La prima canzone di M¥SS KETA che ascoltai era quella che diceva
E poi c’era Donald
L’ho conosciuto a una festa
Pensava solo ai suoi soldi
E io ho perso la testa…
Era il 2018 e all’epoca il noto Donald era il POTUS (si usa ancora questa sigla? Se non sbaglio era l’account ufficiale del Presidente USA su Twitter – ops – X). Che strano pensare a quei tempi, così vicini ma così diversi: un’epoca plastica, sintetica, tutto sommato spensierata. Poveri occidentali ingenui, non conoscevamo ancora pandemie, guerre, dittature, crisi climatiche, prezzi dei concerti triplicati. Scrollavamo l’iPhone per refillare la dopamina, svuotavamo PayPal cliccando sul carrello, ammazzavamo il tempo strafatti di trap. Le tracce spuntavano da sole sulle piattaforme, scritte tutte in capslock. UNA VITA IN CAPSLOCK, diceva la diva dall’identità segreta di cui tutti in Italia parlavano.
Una donna che conta è stata la canzone con cui M¥SS KETA mi conquistò. Il suo personaggio, che all’esordio era irresistibile, da allora è rimasto unico e senza paragoni. Indecifrabile come il simbolo dello yen ¥ che uff ogni volta devo copiaincollare, si presentava come un’arrivista spregiudicata che si muoveva nella Milano fitta di trame oscure e intrighi di potere, tra sesso, soldi, cocaina, festini, moda. La canzone in questione era costruita in maniera scaltra: alludeva ai vip coi nomi di battesimo, pur senza far cognomi si capiva chi fossero Silvio, Lele, Belen, Maddalena & Elisabetta e tanti altri. Ogni strofa corrispondeva a un decennio recente; la strofa su Donald non parlava degli ultimi anni, ma degli anni ’80, quelli della sua ascesa come imprenditore.
Nel nuovo album M¥SS KETA riesce a replicare questo effetto in un nuovo party orgiastico aggiornato agli anni venti. La canzone è Cafonal e in scena ci sono i politici italiani di oggi; costante fissa rimane Silvio a benedire dall’alto. Stavolta i riflettori non sono tanto su di lei ma sullo spirito del tempo: “we don’t want no stress”, canta il ritornello, con la leggerezza edonista di una Sabrina Salerno delle estati più calde. Lo zeitgeist degli anni ‘80 non era in fondo semplice voglia di evasione, proprio come oggi? Sì, ma in questi anni ’20 c’è qualcosa che si incrina. Godiamo con odio, ostentiamo il cinismo, vogliamo schiacciare l’avversario. Questi piaceri violenti avranno una fine violenta, citando Westworld che cita Shakespeare, ma non voglio perdermi nei miei pensieri; voglio solo dire che anche la regina di Porta Venezia sembra incrinare il suo personaggio con una scheggia di cattiveria.
M¥SS KETA è un po’ più “stronza” di prima. Il nuovo album inizia con una traccia, Lei, che è uno strale di ostilità verso una alter-lei. Nevrotika, Vendetta, certi titoli già parlano da sé. In Vogliono essere me il peccato è l’invidia, cliché del rap e derivati. Divorziata è uno dei pezzi più intriganti del disco, in cui la cantante è alle prese con la nuova vita da single tra palestra e tribunale, con l’intenzione di distruggere l’ex marito: “questa stronza ti rovina”, ognuno può figurarsi il suo divorzio di riferimento, tra quelli appartenenti alla propria vita o a quella dei vip, Ferragnez compresi. Le sue ultime parole del disco, mentre si affaccia su Milano in Stronza con vista, sono “io te lo giuro sarò il tuo tormento”, e sembra lo stia sussurrando non a un destinatario incastrato nei suoi pensieri, ma proprio a te che stai ascoltando.
Ci sono anche momenti più solari come Myss Keta ❤️ Pegaso, storia sognante e queer, 160bpm, omaggio a Gigi D’Agostino, It Girl, viaggio al centro del vuoto del consumismo. Ma i pezzi più forti sono quelli in cui c’è, se non del veleno, almeno dell’amaro: il sarcasmo raggiunge i livelli più interessanti in Les Miserables, che ironizza senza pietà su influencers e wannabe star del palcoscenico digitale. La punta di disprezzo nel chiamarli “miserabili” sembra più che semplice snobismo, ed è la spezia che rende questo album più saporito di quanto potevi aspettarti.
L’album si chiama semplicemente . , il segno di punteggiatura più passivo-aggressivo che esista (soprattutto se messo al termine di un post o di un messaggio whatsapp, cosa che chissà come mai riesce a essere così irritante). In copertina M¥SS KETA è accomodata su un’auto rossa, una “Punto”, appunto: un lampo di humor che stempera un album con meno divertimento e più emotività del solito.
È un album asciutto, 27 minuti, tutti pezzi riconoscibili e pochi riempitivi. Va dritto al “punto” senza troppe parentesi. Due tracce in più sono riservate al vinile. Fortunatamente non ci sono featuring (a parte quello con l’attrice Vera Gemma) e infatti non ci si annoia. Anche stavolta è interpretato con molto rap e poca melodia: il marcato accento milanese è fatto per essere parlato, non cantato, e sta alla grande su sonorità che girano intorno all’elettronica da club. La produzione di questo quarto album è sempre per la maggior parte di Stefano Riva, che insieme ad altri creativi e alla stessa M¥SS KETA fa parte del Collettivo Forlanini che ha creato il personaggio.
L’immagine della diva è più “ripulita”, senza particolari riferimenti a droghe e vizietti su cui batteva molto agli esordi. Tutto ciò che perde in trasgressione, lo guadagna in una sorta di brama di rivalsa. Un riflesso di trasparenza sembra insinuarsi tra il velo della maschera, per la prima volta, poi va subito via. In una scena urban in cui molti nomi sono indistinguibili tra loro, la misteriosa bionda è sempre inconfondibile: ancora “pazzeska”, “scandalosa”, numero 1 in spirito e provocazioni illuminanti, ma anche molto più “bad bitch” di ieri. M¥SS KETA rimane specchio dei tempi anche quando cambiano: ora c’è da raccontare la disumanità nuova, più nervosa e impaziente nell’appagamento dei desideri sempre più animaleschi, più dura e selettiva nel raggiungimento di estasi sempre più artificiali. Sono sicuro che la donna che conta continuerà a contare anche in questo decennio, tra quelli di Donald il più oscuro.
Anch’io, come tutti i miserables, sono su Instagram!


Andrà anche lei a Sanremo a fare un duetto con qualche cantante anziana tipo Tying Tiffany o Violetta Beauregarde?
Era già andata, duetto con Elettra Lamborghini, cover “Non succederà più”. Non succederà più?