umberto maria giardini
Live Report Pop Rock

Una sera al concerto di Umberto Maria Giardini

Affronto il mio primo concerto dell’anno un po’ come si affrontano i primi dischi dell’anno, con quel diligente ottimismo tipico dei primi giorni di scuola. Sai no? “iniziare col piede giusto”. Vuoi ascoltare un po’ tutto e farti un’idea completa, vuoi stimolare la tua curiosità intellettiva dopo il felice nulla neurale natalizio, desideri entusiasmarti già subito per cose che ti piace pensare (spesso sbagliando) che resteranno fondamentali nel tuo futuro bilancio del 2024. 

Ma non corriamo troppo e torniamo al 2023: a dicembre esce Mondo e Antimondo di Umberto Maria Giardini, che fa parte della categoria di album che, uscendo a dicembre, vengono completamente ignorati dalle classiche classifiche di fine anno. Sia di quelle dell’anno in corso, perché sono appena uscite, sia quelle dell’anno successivo, perché non corrisponde l’anno di validità. Questo secondo me è l’album per cui le classifiche andrebbero rifatte, perché merita un posto tra le cose rilevanti uscite in Italia l’anno scorso. E credo meriti un posto speciale anche all’interno della stessa ormai lunga discografia del cantautore marchigiano che, tra la prima parte della carriera a nome Moltheni e la seconda a nome Umberto Maria Giardini, ha fatto ben 14 album di inediti uno più uno meno.

Vado al concerto insieme agli amici con cui, a fine millennio, per la prima volta scoprivamo In centro all’orgoglio, il singolo con cui il giovane Moltheni sembrava proiettato verso l’empireo della canzone italiana (per poi sembrare ribellarsi, poco più tardi, talentuoso angelo caduto negli inferi della musica indipendente – ci siamo caduti pure noi nel nostro piccolo, da ascoltatori, senza essere angeli di alcun tipo). Nei titoletti del video su TMC2 si leggeva in piccolo il nome dell’album, Natura in replay; nel 2000 sarebbe andato a Sanremo. A loro piaceva, a me… ammetto che non lo amavo per niente, non ne amavo gli aggettivi, non ne amavo il canto, su questo argomento non andavo d’accordo con nessuno. Eppure più diventava di nicchia più diventava di culto. Era un cantautore ma faceva rock, faceva rock ma non era una band, forse non avevo ancora voglia di provare a capire cose inusuali ma perfettamente naturali. 

Passano gli anni ma otto son lunghi: pietra miliare per me, come per tanti altri, è stata l’ascolto di Vita rubina, una di quelle canzoni che, quando entra dentro di te, non ne guarisci più. Non a caso conservo ancora il ricordo della prima volta che l’avevo ascoltata, “onore” riservato a rarissimi primi ascolti. Ero alla Fnac, probabilmente nel 2008: nella sala dedicata alla musica italiana c’era in ascolto in cuffia il nuovo disco di Moltheni, I segreti del corallo. Mi avvicinavo con lo scetticismo di cui sopra, ma in qualche modo incuriosito per l’aura che rivestiva nella considerazione dei miei amici, e attratto anche dalla foto di copertina così antica e indecifrabile. La prima canzone era appunto Vita rubina, un faccia a faccia onirico e lacerante con la propria vita – ma immaginavo anche una possibile ambiguità con una ragazza, ne conoscevo una che si chiamava Rubina davvero – che mi aveva assorbito totalmente dentro le cuffie, facendomi continuare ad ascoltare l’album finché potevo, mentre la Fnac intorno completamente svaniva, e al distacco delle cuffie mi trovavo improvvisamente al risveglio come da un’apnea notturna.

Mi sembrava di aver ritrovato un artista che riconoscevo benissimo, ma era decisamente cambiato, come al ritorno da una guerra, scavato, crudo, spoglio da orpelli, da fogge e da mode. Pochi anni dopo si sarebbe spogliato anche del suo nome di piuma Moltheni per adottare il suo nome di battesimo – Umberto – e il suo cognome – Giardini – con in mezzo quel secondo nome – Maria – un po’ da anti-nome, anti-genere, che contribuisce alla suggestione quasi poetica della sua “nuova” identità*.

