Avevo già parlato del primo album delle Irossa, che riuniva le canzoni della band che in poco tempo è diventata simbolo della nuova scena qui a Torino. Un anno fa, in estate, usciva il secondo album. Ricordo quando lo ascoltavo in anteprima, ero in aeroporto, e nelle cuffie risuonava Non conosco che diceva “sei pronto per partire?”. Era azzeccata per quel momento in cui attraverso i finestroni guardavo gli aerei decollare, in attesa del mio. Ma sembrava anche perfetta per una suggestione del momento della band. Dopo che l’esordio era stato accolto con tanto entusiasmo, un po’ tutti quelli che seguivano la musica dei dintorni pensavano: e adesso? C’era in giro un’aspettativa, quasi una pretesa, che la loro ripartenza avrebbe meritato ulteriori riconoscimenti rispetto a una diffusione limitata al livello locale.
È il 22 agosto 2025 quando esce l’album, in modo super indipendente, autoprodotto più o meno come il primo, con la differenza che stavolta la produzione artistica è di Claudio Lo Russo degli Atlante, oggi un riferimento per i giovani artisti della città. La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti è il titolo che è da subito un instant-cult. Nel disco collaborano anche Federico Padrini delle Spore, Eleonora Puma al violino, Caterina Salamino al violoncello e Gaia Morelli allo spoken word di Storia di un corpo che cade.
Lo stile continua a esplorare indie e post-punk – tempo fa si diceva crank wave per indicare un filone vicino alle band della Windmill scene (Squid, Shame, English Teacher, Black Country, New Road…), non so se si usa ancora questa parola ma usiamola pure. Gemme di introspezione come Sotto il pianoforte, scorribande fulminee come Falso Nueve, progressioni tese come La mia stella aggressiva, sono tra i pezzi che tracciano nuove rotte. Potomac e Fiori, fiori ritrovano lo stile carico e talvolta psichedelico degli esordi. Testi in italiano evocativi e fatti di immagini che “suonano” stati d’animo e ferite interiori. È un album che consolida in maniera più matura l’ispirazione che aveva contraddistinto il primo Satura. È la bella conferma, la naturale continuazione.
Poco dopo l’uscita arrivano i primi concerti nella zona di Torino e la risposta del pubblico è piena e generosa, a volte curiosa di sentire le nuove cose, a volte affezionata ai pezzi precedenti, in ogni caso costruita con costanza grazie a tanti live, agli inesauribili progetti paralleli – Edera, Spore, Best Before… – e all’organizzazione del festival Vertebre cresciuto ogni edizione (ne avevo parlato alla prima edizione). Jacopo Sulis, Margherita Ferracini, Simone Ravigliono, Valerio Ravigliono, Guglielmo Ferroni, Gabriele Chiara, in questi bagni di folla raccolgono i frutti del primo Satura e seminano nuovi germogli per il suo seguito.
La storia di questo album non si esaurisce in una settimana, da venerdì a venerdì, come di solito accade. Si allunga a un mese, un anno, e probabilmente ancora oltre. In controtendenza con i prodotti discografici che nascono già strutturati per imporsi da subito come grossi (e gradualmente sgonfiarsi e rimpicciolirsi), il secondo album delle Irossa fa il percorso opposto, nasce piccolo e piano piano diventa grande nella sua diffusione e nella presa sul pubblico. Roba d’altri tempi.
Provo a elencare le tappe che hanno fatto fare salti di livello a questo album, anche se probabilmente me ne scappa qualcuna. C’è stato l’interesse dell’agenzia Locusta, che ha organizzato un tour a inizio anno nei club di tutta Italia, e da allora date su date si sono aggiunte trasformando l’inverno in una primavera e poi in un’estate praticamente sempre in viaggio per concerti e festival. C’è stato l’invito al Miami, in cui hanno fatto due set, uno in più rispetto a quello programmato, suonando anche in orario notturno. C’è stato il contatto con diverse etichette e infine l’aggancio con Sugar che li ha messi sotto contratto per un nuovo album e ha ristampato i primi due, inaugurando la collaborazione con l’EP di remix Stelle aggressive si addormentano come cani in tempesta.
Tutto ciò non è caduto dal cielo. Secondo me è molto semplice: oltre ad avere belle canzoni in repertorio, i ragazzi convincono gli osservatori esterni perché il rapporto con il pubblico è forte e una buona fetta di ascoltatori sente di essere rappresentata con trasparenza da loro. Si vede dal vivo, nei tanti pezzi che vengono esaltati dal singalong generale. La loro attitudine è sempre consapevole che dall’altra parte ci sono persone, vissuti, e non semplicemente fan. Oltre all’attività artistica, creano contesti aperti a tutti per permettere di vivere la musica fuori dai meccanismi del profitto: a novembre 2025 ripropongono per la quarta volta il festival Vertebre, in seguito aggiungono la produzione video delle Sessioni d’Urto con alcuni artisti torinesi. Continuano a essere riferimenti della scena, con cose concrete, senza pose, e questo avvicina le persone invece di sfilacciare il rapporto.
Dopo che Satura è stato album simbolo di una città e di una generazione, in un’epoca in cui si usciva dal vuoto della pandemia, La mia stella aggressiva… è l’album che esce dai confini di Torino e porta l’autenticità e freschezza delle Irossa in tutta Italia. Lo fa nell’arco di un anno, partendo come autoproduzione, beneficiando dei passaparola e delle connessioni umane, camminando questa strada con i propri tempi e le proprie regole, e infine arrivando a essere un’opera importante per le persone ben oltre le premesse iniziali.
Un anno dopo le Irossa sono una presenza reale e riconosciuta nella musica italiana e si trovano a contatto con un mondo diverso e nuovo: quello discografico. Credo che la loro stella avrà la luce riconoscibile e unica per brillare e farsi riconoscere dalle altre. La cosa rilevante non è dove sono adesso, ma il percorso che hanno fatto. Questa storia racconta che anche oggi, nell’era del tutto e subito, è possibile arrivare seguendo una via alternativa, meno dritta e diretta, ma fatta di idee chiare, attenzione per il pubblico, connessione con artisti del territorio e da fuori, e ovviamente cura nel dare vita a musica bella e sincera senza dover essere “fatta per” uno scopo specifico. La storia non finisce qui, è chiaro, ma è già una gran bella notizia, non solo per loro, ma per tutti gli artisti che stanno facendo un percorso simile, e per noi che abbiamo avuto il piacere di vederli sui palchi.
P.S. dopo tutto questo tempo in giro per l’Italia le Irossa tornano a suonare a Torino: 16 ottobre a Off Topic.
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