Sono l’Umberto Eco di me stesso: ho ritrovato un manoscritto che – non so perché – non avevo mai pubblicato. Un articolo in cui raccontavo l’Eurovision a Torino, edizione 2022. Un periodo di euforia diffusa, favorito dall’allineamento degli astri: proprio in quei giorni finiva la pandemia e si tornava ad assistere a eventi senza restrizioni. Il maggio caldo e assolato invogliava a uscire. Chi aveva i biglietti si è goduto gli show; tutti gli altri, un mega raduno al Valentino per i concerti gratuiti. I limiti di capienza lasciavano fuori tanti, ma era comunque bello vivere all’aperto ed essere parte del delirio felice di dieci giorni memorabili. Stranieri ovunque. Per un attimo sembrò realistica l’“atmosfera Traffic” che impregna i sogni proibiti di tutti quelli che l’hanno vissuta. Per i più giovani, forse, si è creato un precedente: una grande festa collettiva, di cui tutti si sentono parte, è possibile. Questo articolo si intitolava “Ci diremo: ti ricordi l’Eurovision a Torino?” perché mi immaginavo già proiettato in un futuro di malinconica e dolceamara nostalgia. Lo pubblico ora, praticamente uguale a come l’avevo scritto, con l’eccezione del titolo, che non ha bisogno di essere coniugato al futuro perché nel futuro ci siamo già. Tutto ciò accadeva 3 anni fa.
L’Eurovision ci manca già, a noi torinesi. Non come voi del resto d’Italia, del mondo, che siete venuti a vivere una bella settimana di vacanza nel luogo che in questi giorni è stato centro d’Italia, del mondo. Vi siete divertiti pazzamente e tornate a casa con le foto nel rullino, i gadget nel bagagliaio, qualche marachella da raccontare. Diversamente da voi euroturisti, noi torinesi sentiamo già il mal di Eurovision. La nostalgia, la depressione, il magone, per un’epoca unica che probabilmente non vivremo mai più. Ci avete amato, ci avete abbandonato. Vi ameremo, ma soltanto finché non ritornerete.
Eurovillage is the place
“Ci vediamo all’Eurovision” è stato sinonimo di “ci vediamo all’Eurovillage”, l’ampia area verde allestita al Parco del Valentino a ingresso gratuito, con concerti da pomeriggio a sera e proiezioni su maxischermo delle serate televisive. Ecco il centro di Torino, mentre Torino era centro del mondo. Il luogo per ritrovarsi, conoscersi, ascoltare musica, vedere concerti, bere birra, scambiarsi bacini, guardare quanto sono strani gli stranieri.
I concerti proponevano un mix tra nomi emergenti, partecipanti X-Factor, interventi istituzionali, performer in gara all’Eurovision, artisti nazionali noti come Negrita, Motel Connection, Roy Paci, Mace… In ogni caso il palco non rubava la scena alla vera protagonista dell’evento che era l’aggregazione – aka assembramento – un fenomeno che oggi interpretiamo in una maniera completamente nuova, e che dobbiamo sbrigarci a vivere prima che in autunno torni la prossima ondata di virus a rinchiuderci di nuovo in casa.
Il parco era completamente irreggimentato con flussi forzati e ingressi limitati a un tot di migliaia di persone. Da torinese che da decenni cazzeggia al parco del Valentino, ho trovato tutto questo un inaccettabile sopruso (“adesso lo scrivo su Facebook!”), ma magari a voi euroturisti non cambiava nulla. È un’area che non è fatta per questi eventi, e i torinesi (tutti urbanisti su Facebook, come me) probabilmente sono d’accordo, ma è anche bello pensare che per i visitatori assolutamente niente di ciò che per noi è importante è importante!
Abbiamo passato molto tempo in coda in attesa di arrivare ai tornelli. Code incommensurabili nello spazio e nel tempo. La Rai avrebbe dovuto trasmettere un’Onda Verde apposita per le code dell’Eurovillage. Un maxischermo luminoso riportava il numero delle poche migliaia di posti ancora disponibili, per scoraggiare le persone a stazionare in coda e invitarli a sloggiare. L’unica speranza per entrare era trovare un amico già avanti nella coda per approfittare della sua posizione. E a sua volta chiamare a sé un altro amico dell’amico. A forza di amici degli amici, una persona in coda diventava una compagnia intera di ragazzi e ragazze mezzi sconosciuti tra loro, ma il bello è che ci si conosce anche così.

