Norwegian Blues: non è mai troppo tardi

Tutti sognano di fare i cantanti, nessuno sogna di fare il produttore. Tutti vogliono il tormentone pop, nessuno ha voglia di canti spirituali. Tutti pensano ai giovani, nessuno pensa agli ottantenni. Ebbene, in “Norwegian Blues” il protagonista è un produttore, alle prese con musicisti di ottant’anni, con alle spalle una carriera fatta di dischi di canti spirituali. La materia dunque è anomala, pochissimo cool, e in parte tratta da episodi nella vita di Levi Henriksen, autore di questo romanzo.

È la storia di Jim, un produttore in crisi, sfiduciato, senza più stimoli. Per caso, nei postumi di una sbronza, rimane folgorato dal coro dei tre anziani fratelli Thorsen. L’unica cosa che conta per lui, d’ora in poi, è produrre un loro album.

Era destino che leggessi questo libro, perché me lo ha consigliato Andrea Sirna “Pennywise”, e perché un giorno mi trovavo a Roma a “Più Libri Più Liberi”, dove l’editrice Iperborea aveva organizzato una presentazione con l’autore, intervistato da Federico Guglielmi. La chiacchierata è stata interessante e a tratti divertente, ci ha svelato una bella serie di chicche che stanno dietro alla trama e che piacciono a chi è “addentro” alla musica. Appena finita mi sono scritto qualche appunto per non dimenticarmi nulla. Magari può essere utile a chi vuole iniziare questo romanzo, o saperne di più dopo averlo letto. Anche perché a me questo incontro ha fatto venire una gran voglia di leggerlo, e sono molto contento di averlo fatto.

Levi Henriksen parla in inglese, ha una camicia disegnata da fiori e palme, e risolve le domande con l’ironia felina di chi sorride appena. È un attimo immaginarsi visivamente lui nei panni del protagonista, un produttore che lavora ai dischi delle solite band promettenti che promettono e basta. Dicasi produttore: quello che registra materialmente i brani, che dà un tocco agli arrangiamenti, una direzione alle canzoni. Come Rick Rubin, il più famoso del mondo.

A ispirare il personaggio del protagonista, infatti, è anche Rick Rubin, nel modo in cui aveva risollevato Johnny Cash nel momento più buio della sua carriera. Rubin aveva insistito per lavorare con il sessantenne Cash e incidere un nuovo disco, anche se il cantante si sentiva finito e non era nemmeno convinto dell’idea (“Rick, sono vecchio e stanco, cosa vuoi che faccia per te?” “Voglio che fai le canzoni di Johnny Cash!”). Da quell’album con Rubin, “American Recordings”, per il cantante americano iniziava una nuova giovinezza artistica.

Ci sono altre due ispirazioni che Levi Henriksen trae dalle sue esperienze per creare i personaggi. Uno è l’ex produttore della sua band, che deluso dall’ambiente musicale ha scelto di ritirarsi a vita privata. E per quanto riguarda i personaggi dei tre fratelli Thorsen, l’autore si ispira alla madre, che insieme alla sorella e al fratello cantava in un coro. “La mamma: ciò è molto italiano” scherza.

Levi Henriksen è scrittore norvegese ma anche musicista. Dunque l’ambiente musicale e tutto ciò che gira intorno è un mondo con cui ha molta confidenza. Per esempio, c’è un capitolo che descrive un incontro con i boss discografici, che pensano solo alle campagne pubblicitarie (momento del romanzo davvero divertente) e non è il classico luogo comune, ma un’esperienza realmente vissuta dall’autore.

Il libro è pieno di riferimenti ai grandi del rock. Henriksen li ha inseriti, dice, anche per mettere alla prova il suo editor e vedere quanti gliene avrebbe passati. Nel testo finale ne è stato scartato solo uno, che alludeva all’inizio troncato della registrazione di “Like a hurricane” di Neil Young. Ma tutte le volte che nel racconto Timoteus Thorsen fracassa il mandolino sul palco, quello è puro Pete Townshend degli Who. Skogli, luogo immaginario ricorrente in tutti i suoi romanzi, è una traduzione norvegese di Forest Hills, cioè dove sono nati i Ramones. “We are ugly but we have the music”: già dall’epigrafe c’è Leonard Cohen che introduce il contesto giusto.

L’unica allusione che non è di sua responsabilità è il titolo italiano: “Norwegian Blues” (che rimanda evidentemente a “Norwegian Wood” dei Beatles, e ancora di più a “Norwegian Wood / Tokyo Blues” di Haruki Murakami) non è la traduzione del titolo originale. Il titolo norvegese è “Harpesang”, canto con l’arpa. Ma Henriksen dice che Norwegian Blues può funzionare come “etichetta” di ciò che è il romanzo. Non so se in cuor suo sia entusiasta della scelta…

Parentesi: penso io, sempre in quanto ai riferimenti rock, che fanno simpatia alcuni refusi che trovo nelle note del traduttore. Ian Andersen degli Jethro Tull (invece di Ian Anderson) mi fa pensare a allo scrittore di fiabe danese. E alla nota su Marc Bolan (1847-1977 per incidente stradale) rimango suggestionato dalla ragguardevole età di centotrent’anni per morire di una morte nemmeno naturale. Senza l’incidente quanto sarebbe vissuto il leader dei T-Rex? Duecento anni?

Chiudo la futile parentesi (un contorno che mi ha divertito) anche perché ciò che conta è la storia. È chiaro immediatamente che, pur con i tanti riferimenti musicali, è una storia umana, più che discografica. Punta in alto, all’anima, a un’evoluzione in positivo dei personaggi, sempre più spirituale come il canto dei fratelli Thorsen. L’autore dice che, tra i tanti romanzi che ha pubblicato, questo è quello uscito di getto, in poco tempo, perché aveva tutta la vicenda già chiara in testa.

Levi conclude raccontandoci di un suo amico dell’università, di quarant’anni più vecchio, mai stato con una donna, che a settant’anni si innamora di una amica che aveva conosciuto da piccolo e poi ha ritrovato in tarda età. Una storia d’amore nata tardi quando pensava che mai e poi mai avrebbe amato una donna in vita sua. Ed è questo il messaggio che sta dentro a tutto il romanzo: non è mai troppo tardi, nella tua vita, per arrivare a quello che cerchi.

Dopo la presentazione, mi aggiudico l’ultima copia disponibile del libro. L’autore è al banchetto a firmare con dediche, e gli chiedo di scrivere qualcosa tratto dalle canzoni del suo progetto musicale. Ma mi fa giustamente notare che scritte in norvegese sarebbero molto ostiche. E allora…

– What’s your name?

– Paolo, like Paul…

– Like “Paolo Rossi”??

– Yes…!

Alla fine, ecco cosa mi ha scritto. Io sono Paola. E lui è il bassista nel gruppo di cui sotto.

norwegian blues iperborea

E questi?

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