E vissero feriti e contenti Ghemon
Pop Rock

Ne usciremo feriti e contenti

Un anno fa, durante il lockdown dei balconi, degli inni, degli hashtag, della resilienza, periodo eroico e glorioso perché prometteva di durare poco per poi “uscirne migliori” perché #andràtuttobene, circolava una cosa molto più contagiosa del virus: i luoghi comuni. Un luogo comune a cui ero particolarmente affezionato è “abbiamo più tempo per noi.”

Ormai è passato ben un anno, immagino quindi che ognuno di noi avrà avuto tempo a sufficienza per sé. Tempo sicuramente messo a frutto per uscirne migliori, appunto. Lanciare il progetto della vita, per esempio. Realizzare il sogno nel cassetto. Scrivere un romanzo. “Lavorare su se stessi”. Arrivare a 100K followers. Imparare il cinese. Chiamare quell’amico là che ti eri ripromesso di chiamare ma adesso poi oggi lo faccio appena finisco la mela. 

(Io stesso avevo tanti progetti in mente, oh, davvero avevo intenzione di “trasformare la crisi in opportunità”, ma sono bravo solo a trasformare un’opportunità in crisi. A mia discolpa non ho mai preteso di uscirne migliore, mi basterebbe giù uscirne e basta.)

Invece Ghemon

Invece Ghemon, in tutto questo maggiore tempo per se stesso, qualcosa ha fatto davvero: ha pubblicato ben 2 album in un anno. Prima Scritto nelle stelle e poi E vissero feriti e contenti

Quest’anno come l’anno scorso la scena a casa mia è uguale e identica: in una splendida primavera di clausura forzata e acquisti on line, suona il citofono: è il corriere con il pacco contenente il nuovo cd di Ghemon. Evviva. Un album che in realtà ho già ascoltato su Spotify ma possedere la copia fisica è sempre bello. E poi il rutilante mondo dei social mi dà la possibilità di pubblicare nelle stories un simpatico “unboxing”, possibilità che non colgo mai, non per snobismo, ma perché sono troppo impaziente di aprire il pacco piuttosto che stare a posizionare la fotocamera. E una volta sfilata anche la pellicola di plastica, è il momento di infilare nel lettore il nuovo cd, con l’unica differenza che nel 2020 era Scritto nelle stelle, e nel 2021 è E vissero feriti e contenti

Se esce l’album di qualcuno che ti piace, è facile che lo ascolti qualche volta, e poi ti stanchi, e poi esce il disco nuovo, e ti dedichi a quello, e quello passato non lo consideri nemmeno più perché ti sa di vecchio. Io invece sento di non aver ascoltato ancora abbastanza Scritto nelle stelle per poterlo considerare completato e archiviato, e quindi lo sto ancora ascoltando, con la differenza che ora lo sto facendo insieme a E vissero feriti e contenti, che percepisco non come un nuovo album ma come un altro album. 

Mi appunto: “è scritto nelle stelle che vissero feriti e contenti”, se casomai un giorno dovessi confondere la corretta successione temporale.

E vissero feriti e contenti, qualche impressione

E vissero feriti e contenti è l’album con la canzone di Sanremo, Momento perfetto, che ha un notevole ritornello sanremese che gioiosamente si appiccica in testa, ma per qualche strano motivo nei giorni del festival non ha “bucato lo schermo”, e per cui Ghemon ha gioiosamente ironizzato su Twitter.

Ho un debole per una canzone non protagonista, diciamo “caratterista”, una di quelle che sotto sotto aspetti che arrivi: è Trompe-l’oeil, che gioca su rime e parole francesi, e ospita messaggi vocali interpretati da Ema Stokholma (col suo accento, giustamente, francofono).

Faccio finta di non aver sentito che a Ghemon non piacciono Morrissey, gli Smiths, la new wave, l’indie rock, come dice nella canzone Infinito. In realtà va bene anche questo, mi piacciono le unpopular opinions, persino se riguardano gli Smiths. (Mentre per quanto riguarda l’indie rock in certi casi potrei essere d’accordo con lui.) 

