il teatro degli orrori
Live Report Pop Rock

Solo con il Teatro degli Orrori può accadere di tutto 

Una reunion inaspettata, dopo una fine burrascosa consumata sui social con post di fuoco. Fino a pochi mesi fa sembrava una di quelle storie brevi brillate forte e bruciate in fretta, in un’epoca in cui l’indie era ancora giovane e libero. Forse è stata l’ultima band di impatto incendiario e devastante che abbia mai attecchito nelle vite di un gran numero di persone. Così rapidamente come esplosero, così rapidamente se ne andarono sbattendo la porta. Ma Mai dire mai, dice la loro canzone: Pierpaolo Capovilla, Gionata Mirai, Giulio Ragno Favero, Franz Valente sono tornati insieme come dieci, quindici, quasi venti anni fa. Sono andato a vedere Il Teatro degli Orrori nel concerto al Teatro Concordia. È stato qualcosa di memorabile sia nel bene che nel male: nel confine tra l’uno e l’altro sta il fascino di una band ancora oggi incredibile e unica. 

«Maestro? Maestro, si accomodi, la prego. Possiamo incominciare?» Già al primo “maestro” dell’introduzione di Vita mia, la prima constatazione è che Capovilla appare in stato di ebbrezza importante, diciamo così. All’inizio, lo ammetto, ho temuto il peggio. Il salmodiare ruvido, rotto e biascicato correva in bilico su un sottile filo che da un momento all’altro poteva spezzarsi. In un luogo dove spettacoli e concerti vanno in scena solitamente in modo del tutto regolare e prestabilito, mi sentivo aggrappato a una specie di tensione che non provavo da tempo. “Tutto un equilibrio sopra la follia”, per usare a sproposito tremende citazioni di Vasco. Dalle retrovie, potevi guardare al palco magari con sospetto o sufficienza. Se ti avvicinavi, però, venivi travolto dal suo carisma selvaggio, che ti stregava e ti trascinava con lui dentro l’inferno. Ed eri ubriaco anche tu.

In uno dei primi monologhi Capovilla dice che “pure l’imprevedibilità di Trump in fondo è prevedibile”. A proposito del tema della prevedibilità*, questa serata mi ha sbloccato emozioni antiche che pensavo di aver dimenticato. Andare a un concerto e vedere sul palco qualcosa di molto umorale, ingovernabile, che non sai come andrà a finire, che non capisci se porterà all’estasi o al disastro, alla luce o alle tenebre, ecco, è qualcosa che avevo totalmente rimosso. Oggi i concerti vanno tutti benissimo, impeccabilmente, senza sbavature, sai già perfettamente cosa andrai a vedere dall’inizio alla fine. Invece con Il Teatro degli Orrori è diverso, hai la sensazione di un treno impazzito lanciato a folle velocità che non sai se ti porterà a sbattere o precipitare nel vuoto o arrivare con gentilezza alla destinazione. Che non conosci. 

Due ore piene, tirate, furiose, catartiche. È stato un concerto per me molto emozionante. Rivedere dal vivo pezzacci come A sangue freddo, Majakowski, Compagna Teresa, La canzone di Tom e tanti altri è stato un godimento accresciuto dai tanti anni di assenza dai palchi. Franz Valente come al solito uno dei batteristi più esplosivi in circolazione, con la violenta eleganza dei guantini neri con cui frusta i tamburi. Gionata Mirai, chitarra mancina e sinistra, un suono così abrasivo che se riguardo le storie in mute riesco a sentirla lo stesso. Giulio Ragno Favero al basso il più serafico di tutti, una figura probabilmente particolare nella loro storia, che tra addii e ritorni forse ne ha orientato anche i destini. 

