citizen halcyon blues
Pop Rock

Il blues della serenità

Scrivere recensioni di dischi per una rivista (lo faccio per Rockerilla) vuol dire spesso vivere in una camera iperbarica temporale, isolata dal mondo e dalla realtà, in cui scrivi di musica che non è ancora accaduta. Con un anticipo di alcune settimane ascolti una cosa che ancora non esiste per nessuno, e non hai la minima idea di come “risuonerà” quando uscirà, quante persone fermeranno l’attenzione su questo album, se entrerà a far parte o meno della vita di fan vecchi o fan nuovi, se diventerà importante oppure svanirà in fretta. Può essere persino che ti accorgerai di aver sbagliato nelle tue convinte considerazioni, magari sto disco non l’hai nemmeno capito e hai toppato in pieno. 

A luglio ho ascoltato il nuovo dei Citizen, americani, con radici nelle scene emo e post hc, quasi vent’anni di storia alle spalle e un bel po’ di album. Quando la situazione è questa, di solito ti puoi aspettare un album apprezzabile ma non tra i fondamentali della carriera. Non so cosa sia successo ma mi ha preso moltissimo, con gli ascolti sono andato un po’ oltre il previsto e ho raggiunto i limiti di ascolto imposti dai maledetti link streaming che mandano ai giornalisti, che se arrivi a 10 (forse, immagino, non ho mai contato ma più o meno) ti si blocca tutto. 

Poi è arrivato il pomeriggio dell’intervista al chitarrista, Nick Hamm, e in quella videochiamata, nel suo modo di raccontare l’album, con i piccoli dettagli su cui l’hanno composto e registrato e prodotto in orgogliosa autonomia a casa loro e con l’etichetta di una vita, tutti i pezzi sparsi del puzzle che mi ero fatto in testa si ricomponevano da sé. In mezzoretta si è parlato molto di musica, ed è un album asciutto e robusto ma che si accomoda anche su ballad dirette ed efficaci senza essere troppo infiocchettate. Ma tra le righe c’è un titolo – Halcyon Blues, “blues della serenità”, o “serena malinconia” – che già da solo ti fa sentire vibrare l’album. C’è la luminosa tristezza di un’età della maturità che non vuole spegnere il fuoco che brucia da(i) vent’anni. C’è una fragile pace raggiunta con la bestia che hai dentro che ti spinge per una vita a distruggere e costruire, odiare e amare, stracciare e riappiccicare le cose che hai per le mani. Poche cose ma fatte bene, un sesto album di una band di Toledo Ohio, e io completamente prigioniero di canzoni che sapevano perfettamente dove venire a prendermi.

E poi cosa succede? Mandi il file con l’intervista, la recensione, e stop: inizia un periodo vuoto in cui l’album non esiste ancora, tanto meno il numero della rivista, ma per te paradossalmente entra già a far parte del passato. Un lontano ricordo, una storia scaduta, una assurda incongruenza temporale. In qualche settimana esce l’album e, mentre finalmente sboccia al mondo la nuova collezione di canzoni che l’artista ha pazientemente seminato, tu hai già archiviato tutto e magari sei già rinchiuso in altre camere iperbariche ad ascoltare altri album del futuro. Esce anche la rivista, e non rileggo mai nulla di ciò che ho scritto, per il timore di trovare le mie parole vecchie, impulsive, ancorate al passato e non aggiornate al presente. 

Dopo quell’intervista di luglio è passata per me un’estate, sono successe cose: è il periodo in cui la vita ha accelerazioni improvvise, altro che “riposo” o “pausa” o tutti i luoghi comuni sulle vacanze. Tutto ciò che da fine agosto ascolterai o leggerai o vedrai lo farai con altre orecchie, altri occhi, altri vissuti. Con queste altre orecchie occhi vissuti, ho pensato di riascoltare quell’album – ora lo potevo fare, visto che nel frattempo era stato pubblicato sulle piattaforme, e non ero più legato al maledetto link esterno con gli streaming contati ed esauriti – accorgendomi che avevo davvero voglia di riascoltare l’album.

Riascoltare l’album di cui hai già scritto è per me sempre una sensazione lose-lose, perché mi accorgo di quanto l’album è cambiato, pur rimanendo sempre lo stesso. Ci sono magari dettagli che mi sono sfuggiti, collegamenti che ho ignorato, perifrasi calcistiche da cronista che avrei potuto usare ed effetti speciali con cui avrei potuto stupire, ma ormai le mie parole sono là sopra sulla carta, piane, normali, bidimensionali. Di solito gli album brutti migliorano, gli album belli peggiorano. O magari nel frattempo sono cambiato io, pur rimanendo sempre lo stesso, e se ero brutto sono migliorato, se ero bello sono peggiorato. 

Ri-cliccando play su Halcyon Blues mi capita qualcosa che raramente mi è successo. Ritrovo esattamente quelle emozioni che mi hanno fatto amare l’album con un trasporto insolito. Prendo ad ascoltarlo quasi tutti i giorni (lo ascolterei anche tutti ma temo di rovinarlo), mettendo in repeat Always The Last One To Leave che è la mia preferita, aspettando l’arrivo di Ether che è la mia nuova must-have per l’autunno-inverno, e stando davvero bene durante Highs And Lows che è il pezzo che tira le fila di tutto, e da cui Nick Hamm diceva che è partito il percorso dell’album. Quando lo ascolto in auto mi appiccico in testa il ricordo delle canzoni su tutte le strade che faccio, come gli adesivi dei gruppi sui caselli delle autostrade e sui pali della luce. Lo eleggo un po’ a “album dell’estate”, romantico outsider underdog in lotta impossibile per “album dell’anno” contro colossi come Gorillaz, Phoebe Bridgers, probabilmente Fontaines D.C…

Dovessi scrivere oggi non lo saprei più spiegare, è semplicemente un bellissimo album, che abbraccia cuori complicati trenta-quarantenni, che vivono ancora e amano ancora e soffrono e si sbattono entrando in strade sempre più in salita, aspettando soste che sono sempre una curva più in là, rincorrendo giorni che scorrono sempre più in fretta, e arrivando in posti che non sono quasi mai quelli per cui sono partiti. Qualcuno di questi cuori è spezzato, oppure guasto, oppure ancora affamato, oppure tutte e tre. Ma c’è da qualche parte una dimensione in cui ti senti sereno in questo temporale, a posto in questo caos, splendente in questo decadimento. Questo è ciò che sento in questo album e che mi aggiunge un pezzo, mi mette una pezza, mi spinge ad ascoltarlo e ora a dedicarci altre parole, oltre a quelle già scritte nella rivista, che per forza di cose hanno lo scopo di parlare del disco, e non dei fatti miei di cui ho parlato fino adesso, e per stavolta può bastare così.

Dopo l’album parte l’algoritmo con i pezzi simili delle band simili, tutto riprende la sua distanza digitale, la magia si dissolve. Ma non abbastanza da togliermi la voglia per la prossima volta.

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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