monitor festival torino
Pop Rock

Monitor, il festival nuovo che c’è sempre stato

Monitor non è Todays e non è Spaziale, i due festival di cui raccoglie idealmente l’eredità, eppure l’atmosfera resta la stessa, non servono nomi per riconoscerla. Il nuovo festival realizzato da Gianluca Gozzi, Gabriele Sinatra e tutto lo staff di Spazio211, riporta a Torino un appuntamento fisso per chi segue la musica indipendente e internazionale in modo appassionato e piuttosto esigente. L’acronimo Monitor (Mondo, Italia, Torino) suona un po’ algido, ma l’allusivo claim “a 2-days festival” stuzzica l’appetito dello zoccolo duro delle estati precedenti, chi vuol capire capisce.

Finita l’era del festival pubblico cittadino, imploso per gli autogol di inadeguati amministratori comunali, Spazio211 riparte da un festival meno blasonato nella line up e meno partecipato a livello di pubblico, ma che risveglia le emozioni di tutti coloro che hanno quasi solo questa oasi in Piemonte dove trovare la musica indie che arriva dall’estero. “What to do with all this love?” recitano le mail promozionali. Gli organizzatori conoscono il loro pubblico e annusano nell’aria il desiderio che questo tipo di manifestazione continui.

Oltre a conoscere il pubblico, sanno coccolarlo e rispettarlo. È un evento che ti fa stare bene, dove tutto è umano, raggiungibile, per tutti. Chi si accomoda sull’erba, chi si butta nella bolgia, chi si fa una foto con le band. Puoi mangiare a prezzi popolari. Puoi bere senza complicazioni di token o regole sui bicchieri. Puoi comprare il biglietto a prezzo fisso su Dice senza costi nascosti. Zero ansie o tattiche marketing. Tutta la serenità del mondo. Certe cose sembrano così naturali, eppure non è mai scontato. Una mia amica pubblica una storia in cui dice che si sente a casa. Penso che Spazio211, anche se si trova in una zona difficile della città, è una casa in cui ti senti al sicuro.

Le distanze si accorciano anche tra pubblico e artisti. Arooj Aftab durante il set fa portare le birre agli spettatori in prima fila in transenna. Charlie Steen e gli Shame spuntano tra il pubblico a vedere suonare Richard Dawson. Anche Gia Ford si fa un giro sotto palco: è la bionda di spalle nella foto qui sopra, che dopo il suo set scatta una foto ricordo. Gli Yīn Yīn, mentre il batterista si sbatte in un assolo di dieci minuti, dietro gli amplificatori si fumano una 🌿.

In tema musica, proprio gli olandesi Yīn Yīn sono la scoperta che molti ricorderanno di questo festival, un cocktail funk tropicale che sale gradualmente di gradazione fino a un irresistibile finale. Beniamino del pubblico è il britannico Richard Dawson, seduto con un tutore alla gamba per la rottura del tendine d’Achille, gioviale e generoso nelle sue divagazioni chitarristiche dalla tecnica totale che, senza effetti speciali, lo rendono quasi una one-man band. La pakistana Arooj Aftab spande un’atmosfera soul jazz che crea un abbinamento insolito e inaspettato con la sua divertente ironia tra un pezzo e l’altro. L’inglese Gia Ford si presenta in versione duo chitarristico, non ha la spinta full band ma fa risaltare le luminose melodie delle canzoni. Più o meno opposta la connazionale Luvcat, dark lady dal romanticismo gotico e sensuale. Agli italiani – The Cherry Pies Maria Chiara Argirò – sono riservati i primi slot pomeridiani, il grosso del pubblico deve ancora arrivare, ma chi c’è si gode un buon gruppo torinese e una promessa internazionale della scena elettronica.

E poi gli Shame, l’attrazione più attesa. Rappresentano un cerchio che idealmente si chiude dopo l’esibizione incredibile del 2021 a Todays, in piena pandemia, davanti a un pubblico costretto e irreggimentato nei posti a sedere eppure completamente stregato dall’emozione di assistere all’esibizione di una band da oltremanica dopo due anni di lockdown. Stavolta non ci sono restrizioni e Charlie Steen si lancia due volte sul pubblico. Suonano diversi pezzi dell’album che uscirà a settembre, che si chiama Cutthroat, e chissà se il tagliagole ha qualche riferimento con il collarino da prete che cinge il collo del frontman nel suo nuovo look con bretelle sui capezzoli. Quasi dieci anni dopo One Rizla, canzone-simbolo dell’attuale ondata post-punk inglese, rimangono i Peter Pan della scena, autentici, diretti, immarcabili.

Piccola quisquilia personale: non pogo mai perché ho un problema a una gamba (legamento crociato anteriore rotto) e l’ultimo vero pogo che mi sono concesso è stato nel 2010, sotto un diluvio biblico al Miami, per il Teatro degli Orrori. Quindici anni dopo, per il concerto di una delle mie band preferite, me ne sbatto, mi butto nella bolgia, mi dò completamente. Voglio dire questa cosa proprio agli Shame, dopo il concerto, incontrandoli al banco merch. In quel momento mi passa di mente, e ci sta, cosa vuoi che importi delle mie due operazioni all’LCA sx a uno che ogni sera cammina sul pubblico come Gesù sulle acque. Ma resterà parte di quelle piccole e trascurabili cose importanti che non dimenticherò.

La musica racconta la mia vita e alla musica voglio raccontare la mia vita. Sono felice di aver partecipato a un evento che ho atteso a lungo, e spero che una nuova tradizione cui non mancare sia appena nata. Intanto arriva agosto e, per la prima volta dopo molto tempo, in città non accadrà nulla. Torino, in punizione tutta l’estate!

monitor festival spazio211 torino

Questo articolo l’ho pubblicato inizialmente su Substack, per provare una cosa nuova che usano tutti

E poi ci sono le altre solite cose, Instagram e il canale Telegram Concerti a Torino

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

Potrebbe piacerti...

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.