i cani post mortem
Pop Rock

L’attesa dell’album dei Cani è stata essa stessa ecc

Ho atteso il nuovo album dei Cani in un pomeriggio di sette anni fa. Un giornalista/scrittore stava presentando il suo libro dedicato al progetto di Niccolò Contessa, in un’epoca in cui l’artista romano era già una leggenda e i più si chiedevano con impazienza quando sarebbe uscito il seguito dei primi tre sorprendenti album. All’evento partecipava anche una cantante che ne suonava alcune cover, e gli autori di una pagina social molto seguita, dunque non era una cosa veloce, ma un evento di circa un’ora. Lo scrittore ciclicamente diceva che nel finale di questo incontro avrebbe rivelato qualcosa di molto interessante che riguardava il futuro de I Cani. Rimasi lì per tutto il tempo incuriosito da quale sarebbe stata questa rivelazione che mi veniva consigliato di non perdere. Infine la rivelazione è arrivata e in sintesi era la seguente: molto presto sarebbe probabilmente uscito il nuovo album e sarebbe stato non a nome I Cani, ma a nome Niccolò Contessa. Rimasi un po’ spiazzato perché speravo in una notizia, invece si trattava di un’ipotesi come un’altra, un pronostico. Ci fu però una cosa che mi divertì molto: nelle settimane successive accadde proprio la cosa che veniva predetta. Con la piccola differenza che riguardava qualcun altro: il 3 ottobre 2018 Vasco Brondi poneva solennemente fine al progetto Le Luci della Centrale Elettrica, da quel momento in poi avrebbe pubblicato dischi a suo nome. “Ma questa è un’altra storia”. 

Alla fine il quarto album dei Cani è uscito, chiamato non senza ironia Post Mortem, e come la morte è arrivato improvvisamente senza essere annunciato. Di esso si è già detto tutto, non ho letto ancora niente, ma dalle pagine web che non ho aperto traspira un afflato di entusiasmo generalizzato. Vige il pensiero unico, o sbaglio? Non so se inserirmi nel pensiero unico, ma così su due piedi mi sembra un disco sicuramente più forte di tutti quelli italiani che sono usciti nelle ultime settimane. Un tipico disco dei Cani alla Aurora, intimamente scontroso con se stesso prima che con il mondo. Aspetta, sto per cadere nella trappola: analizzarlo, spiegarlo, commentarlo, oltre un certo punto non ha senso. Non è tanto il disco, ma ciò che rappresenta. È una piccola rivoluzione che riguarda il vissuto personale di ciascun ascoltatore italiano di musica considerata indipendente, che per molto tempo ha visto in Niccolò Contessa un’icona autentica e pura.

Per molti anni, l’attesa dell’album dei Cani è stata essa stessa l’album dei Cani (presente tutto il discorso dell’attesa del piacere, essa stessa ecc…?). L’assenza di Niccolò Contessa è stata essa stessa la sua presenza, ha avuto l’aura misteriosa di qualcosa che non sarebbe mai arrivato, la speranza invana ma comunque ultima a morire, l’attesa di un messia che se ne sbatteva altamente di tornare. Questa attesa aveva un qualcosa di magico e divino. Ora è morta. Ce la siamo giocata. Il mito sopravvive ma ha liquidato una parte del suo fascino. In compenso ha colmato un vuoto, ci ha saziato per un po’, forse per una settimana, forse per qualche mese. La cosa di cui sono molto curioso è vedere se diventerà post-generazionale anche questo disco. Nell’attuale post-epoca in cui la memoria musicale si resetta ogni venerdì a mezzanotte, Post Mortem continuerà a esercitare la sua religiosa influenza nei mesi, magari negli anni, sæcula sæculorum amen?