L’interno dell’Eurovillage, piuttosto bello. Dopo una fila di stand degli sponsor, apparivano i chioschi per mangiare e bere (analcolici oppure al massimo birra, 5 euro). Poi dopo un lungo percorso si arrivava all’area concerti, un pratone leggermente inclinato praticamente perfetto per guardare i live. Un posto adorabile dove stare soprattutto il pomeriggio, sotto il sole gentile di maggio, a sdraiarsi sull’erba e ascoltare la musica. A questo punto ti conveniva avere già preso precedentemente le birre se no dovevi tornare indietro a prenderle e camminare un chilometro ad andare e uno a tornare che hai solo due mani e non è che puoi prendere tre birre incastrate tra le dita che ballonzolano e schizzano fuori e dà fastidio e arrivi dagli amici inzaccherato e coi bicchieri mezzi vuoti.
I ragazzi dei chioschetti delle birre iniziavano alle 11 di mattina e finivano a mezzanotte. Alcuni cercavano di fare i simpatici in modo che tu ritornassi da loro invece che nei chioschetti adiacenti. Comunque statisticamente uno va sempre a prendere le birre allo stesso chiosco, indipendentemente da quanti e quali siano presenti nell’area – non so se esistono studi scientifici a dimostrarlo ma boh, provatemi il contrario!
La sera era praticamente sempre tutto pieno, ho lasciato volentieri spazio alle genti perché nelle folle non riesco a stare. Era però interessante scrollare sui social e vedere come veniva percepita la situazione: pochissime riprese degli artisti che si esibivano (palco o maxi schermi); tantissime le riprese del mare di folla sold-out oppure di se stessi. La meraviglia era essere lì ed essere in tanti, non importa chi fosse sul palco. Di solito ritengo che questo sia una bestialità, ma per stavolta no, penso fosse stato giusto dato il momento particolare.
Si fa presto a dire Traffic, ma soprattutto traffico
Non solo EuroVillage: tutto il resto della città era pieno di musica. Concerti nei locali, buskers per le vie del centro, esibizioni di artisti che non vogliono restare fuori dall’evento, conferenze, talk, feste di piazza, canzone-simpatia degli Eugenio in Via di Gioia, improvvisate di personaggi vip a caccia di visibilità. Chiunque rimanesse fuori dagli eventi grossi aveva “qualcosa da fare”. Persino nella bocciofila vicino a casa mia i vecchi hanno portato la chitarra, già dalla mattina, per suonarne qualcuna.
Non poteva esserci momento migliore per Torino per ospitare l’Eurovision – o un qualsivoglia grande evento – perché è stato nel momento di ripresa dopo la pandemia, in cui si tornava a una vita sociale così come si svolgeva fino al 2019, con tutti i suoi pregi e difetti ovviamente (di cui nel 2019 notavamo solo i difetti, invece oggi riscopriamo i pregi). Una settimana trionfale, euforica, memorabile, in cui tutti – belli o brutti, ricchi o poveri, giovani o vecchi, stupidi o intelligenti, buoni o cattivi, cittadini o forestieri – hanno potuto vivere una quotidianità un po’ diversa dalla solita vitaccia.
Non lo nego, l’ebbrezza dell’aggregazione oceanica mi ha ricordato gli anni zero di Traffic, in cui il Parco della Pellerina era il punto di incontro di pubblico che veniva da tutto il mondo. Un festival che non è durato molto ma che ha creato un’eccitazione che nessun cittadino avrebbe mai più dimenticato. Stavolta il target è stato più eurogeneralista e gli eventi un po’ diffusi per la città. Spero che voi euroturisti ci abbiate perdonato il traffico in tilt, ma come detto è tutta colpa della Rai che non ha programmato un’Onda Verde apposta per la viabilità in Corso Massimo D’Azeglio.
Sono stato anche a una serata dell’Eurovision, bitches
Un po’ Olimpiadi, un po’ Giochi senza Frontiere, un po’ Sanremo, un po’ Festivalbar, un po’ Bagno Margherita, un po’ Carnevale: lo show dell’Eurovision Song Contest è tutte queste cose messe insieme. Ebbene sì, sono andato ad assistere a un live show, al PalaOlimpico di Torino. Ringrazio il mio amico Mario che lavorava nella produzione di questo evento e mi ha omaggiato di uno dei biglietti a sua disposizione. Ho avuto la possibilità di vivere la fragranza dell’evento dall’interno. La mia vicinanza alla location, dieci minuti a piedi, mi ha fatto sentire molto fortunato: praticamente il live più vicino a casa mia di tutta la mia vita.
Prezzi dei biglietti per tutte le tasche. Se volevi vedere il live show della finale con un posto di buona visibilità, il costo era intorno ai 350 euro. Per le semifinali i prezzi scendevano molto, ancora di più se ti accontentavi di un posto lontanissimo dal palco. Se avevi voglia più che altro di “essere lì” e vivere l’atmosfera, per 20 euro potevi anche strappare un posto a visibilità ridotta per le prove generali delle semifinali. Io ho visto il live show della prima semifinale, da questo posto dove si vedeva così (palco a sinistra):

