Quest’estate sono andato a Ypsigrock (ho trovato il festival da sposare, auto-cit), a Castelbuono, in Sicilia, come avviene ormai da quattro anni a questa parte. Tra i tanti live in programma, quasi tutti con artisti del panorama indipendente internazionale, mai avrei pensato che tra i miei preferiti – in Top3* se vogliamo fare classifiche di gare che non esistono – ci sarebbero stati i Black Country, New Road. Oltre a essermi piaciuto molto il concerto, la storia imprevedibile e incasinata della loro seppur breve esistenza l’ha reso per me ancora più sorprendente.
Una storia fatta di momenti alti e momenti bassi, medi mai, che inizia con le prime esperienze a Cambridge e poi un gran decollo dai cieli di Londra. Il loro primo album For the first time (2021) è subito cult. C’è un cantante dal talento per testi di una narrativa immaginifica, ermetica, filtrata da un’umorismo oscuro, disseminata di simboli e riferimenti alla cultura e musica di massa. C’è un collettivo di musicisti che vengono dai conservatori e dalle scuole d’arte, che suonano di tutto, fiati, violini, tastiere e sembra non esista strumento che non sappiano domare. C’è una manciata di canzoni che portano a un nuovo livello, più colto ed eccentrico, la wave post-punk che in quel periodo ha bisogno continuamente di nuovi eroi. L’etichetta sta molto stretta alla band ma è quello il giro in cui vengono notati, insieme ai Black Midi e a tutta la cosiddetta Windmill Scene. Diventano un fenomeno che unisce tutto il pubblico indipendente, arrivano quarti nella classifica degli UK album, ricevono una nomination ai Mercury. Su Twitter appare un profilo completamente dedicato ai testi dei BC,NR. Album dell’anno per diverse testate, il singolo Sunglasses con il suo egotrip cinematico è tra gli inni degli anni assurdi della pandemia.
Nessuno quanto loro gode di riconoscimenti entusiasti dalla critica, e l’universal acclaim continua anche per il secondo album, Ants from up there (2022), da molti giudicato il capolavoro per le liriche e gli arrangiamenti giunti a esplorare territori ancora più ampi. Però accade l’imprevisto, e dopo il decollo il Concorde dei BC,NR attraversa turbolenze in quota che mettono a rischio il volo del collettivo inglese. Quattro giorni prima dell’uscita dell’album, il cantante Isaac Wood abbandona la band, dichiarando come causa dei problemi mentali che non riesce a gestire. La notizia è un macigno; cosa succederà ora? Come è possibile resistere a una defezione così grave? La band decide di proseguire la sua strada, scrivendo nuova musica, decidendo di non suonare più il repertorio dei due album fatti insieme a Wood, e lasciando comunque aperta la porta per un eventuale ritorno. Mentre l’album diventa un successo che supera addirittura i risultati del primo, i componenti superstiti dapprima cancellano la prima parte del tour, poi si ritirano per creare materiale apposta da eseguire in concerti che… nessuno sa esattamente come potranno essere possibili, senza il frontman che ha plasmato un’identità indelebile.
Al loro ritorno sui palchi, i Black Country New Road si rivelano piuttosto diversi dalle origini, e la nuova modalità divide. Alla voce si alternano diversi componenti, e la dimensione accademica dei musicisti prende il sopravvento sulla spinta rock della “prima volta”. Molti restano ammirati dalla capacità di creare musica nuova, molto orchestrale, e di portarla coraggiosamente dal vivo. Altri restano perplessi e vedono una band indecisa su quale strada prendere, che sul palco fa l’effetto di “saggio scolastico”, priva del mordente e del carisma che aveva prima. Ero anch’io tra i perplessi, e quando li ho visti live nel 2022, appena tornati in tour, sono rimasto interdetto insieme a tanti. Non erano pronti loro, o forse non eravamo pronti noi?
Impossibile saperlo, ma i Black Country, New Road sigillano quella stagione e immortalano quel repertorio nel Live at the Bush Hall (2023), uscito prima come film impostato su tre esibizioni teatrali differenti, e poi come album. Nato dunque per essere qualcosa di totalmente diverso anche discograficamente dagli album precedenti, suona quasi come un musical, in cui i colori strumentali trovano risalto e passano in primo piano rispetto alle voci, ma si sente che hanno ancora in mente come riferimento le costruzioni guidate da chitarre e batteria. Si tratta di una bestia strana: un live ma anche una collezione di inediti. È forse un disco nato, più che dall’ispirazione artistica, dalla determinazione di superare un momento difficile, con le proprie forze e le proprie regole. È una pubblicazione che passa all’esterno come opera secondaria e di transizione, ma forse ha un significato completamente contrario, perché sancisce la definitiva fine di una certa band, e il punto di partenza di una certa altra band.
I nostri migliori ragionamenti, i nostri più arguti giudizi, cadono in mille pezzi quando esce Forever howlong (2025), terzo disco in studio, ma quarto di inediti, in uno sfasamento discografico che non troverà mai soluzione. È semplicemente bellissimo. Dal bozzolo post-punk nasce una farfalla incredibilmente variopinta di chamber pop e fantasie barocche, confezionate con una grazia vittoriana che ha un che di antico ma anche senza tempo. I Black Country, New Road oggi sono un collettivo di musicisti che creano musica con ritrovata sicurezza e inesauribile invenzione, hanno praterie aperte davanti. Una famiglia matriarcale governata dalle voci di Tyler Hyde, May Kershaw e Georgia Ellery (la quale negli anni “critici” dei BC,NR ha raggiunto un certo successo con il duo Jockstrap), ovvero la bassista, la tastierista e la violinista, anche se poi dal vivo suonano qualunque cosa, così come il batterista Charlie Wayne, il chitarrista Luke Mark e il sassofonista Lewis Evans che pure aveva cantato diversi pezzi nel Live At Bush Hall.
Il loro palco ideale potrebbe non essere quello del festival rock, ma quello degli auditorium, dei teatri, delle soirée musicali, dei festival jazz in senso stretto. Eppure a Ypsigrock fanno un concerto strepitoso, in souplesse tra flauti, sax, violini, tastiere, fisarmoniche, mandolini e mille altri strumenti suonati da chiunque indifferentemente, con una padronanza e una coesione stupefacenti. Ora sono pronti loro, o forse siamo pronti anche noi? Impossibile saperlo anche stavolta, in ogni caso la soirée scorre via con eleganza e oserei dire divertimento. C’è una band che con apparente scioltezza archivia un ciclo importante e ingombrante, si rimette in sesto e apre una nuova storia, che non ha nulla da invidiare alla prima, non le somiglia nemmeno poi così tanto, e brilla dell’arte antica di suonare strumenti classici, addomesticare legni e ottoni per liberare vibrazioni che affondano nei corpi e nei cuori. C’è una magia, in storie come questa, che va al di là dell’essere dei bravi musicisti, e in quanto magia non è spiegabile. Però senti che in una manciata di tempo è successo qualcosa di bello che non era nei piani, che nessuno credeva possibile, che non aveva quasi possibilità di risolversi, eppure…
* gli altri due della Top3 si possono facilmente desumere dai miei recenti post Instagram dedicati ai miei favoriti di Ypsigrock 2026
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