the ballad of darren blur
Pop Rock

Grazie Blur, è stato stupendo

Quando a novembre 2022 i Blur annunciano il ritorno dal vivo, mi appare subito chiaro che sto entrando in una sliding door in cui il mio anno a venire sarà totalmente consegnato alla loro musica. Dell’altra sliding door – quella in cui durante l’anno ascolto artisti differenti, mi tengo aggiornato sulle nuove uscite, mi interesso a fenomeni e mode – letteralmente non me ne frega più nulla. Non appena posso annusare vaghe essenze di Britpop e nostalgie anni 90, esco fuori di testa, mi fisso su quella cosa lì, non mi scollo più. Non sono come voi che siete più equilibrati, avete interpretato intelligentemente l’anno appena finito, e colto tendenze che io, non colto, non ho colto. Vogliate dunque gradire il recap di ciò che ho vissuto in questa breve stagione della vita. Una stagione un po’ fuori stagione, devo dire, ma è giunta tanto bella e inaspettata come il vento caldo in un giorno d’inverno, che soffia via i pensieri e stai al sole in maglietta, e ti illudi che la primavera sia qui per sempre. The ballad of 2023.

Inverno: riscaldamento. A gennaio, febbraio, marzo escono rispettivamente gli album dei progetti di quasi tutti i componenti della band: Dave Rowntree (Radio Songs), Graham Coxon (The WAEVE, con Rose Elinor Dougall delle Pipettes), Damon Albarn (Cracker Island, a nome Gorillaz). Fa eccezione Alex James che nella vita si occupa felicemente di vini e formaggi. 

Qui a Torino mi capita di fare il dj in due o tre serate, usando una console datata, che va solo coi cd. Metto praticamente solo musica brit anni 90 (anche perché i cd che ho, gira e rigira, sono quelli). Il pezzo con cui apro è sempre Girls And Boys. I Blur erano praticamente l’unico gruppo Britpop che faceva delle canzoni che si potevano ballare. Bisogna attendere gli anni zero con gli Arctic Monkeys («l’ultima grande guitar band» secondo Damon Albarn) per avere pezzi che fanno voglia di sculettare sul dancefloor. Intanto, vado con Parklife, There’s No Other Way, Song 2… ricordando Barrumba, Da Giau, Hiroshima, e i posti secolari dell’end of a century torinese. 

Nei miei viaggi in macchina che andata/ritorno durano quanto un cd, ovvero quaranta-cinquanta minuti (Torino-Rivoli, Torino-Rivalta, Torino-Orbassano e simili), ascolto continuamente la discografia intera dei Blur, otto album da Leisure (1991) a The Magic Whip (2015). È il mio modo di prepararmi all’annuncio ormai prevedibile del reunion album, o comeback album, o come vogliamo chiamarlo. Nel numero di Rumore di gennaio Dave Rowntree aveva detto, dietro precisa domanda, «statisticamente non siamo mai andati in tour senza avere qualcosa di nuovo in mano. Dai, diciamo che sono ottimista: ormai il tour è organizzato, mancano dei mesi, qualcosa capiterà»; l’ho presa come una promessa.

Amo aver ragione (sagittario, sì) e a maggio viene annunciato il nuovo album, The Ballad Of Darren. La copertina è splendida, l’autore della foto è nientemeno che Martin Parr. La storia dietro lo scatto la rende ancora più simbolica: il nuotatore è un uomo che dopo un incidente ha perso la possibilità di camminare, ma con le stampelle si è avvicinato alla piscina, si è immerso, e per la prima volta ha riassaporato la sensazione di muoversi libero. Fantastico. Damon Albarn invece ne dà un’interpretazione intellettualoide e dantesca che mi sono addormentato alla seconda riga (trovate tutto nel post):

Esce il primo singolo, The Narcissist. “Looked in the mirror…” proprio in quei giorni c’è il Salone del Libro a tema “attraverso lo specchio”: la coincidenza mi sembra un allineamento astrale eccezionale. Al Salone incontro Luca Azzini di Lamiavitain400dischi, che si prepara ad andare al concerto a Wembley, l’evento centrale del reunion tour. Parliamo dell’evento, della band, del pezzo nuovo che è una gemma del miglior Damon Albarn: siamo gasati, chissà come sarà l’album. Ascolto la canzone a ripetizione, con il nervoso per non averne almeno altre 9 da ascoltare. A giugno esce il secondo singolo, St. Charles Square, dal riff decisamente irresistibile: ascolto anche quella a ripetizione con il nervoso per non averne altre 8 da ascoltare.

L’album esce il 21 luglio, il giorno prima del concerto di Lucca. È in questo momento che scopro Barbaric, canzone che spicca in maniera particolare e che si impone presto tra le migliori “breakup songs” (canzoni per lasciarsi) di Damon Albarn, insieme a To The End e un’altra che dirò dopo. “We have lost the feeling that we thought we’d never lose…” l’indomani sul palco del Lucca Summer Festival la eseguiranno per la prima volta dal vivo. I Blur sono la band vivente che non ha mai fatto un album brutto anche se, a essere oggettivi, questo non è tra i loro migliori. E neanche tra i migliori dell’anno in generale, per esempio penso che quello degli stessi The WAEVE sia meglio. Ma quello che ascolto a ripetizione per dodici mesi è ovviamente quello dei Blur. Gli album belli non sono per forza quelli belli. 