Fino ad arrivare a oggi, con Mondo e Antimondo, che è un album che contiene alcune canzoni che mi riavvicinano a quella sensazione di immersione totale che avevo provato, soprattutto il singolo Re che ne ricorda l’inizio con la frase di chitarra ossessiva, e Versus minorenne che è semplicemente una canzone prodigiosa, che rappresenta la giovinezza di tutti, grazie agli insondabili misteri dell’ispirazione che con un pugno di parole e di note tutto un universo sa rappresentare. Bello anche l’incedere di Andromeda con un riff poderoso e le divagazioni prog, e la meditazione di Antimondo che chiude l’album con visioni scoraggianti sull’“umanità finita male”. Un disco che, oltre alla malinconia che ogni testo per sua natura traspira, mi trasmette molta energia e felicità, perché mi mostra che è ancora possibile trovare canzoni importanti che sono fatte semplicemente con quei quattro arnesi – chitarra, piano, basso, batteria – che il mondo produttivo sta rimpiazzando con le macchine. 

All’Hiroshima Mon Amour (Torino) c’è la prima data del tour. Entro che i miei amici che si stanno bevendo una birra. Parliamo delle nostre cose, uno ha fatto il Fantasanremo, un altro non sa cos’è il Fantasanremo, un altro ancora sa cos’è ma non ha voglia di farlo (questo sono io ;-). Il banchetto è ricco di vinili, c’è anche il suo disco con le cover degli Smiths. L’Hiroshima ha installato nella sala concerti dei monitor in cui scorrono le info dei prossimi show e concerti in programma. Ai miei occhi spicca ovviamente la data degli Idles al Flowers Festival (Collegno) il 29 giugno, che per ora sembra un po’ l’unico vero e proprio evento rock che si potrà vedere quest’estate in Piemonte. Poco dopo gli schermi lasciano spazio alle tre grandi luminose lettere UMG che rappresentano l’unica scenografia del concerto. 

Due ore abbondanti e generose. Chitarre sempre e ovunque, dalla psichedelia al prog, e una voce che per ogni battuta stacca un verso che è un universo a sé. Un concerto di Umberto Maria Giardini (o anche album) più che una scaletta di canzoni è una successione di versi che cadono lasciando un segno netto, e ti inchiodano al qui e ora indipendentemente dal punto in cui ti trovi durante la canzone o il disco. La sua voce, pur nel canto molto sofferente, secondo me ha un dono melodico “italiano” (è un complimento, per me) che la rende molto immediata e familiare. È sorprendente il contrasto tra il suo canto possente e vibrante e la sua voce minuta e gentile quando ringrazia il pubblico o la band. Sul palco insieme a lui ci sono Marco Marzo Maracas (chitarra), Michele Zanni (Rhodes, Moog, a volte basso) e Filippo Dallamagnana (batteria). 

Il bis arriva dopo mezzanotte, il pubblico di UMG non è oceanico ma è appassionato, non è più giovane ma vuole ancora restare per qualche pezzo in più. Sarebbe banale dire qual è la canzone scelta per salutarci; è comunque quella che speravano tutti. La luce si accende, il flusso defluisce. Mi sento trasformato, come quando più che vedere uno show vivi un’esperienza. Ipotizzo persino di scrivere questo articolo che non avevo in programma di fare. Qualcuno resta dentro a cercare Umberto per una chiacchiera o un saluto. Usciamo al gelo di questo 25 gennaio diventato nel frattempo 26, i giorni più freddi ci stanno accarezzando la pelle con le dita ghiacciate. Si svuota il parcheggio per tornare a casa, un po’ tardi per essere un giovedì, ma di questo te ne accorgerai solo il giorno dopo.

* A uno del pubblico ha detto “Tu puoi chiamarmi Gilberto” 😀

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Paolo Plinio Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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4 commenti

  1. Ho verificato che non esiste una Santa Rubina: bene.

    1. Ho cercato ora, però esiste una birra, e la canzone successiva è “gli anni del malto”, quindi il mistero si infittisce

      1. E poi Moltheni e Molteni sono parenti? Non lo sapremo mai.

        1. Ovviamente me lo ero chiesto, per via dell’etichetta La Tempesta che è di Molteni, ma poi apprendendo il vero nome di Moltheni mi è caduto tutto il castello di congetture

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