Quella volta che ho visto i Pooh

ultimo concerto dei pooh

La narrazione*, è questo ciò che fa la differenza. So che non ha senso iniziare con un asterisco che rimanderà a una nota non indispensabile in fondo all’articolo che solo la metà della metà della metà di coloro che leggono queste righe iniziali arriveranno a consultare, ma se c’è qualcosa di delizioso e al contempo ripugnante che ha il potere di farmi fare cose che mai e poi mai farei mai, questa cosa è senz’altro la narrazione*.

Prendiamo per esempio i Pooh. Una narrazione* dei Pooh potrebbe essere quella messa in scena dal personaggio di Paolo Bitta in Camera Cafè: la band italiana più nazionalpopolare di sempre, oggetto di un culto sproporzionato vicino alla religione, venerato da fan ortodossi che davanti alla macchinetta del caffè tormentano i colleghi con gli aneddoti, le citazioni, il bonario nozionismo che avvolge il gruppo più longevo d’Italia di un’aura per molti leggendaria. 

Beh, io un collega così l’ho avuto VERAMENTE: M. è un’enciclopedia vivente sui Pooh, sa le canzoni a memoria, snocciola date e autori come bere un bicchier d’acqua, conosce nota per nota gli arrangiamenti di Parsifal, lega tutti i crocevia sentimentali della sua vita alle canzoni dei Pooh. Li venera in maniera totale, dandomene prova con dettagliati excursus davanti alla macchinetta del caffè. Ma c’è una sostanziale differenza con Paolo Bitta di Camera Cafè: M. non è macchiettistico, anzi, è incredibilmente persuasivo. 

Premesso che la narrazione* sui Pooh che mi arriva dal mio collega M. è cento volte più affascinante e convincente di qualunque narrazione che io abbia mai letto o sentito sulle solite glorie del rock tipo che ne so i Nirvana, in ogni caso ho sempre ignorato i Pooh. Eppure ci metto un secondo a rispondergli di sì, quando M. mi propone di unirmi alla sua avventura: andare a vedere l’ultimo concerto dei Pooh

(Specifico che non siamo esattamente “andati al concerto”, ma lo abbiamo visto in diretta al cinema. Per celebrare il loro scioglimento definitivo, i Pooh hanno messo su un bel carrozzone: un mega concerto a Bologna trasmesso via satellite in diretta in 300 sale cinematografiche italiane. In tutta Italia, i fan potevano andare al cinema per vedere l’ultimo concerto dei loro idoli. 30 dicembre 2016. “Da domani ognuno di noi è un ex Pooh: Pooh sarà solo la musica”, ha detto Roby Facchinetti). 

Mi incammino verso il cinema, sono in leggero anticipo, M. è in enorme anticipo: appena arrivo lo vedo con sottobraccio la piccola locandina dell’evento che viene distribuita al pubblico (non sia mai che vada esaurita) e lui ha già prudentemente recuperato.

Entriamo per accaparrarci i posti migliori. Ce li accaparriamo. Sullo schermo è già in corso un lungo countdown che ci prega di attendere ancora mezz’ora. Inevitabile attaccare bottone con i vicini (M. eccelle non solo nella narrazione* ma anche nella conversazione), in particolare con un reduce del rock d’annata che ha simpatie più orientate verso Eric Clapton, Mark Knopfler, Deep Purple, cose così. Iniziamo a intrecciare i nostri discorsi, che convergeranno nel tipico tema “non c’è più la musica di una volta”, che è la solita narrazione* che pubblicamente disprezzo, ma privatamente in gran segreto mi fa davvero godere, perché provo sempre piacere nel chiagnere e fottere come un wah wah di Jimi Hendrix. 

Il concerto inizia: non so se ci rendiamo conto ma stiamo assistendo alle ultime due ore di esistenza dei Pooh. Il pubblico in sala si comporta come a un concerto, filmando coi cellulari, cantando in singalong con Facchinetti. Il mio collega è visibilmente emozionato. Io all’inizio sono emozionato più per lui che per il resto, ma pian piano mi lascio americanamente emozionare dallo show che di sicuro è ben congegnato per far piangere a dirotto anche chi ha la tenerezza di un nazista. 

Sul concerto in sé non saprei cosa dire: dei Pooh conosco tre o quattro canzoni, le più famose (“mi dispiace di svegliarti…” “dio delle città…” “dammi solo un minuto…” aiutatemi coi titoli), ma chiaramente il mio collega le sa tutte, e bisbigliandomi due parole ogni tanto mi contestualizza l’anno o il tema o il significato eccetera. 

La mia percezione generica è che sembrino dei signori che si sono conservati in maniera invidiabile. Dodi Battaglia scorrazza per il palco snocciolando assoli atletici e mascolini. Roby Facchinetti mena bicordi e tricordi asserragliato dietro le tastiere come Han Solo alla guida del Millennium Falcon. Red Canzian gigioneggia col pubblico ben conscio di essere il più scaltro, come tutti i bassisti d’altronde. Stefano D’Orazio alla batteria ha l’espressione accomodante di quello che anche stavolta si è lasciato convincere, ma la prossima volta col cazzo. E poi c’è Riccardo Fogli, tornato nel gruppo apposta per la tournée d’addio, sempre un bell’uomo, ma con l’aria leggermente colpevole per aver illo tempore preferito un anno di sesso con Patty Pravo a un secolo di successo con Roby, Dodi e Stefano.

