Quelli che fanno il post-punk non erano ancora nati quando c’era il post-punk. Allo stesso modo i Nation Of Language non erano ancora nati nell’età d’oro del synth-pop, il genere che riportano in auge a quarant’anni dai suoi fasti. La band di Brooklyn, sin dall’esordio nel 2020, privilegia tastiere, riverberi, drum machine, per illuminare canzoni di umorale malinconia. L’autore principale Ian Devaney dice in un’intervista su Rockerilla che, dopo aver sempre scritto musica per chitarra, riscoprendo Human League e New Order ha pensato: «“voglio vedere se riesco a scrivere delle canzoni usando dei suoni così strani”, e così ho imparato a usare i sintetizzatori.»
Ian Richard Devaney e Aidan Noell – coppia artistica (e anche nella vita) si direbbero degli autentici nerd appassionati di synth d’epoca, di quelli che quando tocchi un tasto ne senti il soffio, il respiro. Insieme al bassista Alex MacKay si ispirano all’essenzialità sintetica della “vecchia” new wave; ai tempi sarebbero risultati tipici, oggi sono riconoscibili. Quando la catastrofe nucleare si abbatterà sulla Terra e nell’era post-apocalittica verrà ritrovato un loro antico vinile – qualsiasi dei quattro pubblicati – gli studiosi non avranno dubbi a datarlo agli anni ‘80.
Ma quest’ultimo Dance Called Memory ha qualcosa che, rispetto ai precedenti, lo porta al di fuori del canone classico. La voce di Richard Devaney talvolta si spoglia del riverbero anni 80 e si mostra nuda, labbra vicino al microfono, confidenziale come non aveva mai provato a essere. Ci sono diverse chitarre, in un modo che dà la sensazione che certi pezzi siano stati scritti strimpellando una chitarra e non pacioccando una tastiera. E poi, semplicemente, l’etichetta per cui esce il disco non è più la PIAS, ma è la Sub Pop, nota non certo per i sintetizzatori eleganti, ma per la tradizione di chitarre pesanti. L’album, come il precedente, è prodotto da Nick Millhiser (Holy Ghost! e nella live band di LCD Soundsystem).
I Nation Of Language hanno un romanticismo algido che non si scioglie mai davvero. Non sono loro che vengono da te, ma tu che devi andare da loro. Eppure l’attrazione la senti, e ti ci abbandoni già al primo pezzo: Can’t Face Another One è lo spleen cosmico che ti abbraccia ogni 8 del mattino, ogni lunedì della settimana, ogni 1 gennaio dell’anno; il ritornello “I don’t wanna break my fall” è la bandiera bianca che meriti di sventolare nei momenti in cui di forze non ne hai più. Un altro che si fa ascoltare e riascoltare è Silhouette, l’allucinazione, il miraggio, l’illusione di vedere la persona che ti manca, e lo stacco di un accordo in minore ti dà la scossa di questa improvvisa apparizione. Tra le canzoni più belle c’è l’ultima dell’album, Nights Of Weights, la chiusura ideale della giornata iniziata dieci pezzi prima, una ballad lacerata dall’assenza che non sei riuscito a risolvere, e che ti fa sentire vuoto con un peso dentro.
Fantasmi del passato, complicità perdute, addii e abbandoni sono le presenze-assenze che infestano queste canzoni. Now that you’re gone, “ora che sei andata ho tanta paura”. In I’m not ready for the change rivivi il panico di quando sei completamente impreparato a una separazione e ad affrontare una nuova vita. Inept Apollo vola nello Spazio per rappresentare la distanza e la solitudine, in modo più personale e introspettivo rispetto agli astro-classici di Bowie o Elton John; Can you reach me? è il suo controcanto sotto forma di coro sulla distanza tra le nostre vite. Under the water e In your head, l’una senza ritmica e l’altra molto sostenuta, completano un album di indole introversa, che si svela gradualmente, prima con il raggio di sole di qualche morbido gancio melodico, poi con la pioggia umida di solitudini nuove da abbracciare.
La “danza chiamata memoria” dei Nation Of Language è il sentimento del mondo che amavi nel momento in cui muta per sempre, della persona che volevi nel momento in cui non ti vuole più, del tempo che ti sfugge dalle mani quando non puoi più afferrarlo e riportarlo indietro. È synth-pop pulsante che non sai più ballare, perché ti perdi nei ricordi ancora vivi di intese svanite. Una tela infinita di nostalgia, da tessere e disfare, e tessere ancora. I tramonti del nostro autunno ci fanno sentire sempre più vulnerabili, a girare intorno alle solite storie: è da anni che i newyorkesi cantano il loro pezzo storico September again, e anche stavolta la stagione è la stessa.
Avevo visto dal vivo i Nation Of Language l’anno scorso a Ypsigrock e a Todays.
E infine ecco la solita riga in cui dico che ho la pagina Instagram e il canale Telegram dei Concerti a Torino 😉


Li ascolterò. Il disco di due anni fa lo chiesi al negozio e, dopo continui rinvii, ci rinunciai.
Ricordo che l’avevi detto. E poi c’è il loro primo album che è introvabile. Boooh!
Ora aspetto da mesi l’ultimo degli Stereolab.
Disco che mi sta piacendo molto, come getting killed dei geese (la voce mi ammalia). New York butta bene in questo periodo
Quello dei Geese l’ho iniziato oggi. “Taxes” la abbraccio completamente 🤗
[…] ha pubblicato Dance Called Memory e poche settimane fa mi ha reincuriosito questa bella recensione qui e stavolta il ciddì mi è arrivato in breve tempo. I Nation Of Language fanno synth pop dicendo di […]