Stormy

stormi iosonouncane

Stormy weather. Un tempaccio a Reggio nell’Emilia. Ogni volta che si svolge Fotografia Europea – incredibile – piove. “Freddo cane in questa palude”, direbbe Ligabue che è di queste parti. Un altro di queste parti, Zucchero, al maltempo (interiore) ha dedicato un’intera canzone. Andrei avanti ore a parlare di maltempo, di Ligabue e di Zucchero, ma stavolta l’o.d.g. è Stormi, una canzone di Iosonouncane. Anzi LA canzone di Iosonouncane. Anzi forse LA canzone indie italiana degli Anni ’10, volendo trarre giudizi affrettati se non altro per spacciare questo articolo come necessario.

Ma quella sera il maltempo sembra concedere tregua. I siti del meteo illustrano icone grigie delle nuvole e una gocciolina a notte ormai inoltrata. Questo è ciò che (immagino) appare sugli smartphone degli organizzatori, che scrollano in continuazione, per prendere una decisione: teniamo il concerto in piazza o lo spostiamo nella location al coperto “in caso di pioggia”? La piazza vince, per una volta si può dire così.

File di sedie davanti al palco. Dino Fumaretto si siede al pianoforte e suona le canzoni del suo album Coma. Dopo di lui è in programma Iosonouncane. (Prima di parlare dell’o.d.g., mi levo l’impiccio di dire che successivamente si esibirà il gruppo La Rappresentante di Lista, che ha tanti estimatori, per motivi a me misteriosi, ma su questo glisserò.)

Iosonouncane suona solo Stormi, anzi, non è previsto che la suoni nel senso vero e proprio, si tratta di una sonorizzazione di una foto da proiettare alle sue spalle (quella qui sopra). Una performance: quanto mi costa usare questa parola. Sul suo Facebook dice:

Ma alla fine Iosonouncane non si fa neanche vedere. Dalle casse inizia a risuonare la versione “nuova, viva e mostruosa” di Stormi (una sorta di remix di tutto l’album DIE, senza voci) mentre ancora i tecnici portano via il pianoforte di Fumaretto. Stiamo tutti seduti a sentire il file audio che Iosonouncane ha preconfezionato a casa, e a fissare la foto, che si muove impercettibilmente. Il fatto che la foto si muova impercettibilmente, e pian piano si disveli, crea una specie di trance di attesa. Qualcuno prende il cellulare e fa la foto alla foto. Un fascio di luce viola illumina il cielo. E allora dài con la foto al fascio di luce viola che illumina il cielo. Qualcuno (io) accarezza varie volte l’idea di congedarsi. Tutti aspettano che accada qualcosa, qualunque cosa. Che poi alzarsi dalla sedia sembra sempre una cosa. Ho sentito una goccia. Freddo, umidità e scomodità posturale (pensare che avevo appena scritto che vedere concerti da seduti è bello…). Non accade nulla.

Dopo una mezz’oretta finisce la sonorizzazione. Iosonouncane uccel di bosco. Serpeggia l’insoddisfazione. Qualcuno è deluso perché l’ha visto nelle retrovie a cazzeggiare. Qualcuno si volta a cercarlo tra la folla. C’è anche chi è esaltato (beata ingenuità) perché pensa sia l’intro a una performance vera e propria: dovresti vedere che faccia fa quando quello accanto gli dice che la performance è appena finita. Accarezzo altre volte l’idea di sparire, un po’ come Iosonouncane d’altronde. Ma resto. C’è ancora una morale della favola in questa notte buia e tempestosa.

Da una parte potrei ringraziare l’artista per aver evitato il teatrino di spippolare sul mixer, magari dimenandosi a tempo, mimando uno sforzo fisico chino sul banco dei suoni, che è una scena che in certe situazioni mi fa sorridere. Gli riconosco di aver offerto null’altro che il reale: una foto che si muove, e una musica che già conosco ma cucinata diversamente.

