Album Privé

Massimo Volume Club Privé

Tra tutti gli album dei Massimo Volume, Club Privé è quello che mi attrae di più. Non perché sia particolarmente bello, tutti gli altri lo superano, nell’opinione sia del gruppo che dei fan e per certi versi anche la mia. Mi attrae per il contrario: le debolezze.

Dopo anni duri e puri di canzoni in spoken word (parola che eviterei volentieri ma di cui non esiste un corrispettivo decente in italiano – dire “recitare” mi sa troppo di scolastico, o attoriale, insomma è brutto), nel 1999 decidono di modificare la formula che li aveva resi unici, esemplari e successivamente pieni di imitazioni.

Club Privé è l’album in cui Emidio Clementi canta.

È un momento in cui la sua voce, anzi, il suo timbro raggiunge la maturità, ed è più o meno come lo ascoltiamo oggi. Nei primi album era una voce inquieta, indifesa, impulsiva. Ora diventa una voce che trova una sua sicurezza, consapevolezza, probabilmente anche un potere di seduzione. Eppure proprio in questo momento mette tutto in discussione, cercando il canto.

L’opinione comune vuole che sia stato Manuel Agnelli (produttore dell’album) a convincerlo a farlo. Ma chissà davvero com’è andata. E poi è un album che parla molto d’amore, tema su cui i Massimo Volume non si erano mai soffermati davvero: forse amore e canto sono due cose necessarie l’una per l’altra. Ma chissà davvero come funziona.

C’è un punto preciso dell’album dove tutto cambia. Ed è quello che aspetto al varco, ogni volta. È una porta. Dopo le prime tre canzoni in tipico stile Massimo Volume (anche se ci sono dei cori con Cristina Donà, resta comunque – oh no lo sto dicendo un’altra volta – spoken word) arriva il momento cruciale. È il momento in cui Emidio Clementi intona la sua prima melodia: il ritornello di Il giorno nasce stanco.

Da lì in poi tutto è diverso. Si crea un precedente. Il peccato originale. Non saprei descrivere ciò che sento, ogni volta. Sembra tante cose contrastanti insieme. Evoluzione. Corruzione. Azzardo. Leggerezza. Scelta. Imprudenza. Voltafaccia. Coraggio. Resa.

Il canto nasce stanco. Emidio Clementi che canta, in sé, è una voce flebile cui sfugge quella personalità affermata negli album precedenti. Eppure il tentativo, seppur mi sembri mal riuscito, mi affascina. Ora ho capito: mi attrae il tentativo, non il risultato. Provare qualcosa di mai provato. Nuotare dove non si tocca. Venire a patti con la canzone italiana. Ulisse che si arrende alle sirene. Gesù nel deserto che si arrende al demonio al trentanovesimo giorno.

E alla fine la ragione per cui l’ho ascoltato tante volte non è una grande canzone d’amore come Dopo che, non è un ruvido thriller come Seychelles ’81, non è la presenza di Manuel Agnelli e Cristina Donà. Ma è quella torbida sensazione di un canto nudo, fallibile e imperfetto, che invece di guidarmi, mi disorienta, e mi racconta di loro qualcosa che mai mi hanno raccontato, e nemmeno avrebbero voluto raccontarmi mai.

Dopo Club Privé i Massimo Volume si sciolgono. Forse tutta colpa del canto, delle maledette sirene. Quando si riuniscono, molti anni dopo, nessuna concessione alla melodia.

Club Privé è uno di quei miliardi di album che in questo 2019 compiono vent’anni, ma l’unico di cui non ci sarà nessuna celebrazione ufficiale, nessuna ristampa, nessun tour dedicato. Nel tour in corso non ne suonano nessuna canzone. Non è nemmeno presente su Spotify. Insomma niente di niente.

Mi tengo quindi la mia copia privé. Che su di me esercita uno strano potere di attrazione. Che altri loro album, molto più belli, molto più amati sia dal gruppo che dal loro pubblico, non hanno.

Sono andato a sentire una data del loro tour – quella a Rivoli, al Circolo della Musica – e l’ho raccontata su Rumore, con le foto di Luigi De Palma (una è qui sopra). Il numero è quello di Aprile e lo trovi in edicola.

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