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Pop Rock

Au pays du Primavera Sound

Ciò che succede al Primavera Sound fa il giro del mondo. Le cose accadono prima, il tempo scorre più veloce, ogni novità conta dieci volte – sia nel bene che nel male. È per questo che ha un fascino senza pari. Ritorni, anteprime, delusioni, sorprese, innovazioni, débâcle, performance memorabili, tutte queste cose si propagano in tempo zero e fanno sentire i presenti al Parc del Forum dei privilegiati. Impongono l’agenda a tutti quelli che parlano, scrivono, vivono intensamente la musica. Barcellona capitale d’Europa, d’Inghilterra, d’America, d’Italia, del Mondo. 

La grande voglia di vedere un Primavera Sound, per il sottoscritto, diventa cosciente probabilmente dall’edizione “New Normal” del 2019 quando la lineup viene bilanciata esattamente pari 50/50 per genere. La convinzione definitiva arriva nel momento in cui vedo l’iconica foto dell’edizione 2025, la scritta “Israel is committing genocide, use your voice” sui maxischermi del set dei Fontaines D.C.: quando un festival di grandi masse si scopre amplificatore politico, il richiamo diventa irresistibile. E poi certo, c’è il mito del festival “organizzato bene”, “senza code” (anche se non è esattamente così), che non è stato scalfito dagli inaspettati disagi del 2022. Ogni edizione ha la sua aura, la sua fragranza, la sua benedizione o maledizione, e sono curioso di capire per primo quale sarà quella del 2026.

E così eccomi alla mia personale prima edizione, insieme a una marea di gente che come me piega il calendario delle ferie alle esigenze del festival e affolla il Parc del Forum: l’organizzazione dichiara un’affluenza di 287.000 persone in tutto; 62% pubblico internazionale e il resto spagnoli; 32 anni età media. Io sballo un po’ l’età media, ma c’è chi ha più primavere (e Primavera) di me, e la statistica impossibile è individuare quanti dei presenti c’erano già alla primissima edizione del 2001 del grande evento orgogliosamente “created in Barcelona”.

3 giugno, mi casa es no casa 

L’avventura entra nel vivo: Barcellona here we come.

Prendiamo la casa, da tre, che si rivela un ripostiglio senza nemmeno la porta del bagno, zero finestre, porta serrata con un lucchetto da scooter, 5 stelle su booking. Ma il tempo dedicato al pernottamento sarà molto meno di quello dedicato a qualunque altra cosa, la casa è la città. Barcellona ti mastica lentamente, e quando arrivi nelle vicinanze del Parc del Forum o delle location satelliti la gravità aumenta e l’orizzonte degli eventi ti inghiotte. 

Molti si sono già portati avanti vedendo i concerti gratuiti su prenotazione della Ciutat (Bar Italia, Mogwai, Black Country, New Road e molti altri…). Per me l’inizio è con la prima serata di benvenuto al Parc del Forum. I live volano, per molti sono un’occasione per vedersi e incontrarsi. Sul palco ci sono le Wet Leg; i maxischermi sbattono in primo piano la carica erotica selvaggia della cantante. Ora mostra i muscoli, ora si muove sinuosa, ora sfila sul palco con la chitarra e un’expò di tatuaggi sul corpo sudato. È questo il battito d’ali di farfalla che provoca un uragano il giorno dopo?

4 giugno, il famoso nubifragio del Primavera Sound 2026 

Ho l’ambizione di aver assistito a qualcosa che entrerà negli annali delle edizioni del Primavera Sound: il grande nubifragio del 2026. Sarà ricordata come “l’edizione della pioggia”, che ha causato l’annullamento di diversi concerti, e messo alla prova un’organizzazione spesso considerata modello esemplare e virtuoso. 

La giornata inizia con quello che si rivelerà il protagonista della giornata: Cameron Winter, prima in concerto da solo al pianoforte a coda, poi con i Geese. Il primo set è in un Auditori gremito, con fan in coda per 2-3 ore per riuscire a entrare, che vengono ripagati da un’esibizione semplicemente straordinaria. 

Il suo secondo set è insieme alla band per cui è noto, ovvero i Geese, che cavalcano un hype altissimo. È soltanto da pochi mesi che esistono pezzi come Au Pays Du Cocaine, Trinidad, Taxes, che ormai sono quasi dei classici: quando i Geese sono stati inseriti nella line up di questa edizione, il celebrato album Getting Killed non era ancora uscito. Il successo debordante della band è qualcosa che la direzione artistica probabilmente non prevedeva, e ora ha l’onore e onere di valorizzarlo. 

