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Live Report Pop Rock

Il post più freddo

Nato nel ‘79 suonavo in due o tre gruppi di musica datata e avevo un blog: la canzone Velleità sembrava cucita apposta su di me. All’inizio i Cani mi fecero incazzare perché mi colpirono nel vivo. Furono l’onda devastante che nei primi anni dieci rese improvvisamente antiquata buona parte della scena alternativa che seguivo. Ora ho solo più il blog, mentre per quanto riguarda la musica datata, forse chi ha scagliato la prima pietra non è senza peccato?

Il ritorno dei Cani dopo molti anni, su disco e dal vivo, spicca tra i mille ritorni che ogni anno avvengono, tra reunion, celebrazioni, ventennali e trentennali vari. Sono andato al concerto della mia città* per pura FOMO. Non ho resistito al richiamo dell’evento da non perdere. Ma ho anche voluto vedere se, una decade dopo, il conto in sospeso si può chiudere, o se ci sono ancora tutte le ragioni del mondo per ignorare un artista adorato da tutti ma che per quanto mi riguarda non ha mai toccato corde che mi emozionano. Freddo, algido e digitale, questo tentativo di autoanalisi nasce in mezzo a duemila persone in festa, pianto e gioia, in una qualunque delle date del tour più celebrato di questo autunno 2025.

Come me, tante altre persone mai state seguaci, ma con una curiosità insaziabile o una voglia irrefrenabile di presenzialismo, non si sono fatte scappare l’occasione. Per non parlare dei fan veri e propri, che si sono mobilitati in massa. Qualunque sia la città in cui l’hai visto, l’onda di attesa si sentiva arrivare già giorni prima. Le stories dei live precedenti facevano venire l’acquolina, l’appetito, lo sbrano. I gruppi Telegram traboccavano di persone in cerca di biglietto o di passaggi in macchina o di posti in cui stare la notte. Arrivato alla location del concerto saggiavi la realtà concreta del tutto esaurito: code per entrare, code per il guardaroba, code per il bar, code per il merch, tutto questo in un clima di famelica attesa. La tentazione è farsi contagiare, anche se di questo culto sei un semplice turista. L’atmosfera ti fa riflettere vibrazioni positive, ti accende un fuoco nella pancia. Si dice che nasci incendiario e muori pompiere; io sono entrato da pompiere, col rischio di uscire da incendiario.

Questi concerti sono stati una liberazione. Le persone non ce la facevano più a non vedere un concerto dei Cani. Tanti hanno rivissuto la propria epoca, quella dell’indie nel senso di indie, di Diesagiowave, di Facebook, degli ultimi festival gratis. Tanti altri hanno scoperto i tre album “classici” negli ultimi anni, quelli dell’assenza dalle scene; sanno le parole a memoria e gli mancava solo dare un corpo alle canzoni dei dischi e fare un bagno in questa umanità. C’è un pubblico di giovani del 2000 che vede Contessa come un profeta e non vedeva l’ora di partecipare a questo rito. Il concerto assorbe completamente tutte le persone, fino alle ultime file, nelle quali il mio ruolo da grinch mi impone di collocarmi. Guadagno qualche metro infilandomi con la birra in mano sgocciolando sulla gente, che non se ne accorge, perché ogni prima nota di un pezzo è un boato.

Le canzoni vecchie sono quelle che fanno più breccia, questo è scontato. Senza nulla togliere al nuovo album che ha una sua ruvida personalità, certi inni come I pariolini di diciott’anni, Le coppie, Corso Trieste, Il posto più freddo, sono oggettivamente dei classici. Non so se potranno diventarlo anche i nuovi pezzi. La prima volta che ho ascoltato il nuovo album dei Cani mi è sembrato il migliore che avessero mai fatto. La seconda volta che l’ho ascoltato mi è sembrato il secondo più bello. La terza volta che l’ho ascoltato l’ho messo al terzo posto. La quarta volta l’ho ascoltato in questo concerto e [continua tu].

