Elton John è sempre stato un paccaro

Elton John

Elton John ha sempre una scusa buona per annullare un concerto. Una volta ha le corde vocali infiammate. Un’altra volta lo devono ricoverare per installargli un pacemaker. Un’altra volta ancora rischia di morire dopo aver contratto un raro virus sudamericano. Oppure (un classico) ha l’influenza, come è successo per l’ultimo concerto all’Arena di Verona. Con un rapido giro sul web potrei scrivere “L’elenco di scuse di Elton John per annullare un concerto”. Forse manca solo “si è rotto il pullman” o “non mi è suonata la sveglia”.

Ma non sto a perder tempo in questa ricerca bislacca, anche perché pare che nel 2020 smetta di suonare dal vivo, quindi problema risolto alla radice. Mi sono però dilettato a fare un piccolo conteggio probabilistico. Grazie al sito italiano di Elton John ho contato tutte le date in Italia dall’inizio della sua carriera. Ad oggi, su 70 programmate, ben 11 volte ha annullato il concerto. Questo vuol dire che per il suo ultimo concerto di sempre in Italia, fissato il 7 luglio a Lucca, ci sarà un 16% di possibilità che non si presenti. I paganti hanno 5 probabilità su 6 che il concerto si verifichi davvero, e 1 su 6 che il baronetto tiri fuori una nuova scusa dal suo formidabile elenco.

Doppio peccato per i paganti paccati all’Arena di Verona, perché in questo tour d’addio, “Farewell Yellow Brick Road”, suona molte canzoni di Goodbye Yellow Brick Road, che è uno di quegli album di classe superiore, che se fosse un calciatore avrebbe maglia numero 10 e fascia di capitano. Era il 1973, lui e Bernie Taupin (il suo Mogol) volevano registrarlo in Jamaica ma hanno subito cambiato idea – in pieno stile Elton John – filandosela in un castello in Francia.

“La canzone famosa” è Candle In The Wind, all’epoca dedicata a Marilyn Monroe, poi riciclata nel 1997 per la morte di Lady Diana. Ma soprattutto c’è un’intro memorabile, Funeral For A Friend/Love Lies Bleeding, una doppietta che inizia solenne e finisce gigiona, prima commuove e poi ammicca, non si capisce come sia possibile, ma è un inizio di album che non può non spalancarti le orecchie per tutti i 17 pezzi in scaletta.

Poi c’è un’altra canzone, Bennie And The Jets, per la quale ho sempre immaginato un David Bowie molto incazzato: “maledetto Elton John, ho appena fatto Ziggy Stardust And The Spiders From Mars e ora mi copia l’idea sul cantante immaginario & la sua band… come quella volta che avevo appena fatto Space Oddity e Starman e mi ha copiato l’idea dello spazio con Rocket Man… cos’altro mi copierà adesso?”.

La mia canzone preferita dell’album ha questo titolo: This Song Has No Title. Un’altra che forse è famosa (per me è famosissima, ma spesso le canzoni che mi piacciono le sopravvaluto clamorosamente, e nel mondo reale non le conosce nessuno) è I’ve Seen That Movie Too. Poi c’è All The Girls Love Alice, che Simio & Telespalla hanno gentilmente messo in radio quando mi hanno ospitato nel loro programma, Ora in Stereo.

Ok, sono andato fuori tema. Non volevo dilungarmi sull’album (doppio album, quindi da dilungarsi il doppio). Il punto originario era che Elton John tira pacco con grande facilità, e non si sa mai davvero se farà il concerto oppure no. Purtroppo non ho mai visto Elton John dal vivo, ma non perché abbia colto solo le serate annullate, è che proprio ci ho mai nemmeno provato. È uno di quelli che mi piacerebbe ma, lo ammetto, con i concerti grossi devi organizzarti, devi sbatterti, devi investire, devi spostarti, troppo sforzo per uno pigro come me. Senza contare il 16% di probabilità che Elton John sia ancora più pigro di me, tirando pacco all’ultimo.

Comunque, se il concerto rivisita queste canzoni e questo album sontuoso, penso che abbia ragione chi scommette dai 60 ai 250 euro che Elton John, quella sera, clamorosamente ci sarà.

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Non c’entra niente, ma avevo usato Goodbye Yellow Brick Road per una delle collezioni di 4 album con criteri strani (per la precisione, gli album gialli).

E questi?

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