Pierpaolo Capovilla lo prendiamo così come arriva, con i suoi vizi ed eccessi, ma anche con il suo magnetismo teatrale e il suo pensiero illuminante. Dio, il male, la pietà, la morte, l’attualità, la guerra: i testi in toto vengono da un’altra epoca, quando mirare alto su temi esistenziali era sfida condivisa con un po’ tutta la musica indipendente. Pronunciare “genocidio” su un palco rock, nell’intervento durante una pausa, sembra oggi una trovata singolare e aliena, eppure sono felice che anche questa parola abbia trovato spazio. Pure certi pezzi del quarto e ultimo album della band, che secondo alcuni fu un lavoro non molto autentico, ad ascoltarli oggi si rivelano talmente attuali che sembra incredibile che risalgano a dieci anni fa, per esempio Disinteressati e indifferenti e Il lungo sonno (lettera al Partito Democratico). 

Pubblico difficile, selvaggio, imbizzarrito, ma è ovvio che i quattro musicisti nella loro carriera ne hanno viste di ogni, e non è certo il pubblico di Venaria Reale provincia di Torino a dargli turbamento. Affluenza molto alta, buona notizia, forse anche un’arma a doppio taglio: un po’ mi spiace quando dietro o ai lati ci sono persone che parlano o che si fanno i fatti loro. C’è anche da dire che il Teatro della Concordia è una location molto grande rispetto a quelle che erano abituati a riempire fino a dieci anni fa. Se volevano fare una reunion-lampo, un blitzkrieg prima di tornare ai rispettivi progetti solisti in vite separate, allora probabilmente stanno riscuotendo ottimi risultati. Se pensano di proseguire con nuovi pezzi, registrazioni, tour, ciò mi renderebbe entusiasta, pur con la consapevolezza dell’imprevedibilità che accompagna il loro percorso. Mordere tutto e subito, prima che le cose cambino in fretta, e le vite spingano in Direzioni diverse. 

* La prevedibilità decade anche per quanto riguarda me, visto che non avevo in programma di scrivere questo articolo. Avevo fatto le usuali “recensioni dal parcheggio” su Instagram ma le ho buttate, mi sembrava un po’ riduttivo esprimere in un minuto di chiacchiere le emozioni di un concerto per me molto importante. Stavolta è andata così 😉

Su Telegram, invece, c’è il calendario dei concerti a Torino e dintorni.

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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5 commenti

  1. Mai dire mai: anni fa ascoltai una loro canzone su un poeta ucciso e dissi mai più. Ora che hai scritto questo post invece ho ascoltato i brani e hanno confermato la prima impressione. Qui sembra l’anello di congiunzione tra Carmelo Bene e Cristiano Godano, che in algebra è Ego x Ego x 3,14. Poi la distanza dalle cose può mostrare la loro insignificanza:perché scrivere una lettera al PD? Mi ricorda quando anni fa lessi il resconto di un dibattito con Basaglia, mi aspettavo che dicesse chissà cosa e invece il presunto grande psichiatra parlava delle scelte del PCI.

    1. Su Carmelo Bene capisco l’analogia, ma Godano mi sembra un po’ distante come stile. Forse nella tua equazione lo sostituirei con Ferretti ma non so

      1. E’ che mi ricordo una copertina di XL con Agnelli Bianconi e Godano, tutti e tre poseur e pieni di sé. La voce di Capovilla mi ricordava un po’ Bene. Forse aveva ragione Johnny Marr quando diceva che è dura avere a che fare con i cantanti.

  2. “Andare a un concerto e vedere sul palco qualcosa di molto umorale, ingovernabile, che non sai come andrà a finire, che non capisci se porterà all’estasi o al disastro, alla luce o alle tenebre, ecco, è qualcosa che avevo totalmente rimosso. Oggi i concerti vanno tutti benissimo, impeccabilmente, senza sbavature, sai già perfettamente cosa andrai a vedere dall’inizio alla fine.”
    Totalmente d’accordo. E quello che dici è ciò che rende un concerto memorabile, a differenza di uno bello ma banale. Il non sapere cosa potrebbe accadere, il lasciarsi sorprendere, queste per me sono due cose importantissime.

    1. 🖤🖤🖤 Teatro degli Orrori gli ultimi imprevedibili rimasti

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