Piccola storia dell’autotune, da Cher alla Trap

autotune

Ero in sala di registrazione col mio gruppo, erano gli anni zero e si suonava ancora il rock, io in qualità di cantante stavo registrando la voce. Stonavo un po’, ovviamente. Dunque il fonico che ci registrava, cliccando qua e là, ha evocato uno strumento che fin lì mi era sconosciuto: l’autotune.

Letteralmente un “auto-intonatore”: prende un suono che sta su una nota stonata e lo regola sulla nota che vuoi tu. Con “una passata di autotune” ha raddrizzato le mie note calanti. Poi, per scherzare un po’, ha alzato al massimo le impostazioni dell’autotune sulla traccia della voce. La mia voce, sfigurata, era diventata una esilarante caricatura della canzone che avevo scritto. Qualcosa di mezzo tra il robotico, il neomelodico, il cartone animato. La reazione di noi giovane rockband degli anni zeta è stata una grassa risata. Non potevamo sapere che molti anni dopo l’uso del buffo autotune avrebbe dilagato, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui è la normalità.

Che strana la storia dell’autotune. La prima fase della sua esistenza passa sotto silenzio, clandestina, perché bisogna fare di tutto per camuffarlo e non renderlo palese. Non sia mai che si sappia che un artista “usa l’autotune” perché è stonato: vergogna! La seconda fase, invece, è l’opposto: oggi l’autotune è esibito in maniera spinta, patinata, e aizza facilmente la polemica. E allora mi sono chiesto: come mai le cose sono andate così? Mi sono fatto un viaggio di canzoni pop con l’autotune che abbiamo ascoltato fino a oggi, almeno in Italia, dal piccolo stereo della mia ex cameretta in poi.

Do you believe?

Anno 1998: Believe di Cher è la prima canzone in cui l’autotune esce allo scoperto, sbattuto in faccia senza tanti complimenti. La canzone è dedicata all’ex marito – Sonny Bono – morto in un incidente: “do you believe in life after love?” si domanda Cher nel ritornello. La dance di fine millennio sogna una vita dopo la morte, forse l’immortalità, un sogno androide pochi anni prima dell’anno dell’Odissea nello Spazio.

Questo accade nel periodo in cui la voce del futuro ci arriva solitamente col vocoder, quello dei Daft Punk, da Around The World a One More Time – il loro album Discovery diventa la colonna sonora di un film d’animazione giapponese, Interstella 5555. E pure in Italia, anzi a Torino, anzi a pochi isolati dalla mia ex cameretta, gli Eiffel 65 giocano con il vocoder inventando un ucronico alter ego Blue, ultimo tormentone dell’eurodance anni 90.

Mentre il vocoder è uno strumento usato per incrociare il timbro della voce con un altro timbro musicale, tipo un gelido amplesso tra umano e macchina, l’autotune è semplicemente un programmino per pacioccare la voce. Nasce per risolvere difetti di intonazione, diventa sempre più protagonista nella produzione. Al contrario del famoso detto, nasce pompiere e morirà incendiario.

L’uomo di cartone

Un anno dopo Cher, anche in Italia i big della canzone sono pronti a risciacquare i panni nell’autotune. Per esempio Adriano Celentano, che lo fa con la canzone L’uomo di cartone, dall’album best seller Io non so parlar d’amore. Un disco scritto con Mogol e Gianni Bella, zeppo di singoli dal successone immediato. In più c’è questa, che non esce come singolo, ma occupa un posticino speciale nel cuore dei fan più affezionati.

In effetti ci sono quasi tutti i topos di Celentano e una sua tipica “storia d’amore”: l’uomo rivale idiota ma pieno di soldi, lei che in realtà ama lui ma sposa il rivale perché è pieno di soldi, la delusione amorosa cocente, lei che sembra tornare sui suoi passi, eccetera. Se l’emozione non ha voce, la delusione ha questa voce qui.

Where Did It All Go Wrong?

In pochi anni diventa normale far sentire un leggero autotune per dare la pacca pop al pezzo. Il momento in cui sono costretto ad accettare questa dura verità risale al 2000 con la voce di Noel Gallagher, l’ultimo al mondo ad aver problemi di intonazione, eppure da Where Did It All Go Wrong in poi ne fa spesso uso.

