maruja pain to power
Dischi Pop Rock

Trasformare la rabbia in amore: la cura dei Maruja

Ora che il mondo sta precipitando in un abisso senza fondo, il ruolo degli artisti è doppiamente importante. Ogni parola, ogni presa di posizione, ogni atto simbolico o concreto dà voce alla grande quantità di persone che vogliono la fine di guerre, invasioni, massacri. Alcuni artisti internazionali stanno diventando voci di riferimento per il loro esporsi esplicito contro il genocidio di Gaza: tra questi Massive Attack, Fontaines D.C., Godspeed You! Black Emperor, senza contare quelli come Roger Waters che da una vita sostengono questa e altre cause.

I Maruja possono diventare una nuova voce credibile a cui senti di affidarti. Pain To Power è il primo album vero e proprio del quartetto di Manchester, dopo una serie di singoli ed EP pubblicati in dieci anni. Il titolo è già un manifesto, “turn pain to power” è un’espressione che usano più volte nel disco. I testi parlano di oppressione, capitalismo, abusi dei poteri politici ed economici, che creano un mondo sempre più diseguale e disumano. Ma allo stesso tempo immaginano una via d’uscita, che parte dall’autoconsapevolezza della ricchezza umana di ciascuno di noi: trasformare la sofferenza in potere è possibile. Le differenze ci rendono bellissimi, come dicono in Saoirse, parola che in gaelico* vuol dire libertà, “qualcosa che stiamo vedendo negare con violenza al popolo palestinese”, come ha detto la band, che più volte getta un ponte ideale tra Irlanda e Palestina. 

Il disco esce per Music For Nations, etichetta tradizionalmente metal, genere da cui gli inglesi sono distanti ma non troppo. Dal free jazz al noise, passano da una lucida furia a un’ancestrale temperanza. Imboccano una via parallela alla “rage” dei Rage Against The Machine, con cui i Maruja hanno molta affinità: la protesta politica e sociale si esprime con l’incalzante voce rap (Harry Wilkinson) unita alle robuste strutture di basso e batteria (Matt Buonaccorsi e Giacobbe Hayes). Ai tempi, per pezzi come Bloodsports, Break The Tension o Trenches, si sarebbe detto “crossover”.

A caratterizzare il suono dei Maruja è il sax (Joe Carroll), strumento peraltro protagonista dell’attuale onda conservatorio-punk dai Black Country New Road agli Squid, che in questo caso sale in primissimo piano, e riporta alla mente un’altra perla degli anni ‘90, i Morphine. Da Cure For Pain a Pain To Power, insomma. In questa insalata di definizioni, tanta voglia di aggiungere la parola post-punk, ma ne rovinerebbe il gusto; soltanto la R arrotata alla Sex Pistols in alcuni versi è uno dei rari dettagli che richiamano l’eredità del punk vero e proprio. 

I Maruja hanno due anime, fatte l’una di potenza e l’altra di dolcezza, che danzano insieme senza prevalere l’una sull’altra. Look Down On Us è un pezzo enorme che le contiene tutte e due, una suite di dieci minuti che brucia di istintiva rabbia contro la manipolazione delle masse e le ingiustizie a cui voltiamo le spalle, per approdare a una trasformazione, una rivoluzione personale verso l’amore come elevazione interiore e connessione universale. Una sinfonia conscious fantastica, tra King Crimson e Kae Tempest. Anche Born To Die e Reconcile sono flussi di coscienza che arrivano più o meno a dieci minuti, senza il minimo interesse ad assecondare tempistiche classiche.

Dal vivo, allo stesso modo, riflettono la doppia identità: ci sono pezzi devastanti in cui cercano la fisicità del pubblico e incoraggiano il mosh, e altri più espressivi con Wilkinson che imbraccia la chitarra e modula la voce in un canto intimo e nudo. A Ypsigrock 2025 sono stati una travolgente rivelazione.  

Le canzoni dei Maruja hanno il pugno chiuso e il cuore aperto. Pongono l’individualità dentro al mondo e la mettono in armonia con l’umanità. Danno voce alla rabbia che non sai urlare, ma anche carburante alla fiducia che non vuoi abbandonare. Immaginano un futuro luminoso oltre il presente oscuro. Zaytoun, parola araba che indica gli ulivi palestinesi e un quartiere di Gaza, è probabilmente usata come simbolo di resistenza, e forse anche di pace e speranza? Sta a noi immaginarlo, poiché il pezzo che ne prende il titolo è strumentale. C’è un altro pezzo strumentale che è molto bello e, personalmente, è stato il primo che ho ascoltato dei Maruja, The Tinker; non è compreso in questo album ma per me ha un significato speciale, perché senza usare parole mi ha introdotto a una band di cui amo le parole. Musica di speranza, amore, libertà.

* A proposito di gaelico, un anno fa avevano fatto uscire un EP chiamato Tír na nÓg, mito irlandese della terra dell’eterna giovinezza e felicità, con quattro tracce strumentali improvvisate chiamate 1, 2, 3 e 4 (Aon, , Trí, Ceathair). Un altro mito celtico è richiamato dal titolo di un altro EP, Connla’s Well. Il sassofonista Joe Carroll ha origini irlandesi; degli altri non sono riuscito a trovare info.

Qui sempre il mio Instagram. Qui il canale Telegram dei concerti a Torino, dove tra l’altro un paio di settimane fa avevo parlato del film sui Kneecap, altri ragazzacci irlandesi che rappano in gaelico e alzano un po’ la cresta su Palestina e altri temi da grandi. In prigione!

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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