Dall’altro lato, lo confesso, il teatrino me lo aspettavo anch’io. Perché la presenza dell’artista, anche nelle situazioni in cui è superflua, è pur sempre un certificato. È il logo sulla maglietta. È la marca sulle scarpe. È l’autografo sulla tua copia. E ne vengo condizionato come tutti, pur nei miei disimpegni ultraconservatori sulle performance di tal guisa.

Magari la questione è molto più semplice: anche l’artista scrolla i siti meteo, vede rischio pioggia, e sceglie di non salire sul palco per non rovinare il mixerino su cui dovrebbe mimare la sonorizzazione. Se solo lo stormy weather di Reggio nell’Emilia fosse stato più clemente, sarebbe andato tutto come da copione. Questa è la spiegazione che mi dò a questo piccolo trascurabile momento di indie. Tra tutti i possibili scenari, opto per il più banale, che non ci si sbaglia quasi mai.

Quindi, ricapitolando i temi:

  • le imprevedibili variabili relative all’organizzazione di un concerto;
  • le aspettative del pubblico frustrate;
  • il teatrino necessario all’atto di performare musica digitale;
  • l’arbitrio dell’artista;
  • il tempo tiranno, soprattutto, che “fa il bello e il cattivo tempo”.

Poi la pioggia torna a battere, le sensazioni della serata lentamente si asciugano, e mio malgrado devo comunque ammetterlo: la canzone è sempreverde, semprebella.


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E questi?

6 commenti

  1. Ormai il mondo dell’arte (diciamo così) è sempre meno prevedibile, e i generi di performance si mescolano e confondono. E anche certe classificazioni sono obsolete, come “indie”, peggio l’indie italiano che poi collabora con Jovanotti, Pezzali o JAx. Soprattutto è incredibile la capacità di trovare nomi orribili per i gruppi, da Il parto delle nuvole pesante a Management del dolore post-operatorio, basta un nome così per girare altrove. La rappresentante di lista avrà successo forse perché in copertina c’è una che si toglie la maglietta? Ho visto al negozio un cd che mi ha incuriosito per la confezione, poi sono andato a sentire cosa fanno: sono torinesi, Eugenio in via di Gioia, e stanno bene dove stanno, sugli scaffali a prendere polvere.

    1. Gli Eugenio in via di gioia sono l’indie ecclesiastico. So che il management del dolore post operatorio ha ufficialmente abbreviato il nome in Management, ma a questo punto era meglio prima. In quanto al nome, Iosonouncane non mi dispiace, ma è singolare che uscì in un periodo in cui tanti cantanti o band si chiamavano I Cani o qualcosa con dentro un cane. La ragione di questo rimane per me un mistero.

      1. La considerazione sui nomi non mi è venuta per Iosonouncane ma per La Rappresentante di lista. L’indie ecclesiastico mi mancava. Ma sarà indie anche tutto il mondo del lisssio? Mica incidono per le major, dato che i dischi li pubblicizzano in tv? Se così fosse sarebbe un bello schock per gli alternativi trasgressivi.

        1. Immagina un’ucronia contemporanea in cui non si è verificato lo sviluppo del digitale. L’indie si è sviluppato lo stesso e ha creato la sua tv privata, TeleIndie. Gli Eugenio in via di gioia spopolano sulla cattolica TV2000 (p.s. questo è vero) e allora TeleIndie gli fa concorrenza con i Pinguini Tattici Nucleari. La Rappresentante di Lista quest’estate vince il Festivalbar (che in questa ucronia non è morto ma è diventato indie). Invece Iosonouncane completamente escluso dai palinsesti, a parte un video alle tre di notte

          1. Alle tre di notte su cielo, dopo Tinto Brass? Stamattina avevo visto anche quel nome lì dei Pinguini. C’era un periodo in cui qualcuno si lamentava dei nomi composti da due parole attaccate: Laghisecchi, Luciferme, Madreblu.

  2. E in un’ucronia balneare invernale Iosonouncane che canta Stormi sulla spiaggia vede Chris Martin che canta Yellow e si corrono incontro sulle note di Nino D’angelo.

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