breve storia del k-pop ivan canu
Libri Pop corn

Ho letto Breve storia del K-Pop

Folgorato da un video su YouTube in cui si imbatte nel 2022, l’illustratore Ivan Canu si appassiona al K-Pop, ne assorbe l’estetica e l’impronta nella società coreana, e già nel 2024 pubblica un libro che lo racconta in tutti i particolari, non senza autentica passione, e arricchendo le pagine con suoi artwork. Breve storia del K-Pop (Salani Editore) forse non è così breve – quasi cinquecento pagine – ma ripercorre l’intera evoluzione del genere, dalle radici negli anni ‘90 fino al successo planetario del nuovo millennio, fotografando questo incredibile universo nell’attuale momento della sua (forse) massima espansione. 

In questi anni per me il K-Pop è stato una presenza remota, anzi, più che una presenza, un presentimento. Un immaginario bizzarro e curioso, una specie di moda giapponese però coreana, un fenomeno passeggero che contro ogni previsione non passa mai, un vezzo cosmopolita dei Coldplay che fanno un pezzo coi BTS (My Universe), una mania strana praticata da un paio di persone che conosco alla lontana. Di nome conoscevo appunto i BTS, e le BlackPink, nel modo più vago possibile, ovvero come quando hai sentito da qualche parte una canzone, hai sentito da qualche altra parte il nome, ma non sai collegare che quella canzone la canta quel nome, e quando lo scopri dici “AH OK!” in un’epifania che ti sblocca porte che forse per davvero non aprirai mai. 

E invece la porta sul K-Pop l’ho aperta, iniziando con i tre minuti del video che aveva folgorato Ivan Canu. È un pezzo degli Stray Kids, che insieme ai nomi precedenti vanno a comporre l’ideale triade delle celebrità mondiali del genere. 

Una volta visto, non è difficile cogliere certi ingredienti dell’infallibile ricetta d’oriente. Melodie pop estremamente orecchiabili e lineari, mischiate al rap che dà una botta di attitudine urban. Lingua inglese che si alterna con quella coreana, e fai presto ad abituarti a non sentire la differenza. Coreografie eseguite alla perfezione da cantanti giovani, belli, fluidi, atletici. Tecnica perfetta sia nel canto che nella danza. Carattere deciso ma mai volgare, sboccato o sopra le righe. Confezionamento estetico impeccabile, come e meglio del pop occidentale. Ritmo serrato, attenzione del pubblico facilmente in pugno. Numero abnorme di visualizzazioni e commenti. Il tutto saldamente governato delle case discografiche: nel caso di questo video il canale proprietario è di una delle 3 major che fanno girare la maggior parte del mercato del K-Pop.

Impossibile non fare paragoni con fenomeni occidentali. Il primo pensiero va alle nostre boy band e girl band nate negli anni ‘90. Non a caso, le prime parti del libro allargano lo sguardo anche a questi riferimenti. Da qui è un attimo spostare l’attenzione sui primi divi coreani ancora ignari della rivoluzione che stavano iniziando, a partire dagli antesignani Seo Taiji and Boys, passando attraverso schegge impazzite diventate virali persino da noi come Psy di Gangnam Style, seguendo passo passo generazioni di artisti che vanno sempre più ad affinare la propria immagine e la propria produzione.

La storia del K-Pop ha come protagonisti assoluti gli idol, superstar che il popolo adora, addestrati alle arti dello spettacolo con una formazione lunga, durissima e totalizzante, personaggi pubblici cui è vietato sgarrare con umane debolezze o storie sentimentali: appartengono alla gente, non possono avere vizi o partner amorosi o episodi controversi che li coinvolgono, poiché le persone deluse potrebbero voltargli le spalle in un secondo. Il superlavoro, la cura del corpo, la mancanza di vita privata, la lotta contro stress e depressione, le incertezze economiche, sono tutti prezzi da pagare per realizzare il sogno di arrivare al successo. Eppure, dentro queste carriere che potrebbero sembrare cliché di burattini mossi dai fili del mercato mainstream, ci sono musicisti e performer estremamente abili e preparati, che col tempo raggiungono larga autonomia nella produzione, composizione, ideazione di concept che guidano le loro opere. Da noi è molto diverso?

