Faber Vostrum

faber nostrum

Fabrizio De André è morto, ma muore ancora, in continuazione. Muore ogni volta che gli viene intitolata una via o una piazza, col suo bel nome scritto su una targa, spesso con l’accento nel verso sbagliato, o ancora peggio con l’apostrofo/apocope, insomma almeno scriverlo giusto non ci vuole una scienza. Muore ogni volta che lo insegnano a scuola – perché sin dalla sua morte è stato un “santo subito” che “bisognerebbe studiarlo nelle scuole” – così i nati nel duemila diranno che palle, devo studiare De André per l’interrogazione di domani. E muore ogni volta che qualcuno lo chiama FABER, con il nomignolo (un fenomeno che si apprezza particolarmente in televisione) come se davvero avessero avuto grande confidenza, un rapporto privilegiato col poeta.

Dai personaggi che pensano che sia un patrimonio nazionale meritorio di toponomastica, o chiedano che venga insegnato nelle scuole, o ancora peggio lo chiamano affettuosamente Faber, ecco, da questo tipo di personaggi mi piace stare alla larga.

Ma ormai la normalizzazione di Fabrizio De André è definitiva, senza via di ritorno. La sua opera è diventata un luogo comune. È un’istituzione trasversale persino a ogni schieramento politico. Il suo caratteraccio burbero e anarchico ha sedotto i radical chic di sinistra. Piace a quelli di destra, e piace a quelli che “non sono né di destra né di sinistra”. È amato proprio da tutti, come si ama un morto, con gli applausi, i like, le citazioni a minchia di cane.

Quindi non sarà un problema se canto la nota stonata, se passo per lo scemo del villaggio, se vado in direzione ostinata e contr… vedi? Dire una cazzata è così facile, con le parole del FABER nostro. Se mi permetto di essere impopolare non è certo per colpa sua (è stato il primo cantautore che ho ascoltato in tenera età e che ho strimpellato alla chitarra, non posso che essergli grato) ma è per effetto dell’aura mitologica fatta di targhe, lapidi, pagine dei libri, ricorrenze, nomignoli, vezzeggiativi, standing ovation, sorrisini, commemorazioni.

Sia chiaro però che io sono un buono; il mio amico Matteo sarebbe molto più severo. E per dimostrare che sono un buono, dirò una cosa molto buona (seppur discutibile): le rivisitazioni pop dell’opera di De André, dopo la sua morte, hanno spesso avuto risultati positivi.

Penso al famoso concerto in sua memoria tenuto pochi mesi dopo la sua morte, cui hanno partecipato tutti i big della musica italiana. Ho il doppio cd (Faber Amico Fragile… vabbè) che inizia con tutti gli strafalcioni di Adriano Celentano che si dimentica il testo di La guerra di Piero. Iniziare l’ascolto con questo momento imbarazzante è già qualcosa di vero, umano, che addolcisce la sfilata delle successive cover eseguite prevedibilmente bene. Tra le quali, persino una La cattiva strada cantata da Jovanotti mi sorprende: sentire dalla sua bocca cose che non siano un penso-positivo equo-solidale, è quasi un miracolo.


Ma la cover più bella di Fabrizio De André che sia mai stata fatta non sta in quel cofanetto. Grazie Morgan per il remake di tutto l’album Non al denaro non all’amore né al cielo, una prova eccitante in cui solo un artista di talento (la stessa persona che ora è giudice a The Voice of Italy, pazzesco!) poteva riuscire.

E poi The André, la blasfema imitazione di un De André che interpreta le sacrileghe canzoni di quelli della trap (che “usano l’autotune”, che “si drogano”, che “parlano solo di troie”, eccetera). Il risultato è adorabile, puoi vedere solo l’intrattenimento, oppure andare oltre e cogliere coincidenze di temi e linguaggi.


Ma dopo questi piccoli semi positivi gettati qua e là, lo strano equilibrio è destinato a crollare. Nel corrente anno 2019 la situazione precipita, è ora che Fabrizio De André muoia davvero. Esce la raccolta Faber Nostrum, in cui gli artisti indie italiani si cimentano nelle cover del loro FABER. Impossibile non venirne a conoscenza, visto che viene rilanciato dalla RAI e da tutti gli organi di informazione generalisti. E allora lo ascolto. Il maggiore complimento che si possa fare è che è una lagna. Lo dico a malincuore perché in scaletta ci sono molti artisti che stimo. Ma mancano del tutto le strane scintille di bizzarra creatività, volontaria o no, che hanno contraddistinto i casi precedenti. Tutto invece è ridotto alla commemorazione, alla fedeltà, al rispetto, alla cultura, all’omaggio, alla lapide insomma. A vent’anni (numero magico della retromania contemporanea) dalla sua morte, l’indie l’ha definitivamente neutralizzato con una playlist di kryptonite. Trovo più De André in mezza canzone di The André che in tutto questo rosario di misurate preghiere al Faber Vostrum.