Per bere e mangiare, tutto sommato prezzi abbordabili. Mentre nello stesso momento al concerto dei Mogwai a Milano una birra costava 8 euro, all’Eurovision birra 5 euro.
Ho vinto una gara di macchinine elettriche allo stand dell’Eni (ora si chiama Plenitude) ma non mi hanno dato uno sconto in bolletta. Lavazza Tierra offriva il caffè, ma a quanto ho capito solo nell’area vip; accidenti, al Salone del Libro qualche tempo fa lo regalavano un po’ a tutti.
Stranieri a perdita d’occhio. Ditate di colore sulle guance con i colori delle bandiere. Cappellini strani con le creste o protuberanze a forma di pizza. Colori sgargianti, abiti prorompenti, trucchi improponibili. Fiumi di birra.
Telefonini a pieno regime. Tutti riprendevano tutto. Selfie, video, tutti puntavano la fotocamera su qualunque cosa colorata avessero a tiro. Chi scrive non diversamente da chiunque. Le star non sono i cantanti, le star siamo io. Centinaia di influencer raccontavano le stesse cose che stava raccontando chiunque del pubblico. Chiunque del pubblico raccontava le stesse cose che la tv mostrava in diretta a tutte le persone del mondo e in definizione centomila volte migliore di centomila telefonini messi insieme. Durante lo show tutti riprendevano lo show. È vero solo se l’hai ripreso col cellulare.
Il palco, un colpo d’occhio di grande effetto. Scenografie spettacolose, piscina con lo sciabordio delle acque, palle di fuoco che escono dalle estremità del palco – sentivo le vampate di calore persino io dal secondo anello in fondo.
E poi, beh, i cantanti vari. Se avete visto lo show in televisione potreste pensare che l’Eurovision sia solo questo. Molti criticano le canzoni (“musica di merda…” “festival del trash…” “la Vera Musica è un’altra cosa…” eccetera) ma si soffermano solo su uno dei tanti aspetti della manifestazione, che in realtà è uno show televisivo a tutti gli effetti, pensato per unire le nazioni attraverso intrattenimento in – appunto – Eurovisione televisiva.


In merito alla manifestazione conosciuta come Eurovision
Eurovisione, appunto. Eurovision Song Contest è uno show nato negli anni cinquanta post-bellici: l’idea era di realizzare una trasmissione che creasse un’occasione di unione delle nazioni attraverso i canali radio-televisivi. L’Unione europea di radiodiffusione, lavorando su questo progetto, accolse la proposta di un funzionario RAI italiano, Sergio Pugliese, di ottenere questo scopo mettendo su una gara europea di canzoni, una specie di Sanremo internazionale (Sanremo era nato nel 1951). Dal 1956 ebbe dunque inizio l’Eurovision, che è sempre stato un programma televisivo (diversamente dal Festival di Sanremo che non nacque esattamente con questa vocazione, ma la assunse molto presto).
Il resto è storia. Storia non della musica, ma della tv.
Sulla musica, forse la riflessione che mi viene in mente è solo una. Tutta questa “cosa” incredibile che è successa a Torino, esperienza molto bella a mio giudizio sia per i cittadini che per gli euroturisti, è scaturita grazie a un particolare evento musicale. Quale? La vittoria dei Måneskin all’Eurovision 2021. Che è avvenuta in seguito alla vittoria dei Måneskin a Sanremo. Che a sua volta è avvenuta in seguito al successo riscosso dai Måneskin a X-Factor. Se arriviamo alla sorgente, tutto ciò è iniziato grazie al fatto che una band di quattro ragazzi si iscrive a un concorso, perché sognano di fare successo, in qualunque modo, foss’anche per televisione. E quindi grazie alla televisione, allo spettacolo, al pop commerciale, alla band più famosa d’Italia, a Manuel Agnelli che decide di diventare showman e prenderli nella sua squadra, a tutto questo tipo di cose che i puristi della musica vedono come Satana, si è realizzato un evento gioioso e fuori dall’ordinario che ricorderemo a lungo. Bè, grazie Satana!


Nei giorni dell’Eurovision comunque ho avuto anche una vita mia, per esempio ero andato a vedere gli Algiers a Rivoli e avevo raccontato come è andata.
Come tre anni fa, sono ancora su Instagram!


A quell’edizione parteciparono i georgiani Circus MIrcus che sono dei geni incompresi.
Rivisti adesso su YT. Non erano nella serata che ho visto io. Me li ricorderei!
I video sono da vedere.