Ho letto il libro di Achille Lauro

Achille Lauro libro

Ebbene sì: l’ho letto. Il libro di Achille Lauro si chiama Sono Io Amleto ed è pubblicato da Rizzoli. Questa recensione è fatta da un tipo (io) che: 1) legge abbastanza/molto, 2) ha 39 anni, 3) segue la musica pop compreso Sanremo, 4) segue la trap italiana il minimo indispensabile per distinguersi nelle conversazioni da aperitivo, 5) vuole capire.

Raccontando questo libro immagino di rivolgermi a un lettore che ha un certo imbarazzo al pensiero di leggere il libro di Achille Lauro, ma sotto sotto è molto curioso, e lo leggerebbe pure, se non temesse il giudizio sociale nei suoi confronti da parte di amici perbenisti o difensori della vera musica. Se ti senti in questa posizione ambigua che ho appena descritto, tranquillo: l’ho letto per te.

Se sei famoso devi scrivere il libro

Sono Io Amleto è un’autobiografia. Sembra che ormai ogni personaggio popolare (che sia youtuber, influencer, cantante o attore) debba posizionarsi sul mercato anche con un bel volume in libreria. Achille Lauro non fa eccezione, e lo fa con questo libro che è uscito poco prima della sua partecipazione a Sanremo con Rolls Royce.

Il meccanismo sembra quello di Open di Andre Agassi e della grande maggioranza delle autobiografie dei vip. C’è un copywriter o ghost writer o chiamialo-come-vuoi-writer, che prende bozze e memorie fornite dall’artista e le cucina in un prodotto leggibile e possibilmente appassionante. La figura che assolve a questo compito è Marta Boggione. Le eccezioni a questa prassi sono rare (per esempio l’autobiografia di Ghemon, che ha scritto tutto da sé).

Non ci girerò intorno

Con tutta la buona volontà, Sono Io Amleto mi ha fatto vacillare più volte. Troppe supercazzole visionarie, neoromantiche, decadentistiche. Troppa estetica dell’autodistruzione, concetti da smemoranda, maledettismo spicciolo. Ok, non mi aspettavo certo la letteratura. Avevo messo in conto tutto ciò; cerco comunque qualche chicca inedita, stravagante, che mi aiuti ad ampliare la visione del personaggio.

Ma ciò che mi spiace constatare è che in queste 255 pagine non c’è praticamente nulla di nuovo rispetto a ciò che Achille Lauro già racconta nelle canzoni. Chi conosce i 4 album del cantante romano sa già tutto ciò che c’è scritto qui dentro, con le stesse parole, con abbondanti auto-citazioni, con capitoli interi che prendono spunto da una canzone e ne allungano il brodo. Immagino (ma forse mi sbaglio?) i suoi fan e i lettori di libri come due target diversi e non comunicanti, cui si può raccontare la stessa identica cosa con i media più opportuni. Che siano le canzoni onnipresenti nelle playlist, o un libro presentato da Fabio Fazio. (A quando il BIOPIC?)

Comunque, sarà il personaggio peculiare, sarà la curiosità sociale, sarà la voglia di fare dispetto allo shitstorm di Striscia la Notizia, ma l’ho letto fino alla fine. Ecco di seguito i macro-argomenti, tagliati col machete.

Donne

L’unica presenza femminile importante è la madre, che cerca di proteggerlo da un padre aggressivo e da una vita ai margini. Le ragazze hanno un ruolo debole nella sua sfera affettiva, che spazia da baccanali collettivi a rapporti personali di breve/medio periodo, e che sono fondati sulla condivisione di esperienze basate sulla droga.

Droga

Tantissima. Lauro inizia prestissimo a esperire tutto lo spettro delle sostanze stupefacenti, sull’esempio delle compagnie più grandi del fratello. Coinvolge molti amici e coetanei. Ma c’è l’eroina che rappresenta un limite: vede i migliori amici rovinati dalla tossicodipendenza, e non vuole avere a che fare con questo veleno. Perciò abbandona gli abusi e decide di diventare spacciatore, dal piglio imprenditoriale. Assume ragazzini, flirta con la criminalità organizzata, lo fa per un solo motivo: i soldi.