Queste cose vado pensando mentre sbircio alla tv il concertone del Primo Maggio, anche quest’anno molto indie (meno di Sanremo, stavolta) e dove partecipano molti degli artisti protagonisti della fiera d’antiquariato di cui sopra. Ecco per esempio Colapesce che canta La canzone dell’amore perduto, lui quando c’è da coverizzare la qualunque piazza sempre l’interpretazione sensibile di punta. Ah aspetta adesso c’è Dori Ghezzi sul palco che consegna un Premio SIAE a Motta. Sempre brividi e pelle d’oca quando volano Premi SIAE!

Ma non mi dilungo, forse mi sono lasciato un po’ troppo andare; in realtà vorrei starmene sereno incollato al televisore a guardare le esibizioni. Tanto saremo per sempre assolti, anche se ci crediamo coinvolti. Ultimo dubbio prima di addormentarmi sul divano: il titolo Faber Nostrum si riferisce alla preghiera? Se sì, il latinorum è sbagliato, perché la preghiera è Pater Noster, non Nostrum. “Faber Noster” sarebbe sembrato pure più elegante. Magari mi sbaglio. Che diritto ho di fare il pignolo sui dettagli? Con questa cosa di FABER mi sono fissato troppo. Vado a letto, e per prendere sonno visualizzo un palco e conto i Premi SIAE.


P.S. Questa recente di Clementino è un caso limite ma per me è un Sì.

Che quest’anno il Primo Maggio sia meno indie di Sanremo non lo dico io, ma chi ha votato l’apposito sondaggio sulla pagina Facebook del MySpiace: seguila anche tu.

E questi?

14 commenti

  1. Io sono quello cui non piace Fabrizio De André né alcun cantautore italiano. Però secondo me quelli più affini sono i trappers dal momento che per entrambi le donne sono tutte puttane, tranne ovviamente Marinella, che morì precocemente e non fece in tempo a prostituirsi.

  2. Secondo me il titolo di “Faber Nostrum” (iniziativa di cui non sapevo l’esistenza e mi stupisce leggere che in realtà è una cosa strapubblicizzata) deriva semplicemente da Mare Nostrum. Potevano osare di più.

    1. Cioè come Mar Mediterraneo? Può essere, però in questo caso non capisco quale sia il nesso preciso… Oppure può essere “faber” inteso come “fabbro”, e quindi inteso liberamente come “artefice nostro” (la nostra arte è stata forgiata da te, FABER!) ma questa mi sembra ancora più vaga. Propendo ancora per l’assonanza Pater/Father/Faber con l’aggettivo sbagliato. In latino “noster” è genere maschile, “nostrum” è genere neutro, si direbbe che sono riusciti a neutralizzarlo anche grammaticalmente! 😀

      1. Secondo me il brainstorming per il titolo è andato in modo più semplice.
        -Oh, come lo intitoliamo il disco?
        -Boh, De Andrè è di Genova, facciamo qualcosa a tema.
        -Un gioco di parole sui caruggi?
        -Troppo complicato.
        -La lanterna?
        -No no
        -Cosa c’è a Genova?
        -Il mare?
        -Il mare!
        -Il Mediterraneo!
        -Il Mare Nostrum!
        -Oh facciamo Faber Nostrum!
        -Ma che vuol dire?
        -Niente, ma così lo spacciamo anche come Faber poeta di tutti noi, nostro appunto.
        -Genio!!!

      1. questa storia che lo chiamano Faber ha sempre infastidito anche me, quel fastidio tipico di quando senti parole un po’ desuete usate impropriamente. meglio pronunciare solo il cognome, come si fa con i compagni del liceo, quello si che è un gesto d’avvicinamento.
        siamo nell’era del proviamoci comunque misuriamoci con la qualunque, tanto è tutto un magna magna, e quanto ci vorrà a far quello, lo so fare pure io.
        che noia caro paolo

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