“Ne fa spesso uso”, sembra di parlare di droghe. Beh, è effettivamente un modo per dopare la voce. Nell’epoca in cui sento questa canzone mi sento un po’ tradito. Ma considerando tutto l’album (Standing On The Shoulder Of Giants) rifletto che comunque i loro tempi d’oro sono purtroppo andati. Ma per ora lasciamo stare le grandi band e torniamo in Italia.

TuttoMax

Parlando di autotune in Italia non possiamo non affrontare l’argomento Max Pezzali. Il simpatico Max degli ex 883, dalla voce assolutamente riconoscibile, dallo stile che “stacca” le note con nettezza ma, ahimé, dal vivo le “stecca” con molta frequenza. L’aumento di autotune sulla sua voce diventa graduale nel tempo. L’esempio qui sotto risale al 2002, un’epoca di transizione in cui l’autotune non è esibito ma riconoscibile a un orecchio pignolo.

Ci sono anch’io è una canzone entrata in un film Disney, “Il pianeta del tesoro”, ed è scritta con il cantante dei Goo Goo Dolls, quelli di Iris. “Dai John Rzeznik, facci una musichina come quella della tua canzone famosa!” e infatti c’è lo stesso tempo terzinato di Iris, marchio di fabbrica, un po’ più veloce. E per quanto riguarda gli eroi dei cartoon, ne riparliamo nel prossimo paragrafo.

Affinità/divergenze tra Dragonball e Shpalman

L’autotune piace ai bambini, a quanto pare. Se no non si spiega perché sia molto usato nelle sigle dei cartoni animati, da un certo punto in poi. D’altra parte, l’autotune è un giocattolo. E le sigle dei cartoon sono le prime melodie che i bambini metabolizzano. I millennials, quelli che sin da piccoli ragionano in digitale, sin da piccoli ragionano in autotune, quindi facciamoci le domande e diamoci le risposte. Dal 1999 l’autotune decolla nelle sigle dei cartoni animati, con Dragonball cantata da Giorgio Vanni.

E poi nel 2003 Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese usa il vocoder per riprodurre l’effetto dell’autotune cantando Shpalman, una finta sigla di una serie su un supereroe che spalma la merda in faccia ai suoi nemici. E in questa versione c’è anche la voce di – indovina chi? – Max Pezzali, tanto per chiudere il cerchio di cui sopra.

Britney

Non dimentichiamo che l’autotune fa miracoli per mettere a posto prestazioni vocali tipo questa…

…E quelle di molti altri artisti che nemmeno sappiamo. Per quanto riguarda la cara Britney Spears, si dice che nemmeno l’autotune sia sufficiente a salvare la baracca: in alcuni casi la sua voce sarebbe stata sostituita da quella di una corista con la voce simile. Ipotesi suggestiva.

I Gotta Feeling

Una qualsiasi inutile canzone dei Black Eyed Peas. Sono costretto a inserirla per annotare che in una decina di anni l’autotune è uno standard comune nel pop più normale del mondo.

I Gotta Feeling (2009) è una canzone stomachevole nel suo ottimismo, nella sua attesa giuliva di una serata speciale, di una festa in spiaggia, o checchessia. Ma questo non è certo colpa dell’autotune. E non è nemmeno colpa dei Black Eyed Peas, professionisti capaci che svolgono il loro lavoro in maniera ineccepibile. La colpa è nostra che ci facciamo imbambolare da motivetti garruli e perfetti per sentirci felici. La realtà è che siamo noi a essere filtrati in un autotune di gusti, che ci muove a suo piacimento, come le note del cantante mentre dice che stasera che sera.

Cat Power

Ma quando, per esempio, è Cat Power a usare l’autotune nell’album Sun… come la mettiamo? In queste canzoni (pubblicate nel 2012) la voce di Chan Marshall è stratificata in più tracce, alcune delle quali sono caricate a palla di autotune. Il produttore è Philippe Zdar dei Cassius. Sentila e amala. 

Tutto Sun mi piace da matti, uno dei miei preferiti di Cat Power, e un bell’esempio di uso indie dell’autotune. Pensa, nessuno si è mai alzato col ditino a dire “eh, però ha usato l’autotune”. Sarà l’autorevolezza del personaggio, sarà che era semplicemente un album fortissimo, non lo so, ma lasciamo stare le cose belle e torniamo in Italia.