Ho la sensazione che una canzone come Nel mio elemento andrà forte in radio, tutti la canticchieranno, e la frase “trovo il mio baricentro, sono nel mio elemento” diventerà un classico per le didascalie nelle foto primavera-estate sui social. A chi possiede la copia del cd (come me) resta in più la curiosità del fatto che nella tracklist è scritta al posto sbagliato. 

Brevissimo paragrafo livello-pro

[Qui parlo in recensionese da nerd musicale, quindi puoi andare avanti veloce]

Ci sono tanti pezzi “forti” (oltre a quelli citati aggiungo La tigre, Tanto per non cambiare, Non posso salvarti…) forse in misura maggiore rispetto alla media. Comunque amo in egual misura anche il Ghemon più preso male di qualche anno fa.

E vissero feriti e contenti è prodotto con Simone “Simonsays” Privitera, mentre i tre precedenti erano realizzati con Tommaso Colliva. Come nel precedente Scritto nelle stelle c’è molto groove, poco rap, e una discreta serenità di fondo nei testi (in particolare rispetto a Mezzanotte). La tendenza è verso una produzione mista tra elettronica e strumenti, lasciando la band non più così in primo piano come ai tempi della “svolta” di OrchiDee. Nel futuro si prospetta un ritorno alle basi*?

Ho sempre una certa idea di Ghemon

Ho sempre una certa idea di Ghemon. Un’idea che è nata per contrasto rispetto ad altri italiani del rap e dintorni – in fondo è una carta che ho pescato da quel mazzo. Ma è un’idea che è rimasta solida nel tempo, anche se nell’opinione generale è passato dall’essere considerato il rapper-che-piace-anche-a-chi-non-ascolta-rap fino a essere il cantante-che-piace-anche-a-chi-ascolta-rap.

Potrà sembrare una banalità, ma Ghemon semplicemente racconta storie in modo molto autentico e asciutto, senza favole e senza film. Non finge, non millanta, non ostenta. Parla di se stesso senza essere autoreferenziale, in modo che chiunque possa rispecchiarsi nei momenti perfetti o imperfetti che mette in musica. 

È un “lupo solitario”, come avevo titolato un vecchio articolo su un suo concerto. Ha fortunatamente conservato una certa ritrosia all’utilizzo dei featuring (il featuring è una strategia di marketing discografico che non sarebbe per forza un male, peccato che i risultati siano spesso inutili e innocui.)

E poi si astiene dalla guerra a chi spinge più forte, spara più grosso o piscia più lungo: è lontano dai luoghi comuni di molti cantanti di genere affine al suo – non serve un elenco, sono quelli che puoi direttamente sentire in riproduzione casuale su Spotify appena finito il suo album. 

E in quanto ai luoghi comuni della pandemia con cui ho esordito questo pistolotto, voglio riprendere il caro “ne usciremo migliori”, e ghemonizzarlo in una mia speranza per il futuro: “ne usciremo feriti e contenti”. 

* “Ritorno alle basi” potrebbe essere un buon brutto titolo per un album, ma è meglio che resti una delle mie battutine che non fanno ridere – grazie comunque per aver letto questo asterisco.

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Paolo Plinio Albera

Seduto sugli allora. Scrivo di rock, matrimoni, borgata Polo Nord (Torino). Anche di tennis, molto meno ma secondo me è quello che so fare meglio.

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6 commenti

  1. Quindi consigli l’ascolto? Non mi ha mai attirato più di tanto e il grande cambiamento (anche nel look) da Sanremo 2019 a Sanremo 2021 mi ha un pò spiazzato. Da quale album consigli di partire?

    1. Per me la scintilla è scoccata con OrchiDee, un po’ più vecchio ma all’epoca mi aveva davvero fatto volare ❤️

      1. Grazie della dritta! Ascolterò e ti farò sapere! 😉

  2. Mi ricorda un po’ il cantante Neffa.
    Comunque oggi ho comprato Madame che, tra metapop e retropop (non pop che ti viene spontaneo ma ragionamenti sulla musica leggera, mi pare) e cosplayers, mi è sembrata la cosa più interessante uscita da un Festival che manco ho visto e quindi non so proprio come faccio a dirlo, boh.

    1. Quello di Madame ne ho sentito metà per ora. Il pezzo di Sanremo non mi ha colpito ma tutti gli altri un po’ famosi si

      1. Troppo lungo e troppi ospiti, ma buono.

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