achille lauro 16 marzo l'ultima notte
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Ho letto anche il secondo libro di Achille Lauro

Meriterei un’Achille Laurea, per quanto mi sto profondendo nello studio del più controverso personaggio della musica italiana. Dopo aver letto Sono io Amleto, non potevo non leggere anche il secondo libro di Achille Lauro. Il titolo è 16 marzo – l’ultima notte, pubblicato da Rizzoli. Stavolta non è un’autobiografia ma un racconto in versi. Sarebbe troppo chiamarlo romanzo, sarebbe plausibile chiamarlo poema.

A chi lo ama, a chi lo odia, a chi non ha ancora deciso quale delle due, offro la mia sincerità e propongo qui le mie impressioni. Impressioni di uno che abitualmente ascolta altro, e soprattutto legge altro: ma allora chi me lo fa fare? Il fatto è che ho sempre seguito con vivo interesse il cantante romano e la sua salutare distruzione di convenzioni e stereotipi. Ho quindi tifato la sua corsa a colpi di machete nella grande industria chiamata discografica, anche se oggi non è ben chiaro se sia industria di musica o di contenuti d’intrattenimento on line. Prendo per buona la seconda, e leggo questo libro al microscopio come ascolterei una sua canzone.

Lo strano caso della prefazione di Gino Castaldo

Il libro inizia con frasi come «una profonda lucidità ferisce l’amore infinito nella coscienza che snuda la bieca realtà dell’amore», oppure «l’amore si metamorfizza in una essenza sempiterna di dolore gaudente e stillante gocce amare di zucchero». Ma non sono parole di Achille Lauro: è la prefazione firmata Gino Castaldo, uno dei più conosciuti critici musicali italiani. Chiunque abbia mai letto anche mezza recensione di Castaldo, o lo abbia ascoltato in radio, resterebbe davvero incredulo nel pensare che si sia cimentato in uno stile di questo tipo. 

Successivamente vengo a conoscenza, come da comunicato diffuso dalla casa editrice, che questa prefazione non è di Gino Castaldo: gli è stata attribuita per errore. Il vero autore si è autodichiarato pubblicamente sui social: è un fan che aveva scritto quel testo su Facebook il 10 giugno 2019, mandandolo poi privatamente allo staff del cantante.

Quindi dopo un anno ha trovato il suo testo all’inizio del libro, accreditato non a lui. Il testo della prefazione firmata Castaldo infatti è proprio questo:

Come si fa a stampare un libro con una prefazione falsamente attribuita a uno dei maggiori giornalisti musicali in Italia? Quali erano gli accordi del management con Gino Castaldo? Errore o malizia?

A queste domande probabilmente non avrò risposta, ma mi resterà il divertimento di avere una copia “sbagliata”, dato che dalla terza ristampa in poi la prefazione è stata sostituita da una frase scritta veramente da Castaldo in occasione dell’uscita della canzone C’est la vie. Non so quale frase, chi se ne importa, tanto ciò che conviene è avere il nome stampato del critico di grido, qualunque sia il contenuto. Inutile dire che il rimedio più corretto, nelle nuove edizioni, sarebbe menzionare il vero autore della prefazione. Ma io sono uno sciocco idealista, signora mia.

Achille Lauro non è più un cantante

A questo punto chi ha scritto la seconda prefazione (del direttore creativo di Gucci Alessandro Michele, con cui Achille Lauro ha costruito il suo show a Sanremo)? E soprattutto: chi ha scritto il resto del libro? Se inizio a farmi troppe domande entro in un labirinto: dovrei farmele con qualunque star della musica che si cimenta nella letteratura. Con buona pace degli sciocchi idealisti come me, esistono i ghostwriter: per ogni piccolo Open c’è un piccolo Moehringer che romanza la vita di un piccolo Agassi della musica. 

Chi ha scritto questo libro di Achille Lauro ha voluto staccare completamente l’artista dalla musica. In queste pagine il mondo della musica ufficialmente non esiste. I pezzi di Lauro sono chiamati “poesie”, non “canzoni”. Certo ci sono molte citazioni di canzoni (C’est la vie, Penelope, l’omonima 16 marzo ecc), ma se per assurdo non conoscessimo il protagonista non potremmo sapere se si tratti di un cantante o uno scrittore o un attore o altro ancora. Probabilmente ora Lauro deve passare come un “artista” in senso lato. Se in Sono io Amleto c’era spazio per tutta la crew di produttori e musicisti che hanno contribuito al successo, qui l’unico personaggio di cui considera necessaria la presenza è il suo avvocato. L’importanza di avere un buon avvocato: questo tema ancora mi mancava, nelle auto celebrazioni delle star!

La trama vera e propria segue lo svolgimento di una giornata, un 16 marzo appunto, dalle prime ore della notte fino al tardo pomeriggio. In questo giro d’orologio il nostro eroe vive l’attesa dell’incontro con una sua ex amata dopo tanto tempo, ripercorrendo i ricordi dell’amore e dell’addio, come uno Sperelli dannunziano. Anche in 16 marzo il decadentismo c’è tutto, l’estetismo pure, le doti letterarie no, ma questo era prevedibile. Su carta ci vuole ben altro per mantenere quella “promessa” di eccesso e scandalo, di teatro e cinema, che come performer sa ottimamente mantenere. 