Pop_X

Pop_X è l’unico di questi tempi che usa l’autotune in maniera deliberatamente surreale. È unico nel suo genere. Anzi è un genere a sé. È uno molto odiato. Un po’ per quello che canta, un po’ anche per l’autotune spinto in maniera così pornofonica.

(Trattandosi di suoni, non aveva senso la parola pornografica. Dimmi, dove mai hai sentito la parola pornofonica, se non sul MySpiace parlando di Pop_X e autotune? Sono o non sono il tuo blog di riferimento da aggiungere ai preferiti?)

Questa canzone è una parodia di un’altro di “quelli con l’autotune”, il napoletano Liberato. Chissà se un giorno farà anche quella di Carl Brave, in romano. Ma è evidente che ci stiamo avvicinando pian pianino all’ultima tappa di questo trip: la trap.

Trap

Eskere! Ecco infine la pietra dello scandalo. Non stiamo qui a fare la storia della trap. In USA esiste da almeno dieci, quindici anni forse, ma in Italia è esplosa da poco. Arriva in radio, tv, ovunque, ha un giro di ascolti pazzesco, chiunque conosce i nomi più importanti, Ghali, Sfera Ebbasta, Dark Polo Gang, Achille Lauro etc. La caratteristica della trap più interessante è quanto sia divisiva. Grandi sostenitori contro grandi detrattori. Bianco o nero. Bellezza o monnezza.

Skrrt skrrt! Anche l’autotune è protagonista nel polarizzare le opinioni su queste nuove voci, che non dicono nulla che non sia già stato detto dal rap, ma lo dicono attraverso l’effettino dello scandalo. Voci che, se potessimo estraniarci per un momento dall’attuale periodo storico, ci sembrerebbero così piccole e innocue. Ma l’autotune le rafforza, perché le rende ancora più divisive: nei loro detrattori affiora nuovamente il pensiero ancestrale per cui “truccare la voce” significa barare, nascondere incapacità, operare una volgare chirurgia estetica a una musica brutta.

Bufu! Ora è solo questione di abituarsi. Se devo essere onesto, persino il suono gracchiante di una chitarra distorta, un tempo disturbante e divisivo, è diventato innocuo e si usa persino negli spot pubblicitari. Ma per il momento l’autotune detta legge, divide et impera: molti anziani rapper iniziano ora a usarlo, cercando di mettersi in carreggiata, di ricalcolare il percorso, di salire sul carro del vincitore. Stessa cosa i cantanti pop di generazione “Amici”. Ma, ahiloro, si capisce subito quando uno è nativo autotune oppure lo usa come cosmesi metrosessuale per restare, se non giovane, almeno giovanile. 

Un autotune mi seppellirà

E qui torna il ricordo delle risate, in sala di registrazione, mentre il fonico mi ripassava la voce con l’autotune al massimo. Le stesse risate di chi poteva essere al posto mio si sono trasformate nel disprezzo di adesso. Penso che l’autotune sia odiato dagli ex giovani/nuovi vecchi perché mette in crisi una serie di valori su cui si sono basati i loro ascolti. Per esempio il rock come sincerità, imperfezione, lealtà nei confronti dell’ascoltatore. Invece l’autotune spopola tra i nuovi giovani perché è un giocattolo semplice, immediato, divertente. E anche perché è odiato dai vecchi

Io che ho una certa età non posso capire i ragazzini, tantomeno giustificarli. Ma onestamente non potrei nemmeno giustificare le chitarrazze con le distorsioni transistor, i cantanti reggae che scimmiottano la voce di Bob Marley, e pure tanti flow rap vecchia scuola che a sentirli adesso brrr… Ora che certe cose fanno parte del passato, è il tempo dell’autotune: impossibile schivarlo, tipo il traffico in centro all’ora di punta con lo sciopero dei mezzi. Se possibile cerco una strada alternativa, ma a volte non posso non rimanere incastrato. 

Per prepararmi al mondo del futuro, in cui saranno più le canzoni con l’autotune che quelle senza, mi sono scaricato un’app per il cellulare che si chiama Voloco per mettermi da me l’autotune, registrandomi la voce, mentre canticchio o mando un messaggio vocale di X minuti. E niente, è più forte di me: mi fa ridere. Immensamente ridere. Come quella prima volta negli anni zebra, in sala di registrazione, in cui sulla voce mi hanno messo a palla l’autotune.


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E questi?

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