Il concerto di Lucca è tanto eccitante per i pochi che se lo riescono a godere (io per fortuna sono tra questi), tanto amaro per i tanti che non riescono né a vedere né a sentire nulla. A livello organizzativo e tecnico è talmente un flop che diventa il caso su cui nasce il dibattito estivo sull’arretratezza dei concerti italiani. A suo modo si rivela dunque un evento memorabile, anche se non per i motivi che speravo io. Spero almeno che servirà a qualcosa in futuro. Per quanto mi riguarda, mi porto a casa uno dei concerti della vita, con una scaletta interamente anni 90 (con in più i tre singoli del nuovo album), e in generale un’esperienza in cui ho l’opportunità di incontrare dal vivo molte persone che ho conosciuto via internet per merito della mia dipendenza tossica dai social.

Non album singoli, ma discografie intere: continuo ad ascoltare i Blur ininterrottamente. Stavolta a integrare le maratone si aggiunge The Ballad Of Darren. In estate l’album si arricchisce di due bonus track: The Rabbi e The Swan. “Rage is a force sometimes…” mi immergo completamente anche in queste, che vengono aggiunte nell’edizione cd deluxe, che ha dimensioni leggermente più grandi e la scritta blur bianca (invece che rossa, come nell’edizione normale, che a dir la verità è più carina). Poi esce una terza bonus track, Sticks And Stones, di Coxon, per l’edizione giapponese. Come fanno i giapponesi ad avere sempre una chicca in più? Non si possono fare edizioni giapponesi anche per i non giapponesi?

Ad agosto Alex James, che come abbiamo detto è imprenditore enogastronomico, lancia il suo spumante: lo chiama Britpop. 

Un giorno d’autunno mi accade una delle cose che accadono, due strade si dividono, sento che mi crolla tutto addosso. Nelle storie metto una vecchia canzone, There’s No Distance Left To Run. Spero che chi doveva vederla l’abbia vista. Se l’ha vista ha capito. Alla mia età uso ancora questi metodi da ragazzini!

Fine novembre, esce lo Spotify Wrapped annuale, una diabolica iniziativa di marketing che mi diverte molto ma odio anche molto per diverse ragioni. Le statistiche dei miei ascolti sono monotematiche (ipnotista, sì): artista più ascoltato Blur, brano più ascoltato Blur, album più ascoltato Blur eccetera. Assurdo, come se io in un anno intero avessi ascoltato solo loro! Beh sì, è corretto.

Dicembre, The Ballad Of Darren è album dell’anno di Rumore. Nel giorno in cui acquisto la rivista Damon Albarn dice che può bastare così: è stato bello ma i Blur tornano in pausa a tempo indefinito. «Era la cosa giusta da fare ed è stato un immenso onore suonare di nuovo queste canzoni, passare del tempo con questi ragazzi, fare un album, bla-bla-bla. Non dico che non lo farò ancora, è stato un bel successo, ma non rimugino sul passato.»

Io invece sì, sul passato rimugino eccome. Quando ci vuole ci vuole. Dammi un briciolo di blurness e io spicco il volo. La straordinaria nota strana delle scale di Coxon. La S che fischia della voce di Albarn. L’accento cockney di Phil Daniels. Gli accordi per chitarra sui testi nel booklet. Il cartone del latte. I nomi dei luoghi della mia Londra sconosciuta. Gli inevitabili addii e gli inaspettati ritorni. L’anno dei Blur è stato stupendo e conserverò nel cuore tutto: la reunion, gli anni 90, il brit, la nostalgia, le discografie intere, i cd, lo specchio, The Ballad Of Darren, la foto di Martin Parr, lo spumante, il formaggio, i viaggi in auto, le canzoni per lasciarsi, il controverso concerto di Lucca, «bla-bla-bla», e questa indimenticabile stagione fuori stagione. Spero che accada di nuovo. Tornate presto!

Detto ciò, cosa mi sono perso di importante in tutto questo tempo?

Una piccola trilogia dei secoli dei Blur.

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Paolo Plinio Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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4 commenti

  1. Se avessi davvero sentito solo i Blur ti saresti perso Caroline Polachek, ma sappiamo che non è andata così.
    I Blur disco dell’anno 2023 e quando pubblicavano Parklife i critici facevano le lunghe liste di gruppi cui si ispiravano fin troppo?

    1. Come potevo perdermi l’incantevole Caroline? Non mi fare venire i dubbi che poi devo rifare tutto l’articolozzo, “Grazie Caroline è stato stupendo”, che comunque pure ha senso 🧡

  2. Per me “The ballad of Darren” è un disco che è cresciuto con gli ascolti e oggi posso dire che mi piace un sacco: melodie fantastiche (soprattutto le linee vocali, quasi più vicine alla carriera solista di Albarn che ai Blur) e arrangiamenti clamorosamente belli.
    Non so dove lo posiziono in un’ideale classifica dei dischi dei Blur, sicuramente sopra a “Leisure” (che è il peggiore, un album estremamente fastidioso) e a “The magic whip” (che non mi ha convinto, al contrario di questo).

    1. Su The magic whip sono d’accordo, su Leisure sii comprensivo erano gggiovani… 😊

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