Soldi

Dai “lavoretti” dell’adolescenza, tra furti e spaccio, «quando eravamo ricchi con cinquanta euro», fino alla star che è oggi, Achille Lauro pensa solo al cash. «Volevo i soldi per non pensare più ai soldi». In fondo la mania dei soldi come cartina tornasole dell’autorealizzazione personale, per poter dire di avercela fatta venendo fuori dal niente, è un concetto comune a qualsiasi rapper che puoi trovare su YouTube come al parco sotto casa. Non sarà certo Achille Lauro a stupirci con una posizione particolarmente originale. Ma quando arriviamo alla parte più interessante?

Musica

Avrei preferito avesse più spazio, anche perché corrisponde alle parti migliori del libro. Le testimonianze dei suoi soci e producer – Fez (il fratello), Pitch, Frenetik, Boss Doms – sono le pagine che contengono più sostanza. I primi pezzi rap, il periodo della crew del Quarto Blocco, l’aggancio con l’etichetta Roccia Music di Marracash, il “mettersi in proprio” con l’etichetta No Face: questi sono i passaggi a grandi linee. La scalata, gli aneddoti, i dati, le date, eventuali dissing, sono le cose che cercavo di più in questo libro, ma c’è poca roba. Infine, dalla postfazione della curatrice, sembrerebbe che Lauro avesse deciso di rifare tutto il libro impostandolo sull’argomento musicale, su suggerimento di Boss Doms, ma per questioni di tempo non è stato così. Peccato.

Come vedo io Achille Lauro

Achille Lauro, tra i vari divi della trap, è quello che mi interessa di più, lo seguo da molto prima che arrivasse a Sanremo. Mi ha colpito da subito per alcune caratteristiche che rompono con i cliché del rap. È effemminato. È dandy. Nell’esagerazione conserva una certa volgarità elegante. Non ha l’ossessione di dimostrare di essere macho, e non frocho. E poi prova sempre più a liberarsi dal giogo del genere rap/trap, mai come ora ne è lontano.

D’altro canto, però, avverto in lui il malcelato sforzo di sdoganarsi anche al grande pubblico, quello nazionalpopolare, quello televisivo. Per fare questo, ha la necessità di “ripulirsi”, rivedere il suo personaggio, ammettere gli eccessi ma dare anche un segnale di cambiamento, consapevolezza, maturità. Questo libro si inserisce in questo percorso.

Possiamo vedere Achille Lauro come un eroe potente e cattivo eppure umano di un crime d’ambientazione musicale, cui ci si affeziona come ci si affeziona a Genny Savastano in Gomorra. Poteva diventare un piccolo Libanese di Romanzo Criminale, se vogliamo proprio. Ora è un poeta maledetto, ma non troppo, una specie di Jim Morrison coatto. O semplicemente un peccatore, sul quale esercitare la nostra indulgenza patetica, il nostro perdonismo italiano.

Per un momento penso al superuomo dannunziano per cui vita e arte sono la stessa cosa, lo immagino in un suo personale Vittoriale a godere accidioso di lussi e piaceri, ma non è così, perché probabilmente occupa gran parte del suo tempo alla gestione manageriale di ogni ramo del suo businness. Mentre qualcun altro scrive l’autobiografia per lui.

Vabbè ma alla fine il libro mi è piaciuto?

Ma che ne so. Non molto. All’inizio speravo mi piacesse, perché lui tutto sommato mi sta simpatico e lo seguo con interesse. Ma è un racconto insipido e un po’ noioso. L’unica cosa che trovo davvero bella sono le illustrazioni, tratte da opere di artisti italiani (Matteo Guarnaccia, Desiderio, Alex Folla, Dario Arcidiacono, BO130) ispirati dai temi del libro. Quindi se dovessi consigliare questo libro a qualcuno, gli direi di “guardare le figure”.

Diciamo così: sono soddisfatto non tanto di averlo letto, quanto di aver scelto di leggerlo. Perché bisogna leggere tutto.

Inevitabile quindi la conclusione citando un famoso film:

ANDREA – Il problema non è leggere o meno Novella 2000. Il problema è leggere solo Novella 2000. Chi legge Harmony, così per svago, non è necessariamente un ignorante.
BART – Chiaro che però si sente chiamato in causa.
ANDREA – E mi stanno sul culo quelli che fanno gli schizzinosi quando all’università, o sul treno, vedono uno che – che ne so – uno che legge Sorrisi e Canzoni TV.
BART – Anche a me, ma a me stanno sul culo quasi tutti.


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