A scuola guida con i Black Mountain

Black Mountain Destroyer

“Dedicato a tutti i guerrieri che hanno lasciato lo stadio”: questo è scritto in calce ai testi dell’album Destroyer dei Black Mountain. Ignoro il riferimento, può essere musicale, può essere storico, può essere semplicemente simbolico. Ma è perfetto, sicuramente hanno pensato a me, perché tale mi sento in una serie di aspetti della mia vita. E io ho pensato a te che stai leggendo, perché se sei arrivato su questo spazio vuol dire che tutto sommato sei un guerriero che ha lasciato uno stadio. 

I Black Mountain sono la mia band-sicurezza. Lo spiegone di ciò che suonano è già insito nel nome. Quasi tutti i gruppi che si battezzano Black-qualcosa hanno a che fare con chitarre grosse, riff grassi, e un certo umor (non humor) nero. In tutto il filone Black-qualcosa i preferiti dei Black Mountain sono sicuramente i Black Sabbath. Quindi fanno anche un genere-sicurezza, perché per rifare l’hard rock anni settanta non serve una particolare fantasia. Eppure riescono (non si capisce come, miracoli dell’ispirazione) a non essere ripetitivi e pedestri, anzi, a dare l’impressione di un’ultima e definitiva evoluzione del genere, la più pura e integrale. 

Ascoltare i Black Mountain, tipicamente al volante da solo in autostrada, mi fa pensare a cose come: “questo è il mio genere preferito”, “voglio fare musica così”, “sono incazzato e ho ragione”, “ehi, un assolo”, “moriremo male”, “il rock non è morto”, tutte cose che non sono vere in senso assoluto, ma sono vere in quel momento lì e questo è quello che conta.

Si sono formati negli anni zero a Vancouver, all’epoca il Canada era la bussola di tutti gli artisti che volevano fare qualcosa di diverso pur usando ancora le chitarre. Si sono costituiti intorno al chitarrista cantante Stephen McBean come una cricca di musicisti (Black Mountain Army) che si mescolavano in varie band: la seconda più nota è i Pink Mountaintops, che pur apprezzo ma sono un po’ naif per le mie abitudini. 

Ora Destroyer è il quinto album dei Black Mountain, che non sono mai cambiati molto, sono una band-sicurezza anche nel senso che sai già come sarà il prossimo album e il prossimo ancora. Continuano a picchiare i riff sulla corda più spessa e più vicina al cuore. Usano synth di stiloso modernariato. Cercano se possibile di complicare con strutture dispari. Hanno testi piuttosto distopici, sentono cupa l’ombra del futuro (Future Shade) e ci avvisano che viviamo vicinissimi al limite (“we’re living close to the edge” è una frase ripetuta più volte in due canzoni). Infine, un po’ di psichedelia per selezionare ulteriormente – se non fosse già stato fin qui pesantemente decimato – il pubblico. Oggi come ieri, i Black Mountain sono sempre questi, dal 2005 sempre per la stessa etichetta, Jagjaguwar.

Unico cambiamento è l’addio di Amber Webber, che cantava alcuni pezzi, e di Joshua Wells, che suonava la batteria. Non ho voglia di ricopiare il tabellino delle sostituzioni, quindi rimando a una news, stavolta non sui soliti siti rock o indie ma su Metal Hammer, così uno si fa una cultura più varia e vede le cose anche da un altro template. 

Per la conclusione mi sono riservato l’angolo delle curiosità. Il leader Stephen McBean ha finalmente preso la patente, alla tenera età di 48 anni, circostanza che è stata lo stimolo per la canzone Licensed to Drive. Chissà com’è per un qualsiasi teenager di Vancouver frequentare scuola guida nella stessa aula dove c’è un vecchiaccio capellone guru della hard psichedelia. E chissà com’è per questo guru scoprire finalmente che effetto fa, ai più giovani di lui, guidare una macchina in autostrada con sotto un album dei suoi Black Mountain. 

Tra gli illustri di mia conoscenza che non hanno mai conseguito la patente di guida ce n’è solo un altro, di tutt’altro genere

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E questi?

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