi non amo particolarmente le stroncature, perché rischiano facilmente di trasformarsi in estensioni dell’ego di chi scrive. Nei tempi in cui se ne trovavano di più, mi sembra che la sopravvalutazione del proprio ego sia stata molto comune, e spesso maldestra – a meno che il gioco fosse proprio quello. Per recensire bene bisogna essere bravi, per stroncare bene bisogna essere come minimo magistrali.

Eppure non posso negare che, nonostante non ne abbia simpatia, siano cosa talvolta necessaria e sana, “uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”. E ammetto che faccio di tutto per non perdermele. È più forte di me. Quando vedo un voto scandalosamente basso, quando leggo un titolo incredibilmente stronzo, vado subito a leggere il trafiletto, con una curiosità che probabilmente ha a che fare con la meschinità istintiva della natura umana, per cui andreottianamente a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia quasi mai. Se mi vendessero articoli sciolti, “pagando lo stesso prezzo preferisci leggere 10 recensioni positive o 1 recensione negativa?”, accidenti, sceglierei la seconda.

Qui in foto, una delle ultime stroncature di cui ho memoria (Mucchio ultimo periodo, gennaio 2018). Tra articolo e disco non saprei dire se è maggiore l’arte di stroncare o l’arte di essere stroncati.

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Paolo Plinio Albera

Seduto sugli allora. Scrivo di rock, matrimoni, borgata Polo Nord (Torino). Anche di tennis, molto meno ma secondo me è quello che so fare meglio.

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8 commenti

  1. Oggi per fortuna la musica si può sentire più facilmente, però se un disco prende un 3 non lo vai a sentire con tutta l’offerta che c’è. Le riviste non le compro più anche perché non le trovo più, tranne quelle orribili sul rock “classico” piene di dettagli su droghe e litigi, ma finché le ho lette in ogni numero c’erano recensiti almeno una decina di dischi “fondamentali” e anche questo dobrebbe lasciare perplessi. Forse c’è anche il desiderio di essere testimone di qualcosa di epocale. Poi se cerchi stroncature c’è il sito di Scaruffi dove però, dopo un po’, capisci come funziona: americanofilo e antibritish, parla male pure dei Beatles, e qualunque cosa abbiano fatto in UK sta sicuro che c’è qualche gruppo americano che l’ha fatto prima e meglio.

    1. Scaruffi. Ogni tanto vado a curiosare come è messo. Negli ultimi anni sembra aver quasi abbandonato le pubblicazioni. Ma nei “primi anni di internet” era un sito attivo che vedevo spesso. Pensavo che era matematicamente impossibile che avesse ascoltato anche solo una piccola parte di tutti i dischi di cui parla. A suo modo ha segnato un’epoca

      1. Ma avrà dei collaboratori, è abbastanza disomogeneo il tutto.

        1. L’importante è rispettare la linea editoriale, quindi i Beatles, Bowie e i Radiohead non valgono nulla

  2. Tema abbastanza interessante e trasversale, lo dici tu stesso citando Tripadvisor e l’internet tutto in senso lato. Effettivamente, la querelle fa sempre tanto baccano, anche quando si tratta di commenti a un post. Personalmente però lo spirito che mi porta a leggere una stroncatura è più legato alla malsana curiosità per la stroncatura in sé, che non interesse per l’oggetto criticato. Se qualcosa ci piace già, al limite cerchiamo conferme (sbagliando).

    Inoltre, è un periodo storico quello in cui viviamo in cui abbiamo perso fiducia anche nei confronti delle recensioni degli utenti, abituati come siamo a sapere che sono il più delle volte indirizzate.

    Insomma… non lo so, proprio come non lo sai tu.

    Forse penso che per scrivere una stroncatura, sia necessario aver ottenuto una certa credibilità. Se leggo sulla pagina/blog di Federico Guglielmi una recensione negativa, so che ha senso in un contesto più ampio. Si tratta di una fonte autorevole e stimata, potrei anche voler approfondire ascoltando il contenuto a cui si riferisce. Nel mondo digitale fine a se stesso, sembrano tutti voler far cagnara per farsi filare, ma in quanti hanno l’arguzia e la capacità comunicativa di uno Yotobi?

    Uff… proprio non so, non lo so davvero. Ogni tanto mi capita di scrivere qualcosa (non sul mio blog, ma su terzi lidi) e cerco sempre di usare parole di rispetto e garbo, se qualcosa non mi piace… non ne scrivo. Ecco, forse dovrei esser e più coraggiosa e scartare anche quelle che trovo mediocri. Poi però finirei per parlare solo di McCartney, e allora ho già il mio bloggarello 😀

    Ma in fondo, hai ragione tu: per chi scriviamo? Forse la risposta è davvero tutta qui.

    1. Grazie per il commento, come te anch’io sono irrisolto… oggi mi sento di rivoltarla così: se le stroncature cessassero di esistere, allora scrivere e leggere di musica perderebbe probabilmente di senso.

  3. (wow, avevo scritto usando una marea di accapo e ora invece se ne sta tutto bello appiccicato… mi dispiace bro, sarei stata più sintetica!)

    1. Ehehe figurati puoi scrivere quanto vuoi ! 😊

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