Tre grandi colossi discografici si spartiscono il mercato: selezionano gli artisti ancora giovanissimi, compongono le band, lanciano talenti, amministrano capitali e investimenti, organizzano comeback di artisti secondo scadenze precisissime, creano fandom che radunano una grossa base di fan, anche prima che si sappia chi è il nuovo artista di cui i fan dovranno essere fan. In questa impostazione dall’alto (da noi non è così?) i fan si appassionano ai propri preferiti: cliccano, spendono, comprano, fanno incetta di merch e di gadget, seguono i talent, stannano i loro idoli pagando cifre consistenti per avere un contatto privilegiato con loro, creano un forte senso di comunità intorno agli artisti preferiti, perché la musica è socialità e condivisione, e questa è una costante che non cambia in nessuna parte del mondo.

Dietro a tutto ciò, il governo della Corea del Sud ha da tempo fiutato l’affare: fornisce risorse all’industria dell’intrattenimento nazionale per esportare in tutto il mondo la hallyu, l’onda coreana, che rappresenta una sorta di brand esteso anche ad arti figurative, serie tv, film, drama… Un “soft-power” che da culturale fa in fretta a diventare economico. 

In poco tempo il K-Pop ha conquistato Cina e Giappone, poi Stati Uniti ed Europa. La storia raccontata in questo saggio in un certo senso è breve perché ha solamente qualche decennio di vita, tanto che i divi del genere non hanno ancora iniziato davvero a “invecchiare”. Sembra un mondo che ha qualcosa di assurdo ma allo stesso tempo molto logico e comprensibile. Un universo parallelo, un pop occidentale allo specchio, una versione meno disordinata e paranoica della musica a noi familiare. Più aegyo, “carino”, per usare un’altra parola chiave che ricorre spesso.

Ho letto il libro soprattutto concentrandomi sui capitoli che parlano dell’evoluzione del genere nei suoi tratti principali. Ci sono diverse parti in cui vengono minuziosamente descritte le carriere di artisti e band sia maggiori che minori: su queste ho un po’ sorvolato perché non ho ambizioni completiste nel sapere titoli e nomi e carriere di decine e decine di band coreane. Mi domando però se in Italia, nella mia città, nel mio condominio, nel giardino in cui porto il cane, nel bar in cui bevo lo spritz, nel supermercato in cui compro lo spazzolino da denti, esiste una quantità rilevante di fan K-Pop, tanto da valutare se l'”onda” ha raggiunto anche noi. La scorsa estate ero agli I-Days a vedere il concerto dei miei cari Queens Of The Stone Age insieme a diciottomila persone; pochi giorni dopo ci sarebbe stata l’esibizione degli Stray Kids (quelli del video qui sopra) davanti a un pubblico di ben settantamila, tra i quali l’autore. Dunque i fan ci sono. Ed evidentemente cliccano, spendono, comprano e così via.  

Ivan Canu su Instagram

Dato l’argomento molto orientale e asiatico dovrei indicare il mio TikTok ma per ora non voglio che lo vediate quindi anch’io metto l’Instagram

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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5 commenti

  1. Quindi “aegyo” significa “kawaii”

    1. Presumo di sì! 😀

      1. Alessandra dice:

        Vero, è un soft power. Sono stata rapita nel 2022 durante le interminabili giornate chiusa in casa durante il lockdown e poi…sono rimasta. Luci e ombre del mondo kpop sono ormai evidenti, ma altrettanto evidente è il talento dei molti artisti che ci navigano.

        1. “Soft power” è un’espressione che ho trovato nel libro e che mi sembra perfetta

        2. Alessandra dice:

          *2020 ovviamente

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