tutti fenomeni lunedì
Dischi Pop Rock

Parlami d’amore, Tutti Fenomeni

Ho scoperto Tutti Fenomeni con i primi due album, Merce Funebre e Privilegio Raro. Ho opposto una strenua resistenza, come faccio quando qualcosa mi attrae moltissimo ma mette in pericolo certi paletti da cui non voglio allontanarmi. C’era la pacca synth dei Cani e non poteva essere altrimenti visto che Niccolò Contessa era produttore di quei dischi. Si sentiva uno snobismo cinico alla Baustelle, e Bianconi faceva anche un featuring in un pezzo (meno male cantava nella parte finale così potevo skippare). C’era il senso mirabolante di Battiato – forse anche dei Bluvertigo – di mischiare massimi sistemi con immagini quotidiane, alta cultura con dei sovrappensiero, meccaniche divine con sentimento popolare. Libero dalla retorica e dalla morale, mi seduceva con il fascino del cinico, del Lucignolo, del gelido materialista. Troppo trap per essere considerato indie, troppo indie per essere considerato trap, era perfetto per far abboccare quelli come me. Con un punto di vista borghese, da rampollo d’élite e troppo colto per le masse, Giorgio Quarzo Guarascio – tre nomi come quell’altro famoso di destra – è stato un capriccio, un vizietto, un piacere segreto che mi sono spesso concesso in questi cinque anni, e che ora, con il suo terzo album Lunedì, ho deciso di estrinsecare.

La specialità di Tutti Fenomeni è la morte. Molto di ciò che scrive si ispira alla morte, oppure ai poeti defunti, oppure alla celebrazione del funerale e spiacevolezze del genere; è quasi un’ossessione. Ha uno spiccato umorismo nero ma anche un senso unico per la fine delle cose, che possono essere una separazione, un addio, un commiato. I protagonisti dei suoi namedropping vengono spesso attinti dai morti che affollano sussidiari e libri di testo universitari, tra filosofi, personaggi storici, scrittori come possono essere D’Annunzio, Montale, Dostoevskij. Riferimenti culturali a parte, il personaggio che cita più frequentemente è Berlusconi, trapassato di recente, che ricorre in ciascuno dei suoi tre album, più esattamente nei pezzi Non porto più la pena e Vanagloria, e figura nel video di Parlami di Dio.

Viva la morte, allora, ma questo album sblocca un nuovo tema. L’amore è la novità del terzo album di Tutti Fenomeni. Le tre grandi canzoni del disco parlano di questo. La ragazza di Vittorio fotografa la ricerca dell’amore ai nostri tempi e nell’immediato futuro come mai mi era capitato di sentire: al di sopra del sesso c’è l’intelligenza artificiale che modificherà la nostra ricerca di una compagna o un compagno e, dalle app di dating a quelli che si fidanzano con il chatbot, l’amore sarà un affare sempre più digitale. In Love is not enough posiziona la nostra relazione da qualche parte tra il big bang e l’apocalisse, ci costruisce intorno uno spazio-tempo e un universo newtoniano, è un esercizio molto riuscito per indicarci la piccolezza dei nostri sentimenti in confronto all’immensità… [continua tu]. Vanagloria è semplicemente la più bella canzone d’amore che abbia mai sentito da molto tempo a questa parte, l’ultimo inno itpop, l’imprevedibile slancio di tenerezza che nessuno si sarebbe mai aspettato dal freddo, spregiudicato e beffardo Tutti Fenomeni.

Il momento più controverso dell’album è La felicità del cane, che consiste in un testo abbastanza urticante in cui parla della brutalità del mondo e di sé stesso, e che affida non alla propria voce ma a quella di un bambino (cioè suo nipote). Un espediente alla Vivere la vita di Mannarino ma il risultato è rovesciato, perché in questo caso al bambino viene fatto dire il turpe, l’indicibile. Potrebbe essere considerato il pezzo in cui c’è il Tutti Fenomeni più sincero, che si mette a nudo. Penso che in realtà sia il pezzo più perfido, scaltro e artificioso, perché mette in bocca a un bambino frasi che, se dette dalla voce dell’autore, avrebbero suonato in un altro modo, avrebbero avuto un peso più difficile da reggere per un vasto pubblico di ascoltatori. Penso a parti come “L’Italia si sveglia per andare al lavoro e io sto andando a dormire con il naso sporco di cocaina”, oppure “Mia nonna era femminista proprio perché non sapeva di esserlo e forse è per questo che ha campato cent’anni”. Comunque la vera osservazione che personalmente posso fare è sul sarcasmo conclusivo, “L’unica cosa che conta veramente è la felicità del cane”: ebbene per me è esattamente così, l’unica cosa che conta veramente è la felicità del mio cane, non vedo errori 🙂

Il pezzo che ho fatto più fatica a digerire è Piazzale degli eroi: uscito come primo singolo, svelava il romano in una veste completamente cambiata, non più a cavallo delle tirate synth pop addestrate da Niccolò Contessa, ma adagiato su comode poltrone melodiche arredate da Giorgio Poi, che è il produttore di questo album. Il cambio di sonorità verso tessuti più morbidi si sente, pur non venendo dismessa l’elettronica con cui si è accompagnato fino a oggi. È ufficialmente l’album in cui Tutti Fenomeni diventa un cantante; mai si sarebbe pensato che si sarebbe cimentato nelle evoluzioni vocali di Col tuo nome o nelle linee quasi psichedeliche di Morire vista mare (a proposito di morte…).

Il resto dell’album è bello (chiedo venia se la taglio così ma non è che posso fare la telecronaca di tutti i pezzi), e in fondo anche divertente, con un po’ di avanspettacolo con Mozart, Elon Musk, Pippo Inzaghi, Nico & The Velvet Underground e tutti gli altri. Ma se ti concentri bene è sfibrante, perché è capace di tenere alta l’attenzione senza cali d’intensità, metterti in discussione continuamente, rimpallare il tuo pensiero dal calcio alla filosofia, dal sesso alla psicanalisi, dalla morte all’eternità. La prima volta che ho ascoltato Lunedì dall’inizio alla fine ne sono uscito sfinito, un po’ come la prima volta che avevo ascoltato Canzoni da spiaggia deturpata o Il sorprendente album d’esordio dei Cani, ma, a differenza di questi, in questo caso avevo voglia di riascoltarlo di nuovo. Partito nel 2020 sui ritornelli “Parlami di Dio, Chiara Ferragni”, oggi apparentemente cambia la mira dicendo “Parlami d’amore se m’incontri nell’ascensore”, ma non è meno spietato nel distruggere luoghi comuni e sfidare la realtà con la retorica, con l’abilità del dandy pigro che sa scegliere parole, accostare concetti, dominare ad arte i ritmi della poesia. Tutti Fenomeni è un bugiardo, un manipolatore, una canaglia; si aggira curioso nella musica italiana come un Di Caprio aspirante broker prima di diventare Wolf of Wall Street. Un fenomeno, qualunque cosa significhi.

Lunedì non è solo l’album di Tutti Fenomeni ma anche il giorno in cui aggiorno il canale Telegram dei Concerti a Torino.

Parlami di Instagram se mi incontri nell’ascensore!

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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