Chi fermerà la musica? L’aria diventa elettrica. La situazione è disperata. Il concerto giunge al termine. Ventenni bellissime in prima fila all’Unipol Arena si straziano per lo scioglimento del loro gruppo del cuore. Cinquantenni brizzolati al cinema continuano a filmare coi cellulari e a farsi l’ultimo selfie coi titoli di coda che scorrono. Settantenni rockstar più arzilli dei Rolling Stones pronunciano sul palco l’ultimo discorso che sigillerà il loro scioglimento. E io – ideale trait d’union tra le ventenni bellissime e i cinquantenni brizzolati – penso che tutta sta roba qui devo assolutamente raccontarla (beh magari non a tutti). 

Io e M., selfie coi titoli di coda, appunto

* No, questo non è l’asterisco vero sulla narrazione* che volevi guardare, l’ho messo solo per darti una bottarella all’attenzione perché adesso arriva una parte importante. Riaccese le luci in sala, ci intratteniamo con i vicini per qualche commento sul concerto e la bella musica di una volta eccetera. Finisce che in sala rimaniamo solo io e M., ultimi capitani ad abbandonare la nave, come se lo scioglimento dei Pooh diventasse effettivo solo nel momento in cui usciamo dalla sala. Questo è il momento in cui accade una cosa che non ha senso: M. mi dice “andiamo alla cassa, bisogna prendere birra e salsiccia”. 

Che cavolo stai dicendo M.? Figurati se alla cassa ci danno birra e salsiccia! Ma chiaramente il mio collega ha qualcosa in mente. Facendoci strada tra le maschere che stanno sbaraccando per chiudere, ci rechiamo dalla cassiera, che dice: “parola d’ordine”. M. risponde preciso sull’attenti: “birra e salsiccia”. La cassiera va nel retro, armeggia un po’, ed esce fuori con un poster dei Pooh di dimensioni abnormi, che solo ad aprirlo tutto ci vuole un campo da calcio, e non ho idea se il mio collega abbia una parete sufficientemente sterminata per appenderlo. Com’è come non è (un racconto non è un racconto se non dici almeno ottanta volte “com’è come non è”) M. agguanta il suo bottino che riafferma ancora una volta il suo status di fan di livello premium, e in uno slancio paterno mi lascia la sua locandina di prima, che al confronto pare una figurina Panini. 

Finiamo la serata in una piola, beviamo un amaro, abbiamo l’aria meditativa. M. vuole sapere cosa ne penso, da “esterno”, del concerto. E gli dico la verità. La verità non è il gusto ma una serie di cose oggettive: c’è sempre da imparare, magari un’astuzia melodica, un modo di porsi sul palco, un passaggio di una canzone. È sicuramente sorprendente quanto siano diventati un rito, un mito, un sogno, ma anche un’azienda con la capacità di fidelizzare il pubblico in maniera infallibile. Tutto questo non calato dal cielo ma costruito con anni di determinazione, di scazzi, di compromessi, di sbattimento, di resistenza nonostante i caratteri divergenti. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio, piccole pagine fanno un libro, piccole storie fanno una leggenda, e tante persone ne prendono un pezzo per portarlo nella propria narrazione*, quella della propria vita. Maledetto collega, è pure riuscito a farmi dire delle carinerie sui Pooh. 

La cosa della birra e salsiccia invece non l’ho mai capita. Boh? Non ha senso.

* In realtà ogni volta che sento o leggo la parola “narrazione” mi trasformo in un serial killer capace di stragi efferate, prendo la mia copia del Corano, estraggo la pistola che tengo nascosta dentro, accendo la telecamera nel mio bunker da qualche parte nel deserto afghano dal quale sto scrivendo, registro un videomessaggio in arabo in cui inneggio alla sedicente musica trap, punto la pistola sul mio ostaggio (un giovane studente di una famosa scuola di storytelling fondata da un famoso scrittore e chiamata come un famoso classico della famosa letteratura americana) e… 

…e in quel momento irrompono le truppe della Narrazione, mi puntano i mitra urlando qualcosa come “cambio di paradigma!”, “delle due l’una:” “cortocircuito?” allora mi arrendo, libero l’ostaggio, scoppio a piangere, imploro pietà, intanto su una portaerei da qualche parte nell’Oceano Pacifico il Presidente della Narrazione sta facendo un discorso alla Na(rra)zione in cui annuncia la sconfitta del MySpiace, mission accomplished, vengo condannato, le mie ultime parole sulla sedia elettrica sono “comunque l’ultimo dei Muse non è malaccio”, crepo come un maiale e vengo dimenticato più velocemente di un tweet di Beppe Severgnini.

E questi?

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