Spero che questo album sia altrettanto significativo nelle vite delle persone come lo sono stati gli altri. Sono in qualche modo felice, non per me ma per tutta la situazione generale: emozioni del passato ritornano, ascolti condivisi si intrecciano, giornate vuote si riempiono, amicizie gloriose si ricontattano, gruppi Facebook dimenticati risorgono, piantini con la testa sul volante si ripropongono. In questi tre giorni dall’uscita mi sto immergendo in un approccio deliberatamente sbagliato: quando lo sto ascoltando non lo sto ascoltando, ma lo sto osservando, motivato, più che dalla reale connessione con le canzoni, dall’ebbrezza di un mondo diverso in cui qualcosa è cambiato, dall’orgasmo della novità. Più della fotta, potè la FOMO, almeno per me. È tutto molto egocentrico da parte mia. Lo esprimo perché è un accadimento talmente unico che egoisticamente sento il dovere di dire qualcosa, così come sta accadendo a molti, quasi investiti di una qualche missione. Non è assurdo tutto ciò? Ma anche questo fa parte del pacchetto del sorprendente nuovo album dei Cani.

…tanto si è capito che questo articolo non ha capo né coda: visto che anche stavolta non abbiamo risolto niente, concludo con un altro ricordo, a cui ripenso con piacere anche se all’epoca I Cani non facevano parte dei miei gusti (poi col tempo li ho ascoltati abbastanza e mi sono ammorbidito un po’ ma insomma). Qui a Torino c’era una data di Traffic, festival gratuito, 2014. Si svolgeva in Piazza San Carlo, quella che è chiamata con l’ineluttabile appellativo “il salotto buono di Torino”. Come headliner c’erano Max Pezzali e I Cani. L’idea di portarli sul palco insieme nasceva dalla compilation Con due deca, del 2011, in cui gli artisti indie facevano le cover dei grandi successi degli 883. Era un momento storico in cui la postura indie del tipo [reinterpretiamo i motivetti del pop di bassa lega per divertire voi pubblico ma è sottointeso che la nostra statura di veri artisti intelligenti ci rende superiori alla cazzata che vi stiamo suonando] stava un po’ sfuggendo di mano. Brano di punta di questa operazione era appunto Con un deca reinterpretata da I Cani. Max Pezzali aveva simpatizzato e sostenuto l’operazione dedicata agli 883, dunque credo sia stato semplice portarli insieme sul palco per una serata che aveva il senso di incontro tra generazioni. Io confesso che ero andato lì più che altro per vedere Max Pezzali perché mi piacciono gli 883, senza bisogno dell’approccio new-indie detto nelle [parentesi quadre]. Dopo un’attesa snervante ascoltando i miei cari odiati Cani, la mia attesa fu premiata, salì sul palco Max Pezzali. Fece 4 canzoni, salutò tutti e se ne andò. Io allibito. Salotto buono di Torino allibito. Riattaccarono a suonare I Cani. La gente non capiva se la morte della serata era definitiva, ma si capì in fretta che iniziava tirare gelida aria di post-punk. La piazza si svuotò rapidamente. Restò davanti al palco un manipolo di qualche decina di irriducibili che erano venuti per loro. Fu un concerto lunghissimo, probabilmente molto corto ma la mia lunghezza percepita fu circa di quindici ore. Il vuoto, il suono che esce dall’impianto, le coppie coi passeggini, Niccolò Contessa che canta “I critici musicali ora hanno il blog”.

Io ho appunto un blog <3 e poi una persona che ho conosciuto mi ha detto che segue le mie “velleità”, quindi ho messo come bio su Instagram una cit dei Cani.

Extended Play mi ha ricordato l’articolo che avevo scritto per loro, Tutto l’ITPOP dalla A alla Z, mi ha fatto piacere ritrovarlo!

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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2 commenti

  1. Nel 2008 c’era stato Post-remixes dei Dischi della valigetta con i gruppi + o – indie che rifacevano brani ballabili (gli Ex-Otago rifacevano The Rhytm Of The Night), meglio del disco tributo ai Diaframma.

    1. Molto carina Rhythm of the night degli Ex-Otago, come dimenticarla, è stata la pietra miliare dell’epoca del grande sdoganamento. Certe cose capitano ancora oggi, tipo Bianconi che canta Baby K, secondo me da brividi ma non nel senso buono

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