pet shop boys nonetheless
Pop Rock

Io ballo da solo con i Pet Shop Boys

Per me Nonetheless dei Pet Shop Boys è un elegantissimo album sulla solitudine. In realtà nella solitudine non c’è nulla di elegante: è una condizione spiacevole, deprimente, penosa; è un circolo vizioso che incancrenisce col tempo; ti fa inventare illusioni secondo cui sei tu stesso che decidi di stare da solo; ti porta a diffidare delle persone; ti cambia i lineamenti del viso e la forma del corpo; ti induce a mascherare certe intime difficoltà che vuoi non appaiano mentre in realtà ce l’hai scritta in fronte bella grossa la parola SOLO. Immagino che un po’ tutti abbiamo presente. Eppure nella condizione della solitudine puoi trovare qualche aspetto brillante, autoironico, finanche eroico, che ti dà uno stimolo per cambiare ed evolvere. Nonostante tutto (nonetheless, appunto) puoi ballare da solo. 

L’assonanza con Loneliness, apertura dell’album, non mi sembra casuale. Where are you gonna run to now from loneliness? I testi di Neil Tennant sono tipicamente pieni di domande, ad alcune non c’è bisogno di rispondere, ad altre invece non c’è modo. Una strofa è ispirata a un film dei Beatles, A Hard Day’s Night*, nella scena in cui Ringo Starr si isola dalla band andando a vagare solitario sulle rive di un canale, ombra di malinconia in una commedia zeppa di umorismo e nonsense, momento che rimane impresso perché è un po’ in contrasto col resto del film. Questa canzone invece non è in contrasto, anzi è probabilmente il tema portante di tutto un disco che – accidenti mi secca dirlo ma per onestà intellettuale devo farlo – è stato composto in buona parte in quel periodo innominabile quando eravamo tutti soli. 

Why am I dancing when I’m so alone? Altra domanda: perché sto ballando se sono così solo? Paradossalmente è il pezzo più collettivo, riempipista, balneare, in cui le basi appiccicose e color plastica di Chris Lowe riportano agli anni ‘80, decennio in cui “i ragazzi del negozio di animali domestici” hanno evidentemente bevuto dal calice dell’eterna giovinezza. Per fare una battuta letteraria: hanno un quadro in soffitta. Ma se fai attenzione c’è una ruga di malinconia che segna i loro beat, pure nella ruspante The Schlager Hit Parade, in cui ironizzano sul kitsch pop mitteleuropeo schlager, il “genere Eurovision”. O forse prendono in giro la musica tutta, o addirittura su se stessi; è comunque un piccolo inno da ballare distratti sull’apocalisse della musica, nella notte in cui isolati nelle nostre bolle virtuali scopriremo che è svanita per sempre. The future is the present now. Music must be played. It’s always Christmas or the sound of summer in the Schlager hit parade!

Per quelli che qualche riga fa non hanno capito la battuta letteraria “hanno un quadro in soffitta”: stavo già pensando a Oscar Wilde, che è ritratto nei suoi anni di solitudine in carcere nella canzone Love is the Law. Il concetto, pronunciato in inglese, ha una sua musicalità molto più che in italiano; sarà per questo che esistono tante canzoni che si chiamano così? Le domande le fanno loro, grazie. 

Un senso dolceamaro di solitudine puoi respirarlo anche in New London Boy, apparentemente un seguito della loro New York City Boy o uno spin-off di West End Girls, ma a un livello più autobiografico racconta la vita di Neil Tennant da nuovo ragazzo londinese, quando negli anni ‘70 si trasferisce a Londra. Un giovane che cerca il successo ma stenta ad attirare l’attenzione, un gay che cerca compagnie ma trova derisione, in una città in cui non ti puoi permettere di aver paura. Are they girls or boys? Is everyone gay? Am I just kidding myself? I’ll go all the way? Tra tutte queste altre domande, chissà se è riuscito a trovare il sogno cinematografico di A New Bohemia, o il sogno d’amore di The Secret Of Happiness, le due canzoni più orchestrali. 

Da Londra a New York: Bullet From Narcissus immagina i pensieri di una guardia del corpo del presidente Trump, che rischia la vita per proteggere un cretino. Una canzone piuttosto politica ma anche molto catchy, sarà per il suo ibrido tra elettronica e riff di chitarra. Ancora più che negli anni ‘80, sarebbe stata ottima nella seconda metà degli anni zero, quando il suono pop sulla cresta dell’onda era quello dei Klaxons, primo lavoro di successo di un certo James Ford, nuovo giovane rampante tra i produttori della scena inglese, che col tempo avrebbe lavorato con Arctic Monkeys, The Last Shadows Puppets, Depeche Mode, Blur… finanche, appunto, con i Pet Shop Boys per questo album. 

Non saprei cosa dire su Feel perché è il pezzo che mi piace di meno, ma se l’hanno messo come seconda traccia vuol dire che ne hanno fiducia. Inizialmente l’avevano proposto a Brandon Flowers dei Killers, quando stava lavorando al suo album solista insieme a Stuart Price, produttore anche di diversi album del duo inglese. Evidentemente questi non hanno avuto la stessa fiducia. Stiamo parlando di un periodo intorno al 2010: è un ripescaggio non da un cassetto, ma proprio dal fondo di uno scatolone impolverato dimenticato in soffitta tra i vecchi quadri. Da un progetto solista, è finito in un progetto sulla solitudine, chiedo scusa per la battuta stavolta non letteraria. 

Il pezzo forte – e che credo verrà probabilmente ricordato nella loro ultima produzione – è Dancing star, sulla vita del ballerino Rudolf Nureyev, étoile del Novecento amata nel mondo intero, ostacolato dal regime sovietico, scappato dalla Siberia in Europa facendosi beffe del KGB. Il testo inizia con la sempre raffinata parola “Amalfi”, rivela la per me sorprendente pronuncia inglese di Siberia (Saibìriah!), gioca con rime e anagrammi tra la star e lo tsar (zar, a proposito di Russia), conclude con un name dropping di capitali europee e mondiali amate dal ballerino ribelle. Stimoli intellettivi a parte, l’anima della canzone (e del suo protagonista) traspira un incontenibile bisogno di vita, amore, viaggi, esperienze nuove per allontanare la morte e la solitudine. Un disperato sbracciare per restare a galla, o un armonico danzare per volare nell’aria, differenza non c’è. Io non sono una “dancing star”, ma ballo da solo, come se. 

* I Pet Shop Boys dovevano essere davvero appassionati di A Hard Day’s Night, dato che quando hanno prodotto il loro film It couldn’t happen here (1988) volevano originariamente chiamarlo A Hard Day’s Shopping. Forse dovrei fare un articolo “Tutte le volte che i PSB citano i Beatles”, come ho fatto per Verdena e Oasis.

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Paolo Plinio Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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2 commenti

  1. A Eurovision non mi sembra che ci siano più tracce di schlager, è più omologato.

  2. […] Pet Shop Boys nel loro ultimo disco Nonetheless (ne trovate una presentazione non convenzionale su myspiace), hanno incluso un pezzo intitolato The Schlager Hit Parade che sembra ironizzare sulla musica […]

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