Mi ha fatto effetto sentire parlare Contessa sul palco, per le presentazioni della band, non pensavo avesse quella voce lì (una voce normale, solo non riuscivo a immaginarla). Sul palco la sua silhouette allungata e liscia, la figura nascosta in penombra oppure il profilo chino sopra le tastiere, sono una sagoma familiare e iconica che sostituisce il fatto che il suo viso non l’hai mai visto davvero bene. Sin dell’esordio, quando suonava con un sacchetto di pane in testa, fino all’epoca dell’affermazione, in cui ha abbandonato i social, non ha mai amato la sovraesposizione personale. Se un tempo questo poteva sembrare una bizza passivo-aggressiva, oggi sembra quasi un atto rivoluzionario, nell’epoca in cui se non sbatti la faccia su Instagram non sei nessuno. Nelle stories tutti taggano per sbaglio @icanisofficial, che è un’altra cosa; un abbraccio a tale Canis, che in questi due mesi riceve migliaia di tag al giorno per un successo che non riguarda lui. 

C’è stato uno stage diving, che è stato il più pudico che abbia mai visto. (Non mi sarei mai immaginato uno stage diving di Niccolò Contessa, ma è successo anche questo). Prima dell’ultima canzone, Lexotan, ha chiesto di non usare i telefoni, forse per “proteggere” l’atto che stava per fare, o forse semplicemente per essere sicuro che le persone non avessero le mani occupate e potessero quindi sorreggerlo. Si è abbandonato al mare di pubblico senza la spavalderia della rockstar, ma con la timidezza incerta delle persone normali. È stato un momento autentico, vero, molto emozionante, e sono obbligato a tenerne conto anche in questa cronaca che ho deciso essere più fredda possibile. 

Spenta la mia scintilla di emozione ritorno alla gelida analisi. Ripenso agli anni dieci, quelli di Il sorprendente album d’esordio, Glamour, Aurora, e alla fiera ostilità conservatrice con cui guardavo questo fenomeno espugnare il cuore e la pancia del pubblico che un tempo stava dalla mia parte. Le mie labbra serrate si sciolgono in un accenno di sorriso. Mentre un tempo la musica dei Cani è stata il travolgente presente che spazzava via la scena alternativa, oggi vissuta dal vivo ha molto di celebrativo, è per forza di cose il sentimento del passato, in un certo senso è “morta” e il titolo del nuovo album Post Mortem è sardonicamente azzeccato. Per la prima volta Niccolò Contessa si trova a essere la retroguardia. Il momento è ottimo perché l’avanguardia non c’è. 

Comunque credo che il musicista romano sia nella fortunata posizione di poter essere anche oggi una voce di riferimento sia per le generazioni dei giovanissimi che per quelle degli over40 come te. È una posizione di anzianità ma non vecchiaia, con l’equilibrio migliore tra maturità e ispirazione, e il tesoretto di autenticità artistica che gli è stato sempre riconosciuto. Ora c’è curiosità di sapere come proseguirà la cosa, se con qualche altro concerto e stop, oppure con una ripresa a pieno regime dell’attività compositiva.

All’indomani di questi concerti, non credo riprenderò le ostilità di un tempo. Anzi, potrei fare una cosa disonesta: appropriarmi fuori tempo massimo di una musica che non ho condiviso, di un passato che non ho respirato, di una poetica che non ho amato. “Anche se non fosse amore, non per questo è da buttare, com’è logico che sia.”

* Cioè Torino (il concerto era a Teatro Concordia di Venaria), comunque penso abbiamo visto tutti uno spettacolo molto simile. 

Il canale Telegram dei concerti a Torino.

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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4 commenti

  1. Neanche sapevo che si fossero sciolti. Ho solo Glamour e l’ultimo pezzo è quasi orribile.

    1. Non c’è stato uno scioglimento vero e proprio, semplicemente credo abbia messo in pausa la cosa

      1. Altro che musica datata, la bonus track che chiudeva “Glamour” era roba da Luciano Rossi ai tempi di “Ammazzate oh”.

        1. Detto da profano, hai beccato l’album che secondo me è il meno forte di quelli là. (Poi un affezionato potrebbe avere opinioni diverse, non so)

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