Abbastanza inaspettato vedere in una nuova veste grafica un album che ho sempre associato a una e una sola immagine, ovvero la copertina violacea con la fotografia sfocata della band, rimasta per trent’anni immutabile icona nei ricordi non solo miei, ma di tutte le soniche gioventù della mia generazione. Il Vile dei Marlene Kuntz è stato ripubblicato in versione illustrata da Alessandro Baronciani, tiratura limitata andata subito esaurita, con nuova copertina, e 11 tavole dedicate a ciascuna canzone che si possono vedere nei visual di YouTube. Occasione per “onorare”, ma anche riascoltare, e magari ricordare un pezzo di anni ‘90 attraversato da musica eccitante e indelebile, pure qui in Italia.
Il Vile è il secondo album più forte che si potesse desiderare da una band che con Catartica aveva fatto un brillante debutto in società (la società alternativa, non quella istituzionale, ovviamente), con un’ambizione stilistica ed espressiva inconfondibile, valorizzata dalla produzione di Gianni Maroccolo e l’endorsement di Giovanni Lindo Ferretti. La fine del millennio è un momento fertile e avventuroso per la nascente scena indipendente, che trova un pubblico rado e sparpagliato, ma esigente e consapevole di essere avanguardia tanto quanto lo sono gli artisti. Epoca di volantini, telefonate, caselle postali, edicole, macchinate, informazioni che girano col passaparola, notizie che si inventano da sé. In questa primavera nei deserti poteva sbocciare un mito, i Marlene Kuntz lo stavano diventando.
E quindi nel 1996 quattro ragazzi di provincia compiono la seconda impresa, tirano fuori il secondo album, e quello che era un sogno ora diventa un progetto: fare i musicisti. A differenza degli inizi, ora sono confidenti nei loro mezzi, hanno esperienza nel lavoro in studio, intravedono un futuro nel mondo della discografia indipendente. Si rifugiano in una baita in mezzo alla neve nelle valli cuneesi – nel modo leggendario in cui è bello pensare che nascano i grandi album – e compongono pezzi nuovi che sfidano quelli vecchi a livello di complessità e potere evocativo.
Con Il Vile la band non cede di un millimetro dalla furia dell’esordio, anzi, alimenta l’incendio con nuovi tizzoni ardenti. Se nel primo album c’era spazio per delicatezza e respiro, ora la tenerezza è quasi sempre strozzata sul nascere. Il Vile ha un fascino oscuro e perverso, è denso di sesso e lussuria, ma anche di strazio e introversione. Cristiano Godano tiene alta la tensione, eleva lo stile, concedendosi allo stesso tempo il gusto di sabotarlo con il triviale fine a se stesso. Immaginazione dettagliata, penna spietata, personaggi miserabili, pulsioni indicibili. “Voglio una figa blu!” Un disco che non nuota nell’aria, ma si attorciglia in una mischia gaia di vipere, come nel porno opening di 3 di 3.

Se il fiore rosso del primo album Catartica offriva canzoni che sarebbero diventate dei classici, Il Vile viola vinaccia avvelena ogni tentazione di semplificazione, e la canzone più enigmatica è Ape Regina, la suite che raggiunge l’apice della violenza di cui è capace la band, e diventa simbolo dei “primi Marlene” che i fan onorano con religiosità. Un pezzo che non è solo scrittura, ma anche sfumatura, interpretazione, intenzione. Eseguirla dal vivo in maniera sempre più devastante, più fragorosa, più definitiva, è l’impresa impossibile che i Marlene Kuntz negli anni sono sempre riusciti ad adempiere.
E poi ci sono gli altri dieci pezzi, uno più torbido dell’altro. Tutto Il Vile è un girone dantesco al limite tra l’umano e il disumano. O meglio “esiziale secco e disumano”, come l’incipit di L’Agguato, una storia su un incidente, fatalità di uno “scarto di secondo che vale tanto”. E poi lo scenario grottesco di Cenere, la dipendenza tossica di Overflash, il ritratto amaro di L’esangue Deborah. Come stavamo ieri è la rara ballata-rifugio di un album che, diversamente, sarebbe una sequenza di frustate che si schiantano con imprevedibile intensità.
Ti giro intorno è una celebrazione dell’attrazione magnetica della musica, e le musiche dei “Sonic Youth italiani” – come venivano allora considerati – spingono verso una direzione compatta, con l’ingresso di Dan Solo al basso che porta uno stile erede del metal, e con un fantastico Luca Bergia sempre più batterista da guardare come riferimento nella scena alternativa. Riccardo Tesio è presenza tanto silenziosa quanto sonora ed espressiva che caratterizza il suono della band dall’inizio fino a oggi. La produzione è di Marco L. Lega, mentre Maroccolo rimane come produzione esecutiva.

“Tempo è un treno che passa”, si dice su E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare, e dal 1996 ne è passato molto, ma penso che chiunque fosse sintonizzato sulle frequenze alternative possa senza sforzo ritrovare tutte le emozioni e l’ebbrezza di un’età d’oro fatta di primi album clamorosi, e secondi album attesi con impazienza e immaginazione; Il Vile era uno di questi. Allo stesso modo penso che abbia oggi una forza selvaggia che impugna la pancia anche di chi non ha vissuto quel periodo.
Guardo la copertina di Alessandro Baronciani e forse ci vedo come volevo essere, artista risolto e figo come l’altero poeta rock Cristiano Godano, protetto da un alone di mistero. Il disco invece indica come davvero ero, animale nudo e schivo, contraddittorio, introverso, istintivo, predatore e preda, lacerato da ferite che non si rimarginavano mai. Così come il mantra di Retrattile adoravo scandirlo con forza, “probabilmente io meritavo di più”, così lo sento mio adesso, che una mezza vita è passata eppure i ferri della bussola continuano a ruotare impazziti. Mentre risuona Il Vile c’è un volto familiare che mi fissa stranito dall’altra parte dello specchio, sono io trent’anni fa?
Io invece non ho nulla da celebrare se non i miei dieci anni su Instagram, i miei tre su Telegram, i miei millenovecentosettantanove su questo blog 🙂

