pale moon
Live Report Pop Rock

Cavi, tappeti, cuori sudati

Da qualche tempo ho aperto un canale Telegram in cui metto, semplicemente, il calendario di tutti i concerti della settimana nella mia città. Un elenco brutale, giorno per giorno, senza tante cornicette. Penso che a tanti farebbe comodo una cosa così, ma nessuno ha voglia di farlo, e qui subentro io. Ma non divaghiamo. Lo dico semplicemente perché, compilando amorevolmente il programma dei concerti, mi imbatto casualmente nei Pale Moon, duo islandese indie pop che inizialmente confondo con un’altra band che si chiama Pale-qualcosa, o forse qualcosa-Moon, e allora vado a verificare su Spotify che non siano né l’uno né l’altro. Mi bastano pochi secondi del primo pezzo per innamorarmi subito. Divento rapidamente curioso, voglio andare a vederli; dove suonano? La risposta è presto detta, si trova nel mio stesso canale Telegram che ho compilato dieci secondi fa.  

Il posto è l’Imbarchino, affacciato sul Po, nel cuore del Valentino (che è il parco torinese dell’amore e delle cose romantiche – non sarà un caso che si chiama come il santo della festa degli innamorati?). Il locale è frequentato soprattutto da giovani e studenti, sia di giorno che di notte, ed è gradevole soprattutto nella bella stagione. A seconda del livello del fiume si possono aggiungere sedie e tavolini a ridosso dell’acqua. È formato da diverse piccole salette, la meno piccola delle quali è adibita agli eventi live. 

Entro che il concerto è appena iniziato. Ingresso libero. Pubblico tutto seduto, chi sulle sedie, chi per terra, chi appoggiato al muro. Trovo posto davanti, riesco a godermi il concerto in prima fila, le assi di legno che faccio scricchiolare sono coperte dal suono caldo che riempie la sala. C’è l’atmosfera tipica dell’inizio di un concerto, quando la musica crea l’incanto, un nuovo colore, un nuovo stupore. La bella stagione inizia a far salire le temperature, mi slaccio la giacca. Luci quasi zero, palco quasi zero, il laptop che manda le basi di basso e batteria è collegato a un groviglio di cablaggi inestricabili. Tra cavi e tappeti e cuori sudati si stanno esibendo i Pale Moon, ovvero Nata Sushchenko e Árni Gudjonsson. 

Lei, russa siberiana, voce di velluto, assolutamente affascinante, dono naturale per la melodia morbida e d’altri tempi, corpo snodato che faccio mille foto ma vengono tutte mosse. Lui, biondi lunghi capelli, ex degli Of Monsters And Men, battuta sempre pronta (“siete più persone che in Islanda!”), ogni tanto un sorso dalla fiaschetta che contiene chissà cosa, chitarra leggera sfumata da un chorus vagamente alla Mac Demarco. 

I pezzi che suonano sono uno più adorabile dell’altro. Tutti in inglese, la lingua del pop. Se li risenti una seconda volta, li riconosci. Hanno qualcosa di seducente ma anche di autoironico. Di autentico, ma anche di furbetto. Di Bowie, ma anche di Elton John. Funzionano di più le canzoni oppure il fatto che sono una coppia splendidamente assortita? Non lo so. Hanno fatto un album nel 2022, Lemon Street, e tra poco uscirà il secondo, Carpets, Cables, And Sweaty Hearts, che sembra l’esatta descrizione dell’ambiente in cui stanno suonando. Anche il nome che si sono scelti, Pale Moon, dà un’immagine del tipo di musica che fanno, ma si dà il caso che sia il nome di un browser per navigare sul web; per questo hanno scritto sul sito “we make music, not a browser”. 

Invitano sul palco un cantante di Torino conosciuto su Instagram, suonano insieme una sua canzone, che a un certo punto diventa guarda caso Don’t Look Back In Anger degli Oasis. Fanno una cover, If It Makes You Happy di Sheryl Crow. E fanno un bis, infine, con Spaghetti che è quella canzone che in pochi secondi mi ha convinto a uscire di casa e venire qui. Esiste un collegamento tra il titolo del loro singolo e il fatto che siano in tour in Italia?

Finisce tutto molto presto, come i concerti migliori, che ne vorresti ancora un po’. Ovviamente mi chiedo se stanno insieme, se sono sposati, se vivono questa storia della band come scusa per viaggiare insieme. Girano l’Europa, i musicisti marinai, ogni giorno sono in una città diversa, chissà se si ricorderanno di Torino. Un po’ marinaio sono anch’io, ogni giorno un concerto diverso, ma di loro mi ricorderò.

MySpiace è su Instagram, il parco del Valentino dell’internet.

Paolo Plinio Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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2 commenti

  1. Mi ricordano un po’ i Cardigans.

    1. Ci sta. Bei tempi 🖤

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