La bella presenza del leader aiuta; bagnato dalla pioggia si scopre invece di coprirsi, guadagna 1000 punti-rock. La pioggia raggiunge il culmine nel momento in cui il concerto raggiunge il culmine: le due cose vengono insieme, il pubblico bagnato fradicio trova sotto il diluvio la conferma a maggior ragione di un progetto che fa godere anche in condizioni difficili.

Subito dopo la situazione precipita. Pioggia battente, raffiche di vento gelido. Il pubblico si rifugia sotto le tettoie. C’è chi prende allegramente l’imprevisto, facendo conoscenze, limoni umidi, o sfruttando photo opportunity per fare impression e interazioni. Ma lo stress si impadronisce di buona parte del pubblico, perché il treno sta correndo senza pilota sul binario sbagliato. L’organizzazione non si esprime sul proseguimento della serata, sembra assente. Rari annunci vengono scritti sui maxischermi: gli show di Mac De Marco, Alex G. e Doja Cat sono cancellati. Molti lasciano la location poiché la serata sembra nella pratica finita.

All’infopoint, quando chiedo lumi sul proseguimento della serata, mi dicono che su due palchi il programma continua e comunque ogni concerto è soggetto a una decisione separata, dunque non c’è un criterio prestabilito per tutti. Sarebbe bastato comunicare questo concetto al pubblico per dare un elemento utile per capire come gestirsi. Questo problema di comunicazione è particolarmente patito dalle persone, che si sentono abbandonate a se stesse, e forse sentono “tradito” il patto di fiducia non scritto con il festival, che ha sempre trattato con attenzione i suoi affezionati cercando di creare un festival modello. 

Il tema più spinoso è il set dei Massive Attack, uno dei più attesi. Dapprima sembra non si faccia: le folate violente di vento danneggiano il palco, il pubblico già presente nei dintorni viene evacuato. Poi sembra inizi a spiovere. Il palco viene rimesso a posto. Intanto sul palco Cupra un’apparizione: Father John Misty, che si esibisce davanti agli irriducibili sotto gli impermeabili, c’è gioia e speranza che tutto si sistemi. Arriva anche l’annuncio ufficiale del festival che la band di Bristol è confermata con uno show posticipato a mezzanotte e mezza. L’area del palco grande si riempie… ma ricomincia a piovere, e lo show viene definitivamente annullato, senza comunicazioni chiare. La folla, irrigidita in una fredda irritazione sotto i k-way, torna a casa come riesce, a metro già chiuse. 

Primavera prima della bufera: Men I Trust

Non tutto è perduto: nella giornata c’è stato modo di vedere molti altri concerti (per quanto mi riguarda, parte di Blood Orange, e tutto il set dei Men I Trust che hanno classe da vendere ma penso rendano di più nell’atmosfera raccolta di un club). Anche con la pioggia diversi live si sono svolti lo stesso. Va detto inoltre che lo staff ha distribuito gratuitamente mantelline impermeabili a tutto il pubblico (in Italia nessuno si sognerebbe, oppure te li avrebbero fatti pagare a caro prezzo). 

Benché sia stata una giornata sfortunata, per certi versi è stata anche stimolante. Rimane poco da ricordare, ma molto da raccontare. È successo qualcosa di inedito, abnorme, che nemmeno gli espertissimi del festival avevano mai visto né previsto. Il grande libro del festival si arricchisce di una pagina a suo modo storica. 

Per tutti e in particolare per me, rimane un rimpianto: tutti gli elementi facevano pensare che i Massive Attack avrebbero fatto uno show speciale, che avrebbe definito il significato e il peso di questa edizione. Era da loro che tutti si aspettavano “la cosa” da Primavera Sound. Sarebbe stata forse l’edizione perfetta. Non lo è stata. Ma il seguito del festival dimostra che ci si è andati vicini. 

5 giugno, i ragazzi non piangono eccetto quando ci sono i Cure

Il Primavera Sound ha una quindicina di palchi differenti, le sovrapposizioni tra artisti da vedere (clash in Primaverese) sono tante e potresti impiegare decine di minuti per trasferirti a piedi dai palchi vicino all’ingresso fino a quelli principali nella zona più lontana (Mordor in Primaverese). Potresti voler seguire sia Einstürzende Neubauten che Ethel Cain, ma sono contemporanei, per di più in due palchi distanti un quarto d’ora a piedi (Auditori e palco Estrella), quindi almeno uno te lo scordi. Frequentare il Primavera Sound necessita di una programmazione attenta e severa, in cui è bello scegliere gli artisti da vedere, ma è altrettanto doloroso escludere quelli che non riesci. 