E anche se non hai letto D’Annunzio, anche se per assurdo non hai mai sentito un ritornello di chessò Jim Morrison o Brian Molko, non ci vuole molto a patire l’artificiosità del lirismo adolescenziale e sbattuto che appesantisce il racconto. Senza contare Dio e la Madonna, che vengono salmodiati con frequenza preoccupante. Peccato perché l’idea di fondo dello svolgimento – finale compreso – può benissimo starci come spin-off e contrappeso della canzone (un po’ debole purtroppo) che dà il titolo al libro e ne è nient’altro che il lancio pubblicitario.

Avvertenze finali

Tu trenta-quarantenne progressista in spiaggia che non disdegni curiosare qualcosa di rivolto non a te ma a un pubblico di post-millennials, potresti benissimo spendere 17 euro e leggere queste 192 pagine scritte grandi, per un tempo di lettura previsto di un paio d’ore spezzate da una pennichella di dieci minuti, annoverando questa tra le tue più leggere “letture estive” e dimostrando così una brillante ampiezza di vedute che ti renderà l’interlocutore alfa in conversazioni immaginarie con post-millennials dell’altro sesso.

Ma fossi in te lascerei stare: Achille Lauro è molto meglio in altre vesti – senza dubbio lo è stato come cantante, senza dubbio lo è oggi come performer. Il ramo letterario del suo business è un prodotto di merchandising che va bene per i fan sfegatati, e un po’ meno per i tipi come me che pure hanno tifato Achille Lauro nel momento in cui era il diavolo, il pericolo numero uno, il terremoto che faceva tremare la terra sotto i piedi ai terrapiattisti della musica tradizionale. Continueranno ancora le scosse? In questo momento di quiete, lascia che sia io a fare il lavoro sporco, e tu per avere una visione d’insieme puoi semplicemente tenere conto di ciò che ho appena scritto. Ammesso che l’abbia scritto proprio io, che di questi tempi non si sa mai.

Qui racconto il mio anno da fan di Achille Lauro.

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Paolo Plinio Albera

Seduto sugli allora. Scrivo di rock, matrimoni, borgata Polo Nord (Torino). Anche di tennis, molto meno ma secondo me è quello che so fare meglio.

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14 commenti

  1. Il 16 marzo era il giorno in cui è iniziato l’hard lockdown.

      1. Dici che è un caso?

        1. Il coronavirus segna la fine del genere trap, per varie ragioni, magari un giorno scrivo uno spiegone apposta

          1. In effetti il Governo non ha previsto il bonus autotune.

          2. Aspettavo lo spiegone. Ma ora almeno un intervento, anche a gamba tesa, sulla querelle Motta-discoteche?

          3. Chiedo scusa, sono stato risucchiato da una visione che va oltre il trash e qualunque catastrofe pandemica: la serie della Dark Polo Gang. Si può discutere se la trap sia finita o no, ma loro sicuramente sì

          4. Non li conosco. Leggo su wikipedia che aprono le rime e non le chiudono, e questa non è buona educazione. E che contro di loro si è espresso Achille Lauro medesimo.

          5. Lauro al confronto è David Bowie davvero

          6. Si polemizza, anche a ragione e non mi interessa più di tanto, contro le frasi razziste dei trappers, però quando 30 anni c’erano le posse e il tarantamuffin, che tu forse per ragioni anagrafiche ti sarai scampato, quei loro intercalare “senti a me” “senti bene cosa ti sto dicendo” quanto erano odiosi, come se loro avessero capito tutto e tu niente e meno male che c’erano loro a spiegartelo.

          7. Un po’ ho scampato ma comunque ricordo lo Zulù che diceva di sentire a lui. Non ho mai bazzicato quel genere, da giovane mi piacevano i chitarroni e basta. Il rock non era didattico, fortunatamente, almeno secondo me. Più che altro erano gli ascoltatori, gli amici più grandi, che erano didattici e mi impartivano lezioni di Nirvana (cit. decontestualizzata) e allora mi rivolgevo a chitarroni altrui. Negli ultimi tempi la trap mi ha fatto intravedere di nuovo simili possibilità di fuga dalle lezioni di vera musica, mi sono interessato molto, ma c’è anche da dire che non ho l’età per entrare davvero in sintonia con alcuni temi. Ho seguito Achille Lauro, Massimo Pericolo, Young Signorino e alcuni altri, forse attratto più dall’effetto che dalla causa diciamo così, ma almeno è già qualcosa. Invece i Dark Polo Gang mi hanno fatto compassione, poveri ricchi! 😢

          8. Lo Zulù era proprio il peggiore.

  2. Gino Castaldo dice:

    Ben fatto. E’ la prima ricostruzione corretta della vicenda che leggo. Apprezzo molto il “Chiunque abbia mai letto anche mezza recensione di Castaldo, o lo abbia ascoltato in radio, resterebbe davvero incredulo nel pensare che si sia cimentato in uno stile di questo tipo.”. Per la cronaca l’accordo consisteva nel permesso di poter usare quelle poche righe che poi sono state pubblicate nella terza edizione, tutto il resto è puro surrealismi e a vedere il libro (prima edizione) m’è venuto quasi un mancamento. Detto ciò grazie della ricostruzione
    Gino Castaldo

    1. Grazie. Anch’io ero incredulo (mentre leggevo non sapevo ancora dell’errore)

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