Invece per i The Cure tutto si ferma, non ci sono “controprogrammazioni” su altri palchi (che ospitano tutti artisti minori), e l’intero popolo del Primavera Sound si stringe ai piedi di Robert Smith, ospite d’onore cui viene concesso lo slot dalla durata più lunga, due ore e mezza. Si tratta del grande momento condiviso di questa edizione, un’emozione che lega tutti, un rito collettivo che premia un artista dai quasi cinquant’anni di carriera eppure capace di creatività sempre brillante e una voce mai attaccata dalle pieghe del tempo.

Personalmente c’è anche stato spazio per un buon set dei NewDad che avevo messo tra i 10 nomi scritti in piccolo da curiosare, un concerto pomeridiano dei Slowdive penalizzato dal brusio disinteressato del pubblico sennò bello, un passaggio ai Texas Is The Reason che ammetto di aver visto perché il bassista degli Slowdive portava la loro maglietta, e allora… 

Ma sono andato anche a vedere i Water From Your Eyes, una delle mie ultime fisse, duo americano dall’indie elettrico, eterogeneo e squadrato di elettronica che si svela dal vivo con una band solida e gagliarda; forse diventerà una “Primavera-band” (non so come si dice in Primaverese ma ci sarà un termine), ovvero di quelle presenze habitué che ci sono due volte su tre. Tanto più che questo festival appartiene prima di tutto alle loro vite da appassionati di musica, come frequentatori.

E poi vedo e vivo e ballo anche uno Skrillex con sobrie palle di fuoco sparate dal palco (nel 2023 avevano causato un principio di incendio, un caso al limite del meme). Infine i Viagra Boys, che in quanto a sobrietà non sono penultimi a nessuno, di cui si idolatra giustamente la panciotta tatuata del frontman Sebastian Murphy, ma mai abbastanza i musicisti che sono autentici carri armati. 

L’unico sobrio sono io, la birra Estrella è leggera leggera, le scarpe che mi riportano a casa sono già bucate e non ancora del tutto asciutte da ieri. Mi addormento poco prima che l’oscurità inizi di nuovo a rischiararsi; i veri primaveristi sono ancora là sul campo di battaglia, fino a quando il cielo diventerà arancio.

6 giugno, Demon Day 

Il festival volge al termine e lo fa con una giornata spettacolare. Sorprese, ospiti, novità; ogni artista si presenta al meglio, porta il suo set più speciale, perché ognuno ha l’ambizione di essere il Protagonista dell’edizione. Una buona figura al Primavera Sound ti può svoltare la carriera, un po’ come accade – parlando con perdono – con Sanremo per i cantantucci nostrani, anche se la differenza è abissale e ingenerosa. 

Uno scatenato Baxter Dury dà la carica ai mattinieri del pomeriggio; che bomba sarebbe stato in un orario serale? È lui l’artista che devo assolutamente rivedere appena possibile. I livelli rimangono al top con Little Simz, che rappa, mixa, scratcha, coinvolge con inesauribile carisma il difficile pubblico del Primavera Sound che si distrae facilmente e ha spesso il capriccio di cambiare palco. Con la rapper inglese accade il contrario perché lei il pubblico lo attrae. Ho cambiato idea, è lei l’artista che devo assolutamente rivedere appena possibile.

Con i My Bloody Valentine l’esperienza non è il top: spinto come show urticante con tanto di smargiassa distribuzione di tappi per le orecchie, invece viene condizionato da suoni blandi, il basso in primo piano e un lieve fruscio delle chitarre in sottofondo: se dei mbv non senti le chitarre, cosa ti rimane? Nonostante una conclusione epica con You Made Me Realise, mi sento un po’ irrisolto. Dalla parte opposta c’è l’ospite a sorpresa annunciata poche ore prima, Olivia Rodrigo, con un featuring inaspettato con Robert Smith; la sensazione è che stavolta non sono nel posto dove preferirei essere. 

Lo splendido nirvana della serata è con i Gorillaz, progetto principale di un Damon Albarn sempre più zen, che viaggia, che medita, che gioca ai suonini con l’ipad, che elabora i lutti della vita ma allo stesso tempo fa germogliare incontri collettivi artistici prendendo talenti dal mondo intero. Accoglie sul palco tanti ospiti dei suoi dischi, ritrae il proprio ego, lascia che un gentile situazionismo si impadronisca della situazione, e conferma The Mountain come uno dei fondamentali delle sue due-tre decine di album per ora all’attivo in carriera. Immenso.

Infine i Kneecap, che sono senza dubbio la cosa da vedere in questo momento. Arrivo nel momento in cui Grian Chatten dei Fontaines D.C. sale sul palco per un featuring (lui un altro di quelli destinato al ruolo di presenzialista che c’è due volte su tre). Il trio nordirlandese, gli Eminem dei nostri tempi, hanno uno show bello carico che si addice a ciò che si dice.

Per loro si sta evolvendo tutto molto velocemente, mi domando in futuro “cosa” saranno. Continueranno a essere i Fenian che cantano in gaelico contro gli invasori britannici? Oppure gli Hood teppistelli con la droga? E la causa Palestinese, per quanto tempo la terranno al centro del loro discorso? Tante identità impegnative, tante promesse non semplici da mantenere; chissà se si inventeranno qualcosa di incredibilmente nuovo o se lasceranno mutare le loro prerogative in cliché. In bocca al lupo. In questo live (come anche in quello dei Gorillaz) c’è un intervento di Aarab Barghouti, attivista palestinese e figlio di Marwan Barghouti, un leader imprigionato da Israele, per la cui liberazione si batte da anni. 

Ultimi botti della notte. L’area del Parc del Forum è sfatta, frusta, giunta al limite. Scorrono nei cessi chimici le urine pregne di birra, spritz, sostanze, acqua gratis. Odore acre, cadaveri di bicchieri di plastica come balle di fieno (l’impatto dei bicchieri è abbastanza grosso: fatti in plastica rigida, diventano spesso rifiuti perché il riutilizzo non è molto incentivato). C’è l’elettronica che sfonda gli ultimi padiglioni acustici, con Peggy Gou su un palco, e una combo tra Blawan, Four Tet, Arca (altre sorprese annunciate all’ultimo giorno) insieme a Skrillex da un altro. 

Tra noi abbiamo un imprevisto: c’è chi perde un portafoglio compresa carta d’identità. Passiamo all’angolo “Lost & Found” degli oggetti smarriti e la scena è esemplare: il ragazzo dello stand prende un blocchetto con decine di carte d’identità smarrite, le sfoglia una per una, per quasi la totalità hanno la bandiera britannica. Questo fa immaginare con che spirito gli inglesi vivono questo festival. E poi dite a noi italiani!

8 giugno, è finita la Primavera

E dunque la domenica non manca un passaggio per la denuncia al Commissariato, che si trova proprio vicino all’Apolo teatro di tanti concerti della Ciutat. Ma è anche occasione per un cazzeggio fantasia in città, a ritrovare amici che in questo festival non è stato possibile trovare, perché nella bolgia del Parc del Forum ti puoi scordare la connessione, whatsapp, Instagram eccetera: linea intasata quasi ovunque. Tutte le volte che dici “ci vediamo al Primavera Sound” menti sapendo di mentire.

La giornata elettronica con Carl Cox, Joseph Capriati e Blond:ish me la perdo. Poco male, qui è molto di più ciò che perdi rispetto a ciò che vedi, eppure è anche bello così. Il piacere sublime non è vedere certe cose ma avere la possibilità di farlo. Certi live nella tua città li prenderesti in prevendita a 40 euro per non perderteli nemmeno se muori, e invece qui magari li ignori, perché il lusso ti fa sentire un Re di Spagna satollo a pancia piena.

È stata un’esperienza fortissima. Visto coi miei occhi vergini e ingenui, è un appuntamento stupefacente, una sfida impegnativa ma appassionante; guardo i primaveristi esperti con una punta di ammirazione per la disinvoltura con cui si orientano in un caos che si regge sorprendentemente da solo e – seppur con qualche sbandamento – viaggia dritto con un motore organizzativo potente e ottimizzato.

Il Primavera Sound è il Paese della Cuccagna: mondo dei balocchi, circo vertiginoso, città nella città. Non una comunità, ma un insieme di diverse comunità. Ci sono i rimastoni del rock, i cultori del clubbing, i giovani del nuovo urban, gli alieni dell’hyper pop. Ci sono i sobri e gli strafatti, le coppie e gli scoppiati, gli abitudinari e gli improvvisatori, gli esigenti e i cazzoni, i vecchi e i giovani, la riccanza nordica e il pueblo catalano/italiano. È un gran ballo intorno a cui ruota l’anno intero di centinaia di migliaia di persone, che stanno già contando i soldi per prendere l’early bird per il 2027.

E se manchi il prossimo giro, cosa succede, cadi nel vuoto o ti risvegli dal sogno?

Sulla pagina Instagram ho scritto post dedicati ai protagonisti delle tre serate, Geese, Cure e Gorillaz.

Paolo Albera

Muovo i primi passi falsi nella musica scrivendo canzoni.
Trovo quindi la mia strada sbagliata nella scrittura e nella creatività.
In poco tempo faccio passi indietro da gigante, e oggi ho un blog: il MySpiace.

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