Una teoria sui Coldplay

Coldplay teoria album Chris Martin

I Coldplay. Non li adoro ma li apprezzo. Li ascoltavo quando erano i nuovi Radiohead, li ascoltavo quando erano i nuovi U2, li ascolto adesso che non sono i nuovi nessuno perché sono i più famosi di tutti. Bellocci, di buona famiglia, equosolidali, hanno tutte le carte in regola per farsi odiare, eppure li accetto di buon grado.

All’inizio erano più appassionanti. Quell’incedere misurato e faticoso tipicamente inglese, quel bpm stentato, quella voce triste nei bassi ma soprattutto nei falsetti: non potevo che accoglierli con affetto.

Poi sono decollati, tutt’altro che faticosamente. Mi ricordo un gran concerto all’Arena di Verona con le canzoni più belle, è mancata solo “Trouble” per fare il concerto perfetto. Ora sono la pop band più famosa del mondo e per assistere a un loro concerto potresti pagare il biglietto fino a 1780 euro.

Volevo fare un classificone dei loro album. Ho preferito ripiegare su un #pippone cronologico per avere autocoscienza di come li vivo io.

Ho una teoria sui Coldplay ed è molto semplice: negli anni pari fanno uscire i dischi belli, nei dispari i dischi brutti.

Parachutes (2000 → pari)

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Primo disco prima canzone “Don’t panic”, brevissima perla che li manda subito a un livello superiore rispetto a, per esempio, i Semisonic o i Travis. Mentre i Radiohead cambiano secolo con Kid A, i Coldplay restano negli anni ’90 come se la musica si fosse fermata a “The Bends”. Su MTV danno il video di “Yellow”, con quello sguardo di Chris Martin tipo punk tenero, romantico e spennacchiato.

A rush of blood to the head (2002 → pari)

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È il tipico secondo disco un pochetto alternativetto, quanto basta per soddisfare l’universitario pubblico che vanno conquistando. È il tipico disco che non ha nessuna particolare canzone-inno, non ci saranno ristampe deluxe, nessun revival, nessuno se ne ricorderà il lungo titolo, insomma massima ingratitudine per uno dei loro dischi migliori.

X & Y (2005 → dispari)

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Terzo lungo, bolso, faticoso disco, scritto da un Chris Martin ormai seduto ma col physique du rôle, comunque appagato dal matrimonio con Gwyneth Paltrow e dalla nascita della figlia Apple. Che fastidio il riff di “Talk”, che scopro successivamente essere una maldestra citazione dai Kraftwerk. Però c’è “Fix you”, una di quelle canzoni generali che, come dice appunto il titolo, ti mette a posto.

Viva la vida (or death and all his friends) (2008 → pari)

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Fantastico ritrovare i Coldplay in questa versione super pop prodotta da Brian Eno. Ai primi secondi pensi stiano arrivando gli U2 con “Where the streets have no name” invece è “Life in technicolor”. Inizia un po’ qui la storia dei colori nell’immagine coordinata dei Coldplay, che in ogni video foto copertina eccetera devono avere sempre spruzzate pazzesche di colore. “Violet hill”: che singolo strepitoso. Successivamente esce l’ep “Prospekt’s March” che faccio finta di non aver sentito e tengo ben nascosto nell’edizione con entrambi i dischi.

Mylo Xyloto (2011 → dispari)

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Quando mi aspetto un nuovo Viva la vida, ecco invece una colorata cosmopolita caleidoscopica nullità. Eppure nei dischi brutti c’è sempre la canzone salvagente, e questa è semplicemente il top of the pop: “Princess of China” con Rihanna. Avranno trombato? La risposta è al prossimo disco.

Ghost stories (2014 → pari)

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Chi se lo aspettava! Un album bellissimo, triste, notturno. Persino la tamarra “A sky full of stars” trova senso incastrata in questa piccola collezione di storie di solitudine e infelicità. Sia benedetta la separazione con Gwyneth Paltrow se poi nascono i pezzi così. Sia dunque benedetta la causa (Rihanna) se è vero ciò che scrivono qui.

A head full of dreams (2015 → dispari)

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Disco natalizio per la cena della vigilia, invitati anche Beyoncé e Noel Gallagher, da ascoltare scartando i regali sotto l’albero. Fuori nevica e Santa Claus sta arrivando in città. La playlist in salotto dà “Adventure of a lifetime”, il pezzo dopo è qualcosa di Michael Bublé. Poi Chris Martin imbraccia la chitarra e dice “hey guys, ho scritto un nuovo pezzo, sentite qua…” Spero sia roba migliore di questo disco perfettamente inutile. La mia teoria tutte le feste si porta via. Ciao Coldplay, spero di risentirvi in un anno pari.

Aggiornamento 27/12/2017 – Una nuova teoria?

Il titolo di questo aggiornamento fa molto “A new hope” di Guerre Stellari. Ma c’è poco da sperare. L’ep uscito quest’anno non fa che confermare la mia teoria sui Coldplay che ricapitolo:

Anno pari -> Album bello

Anno dispari -> Album brutto 

…Però mi fa balenare in testa una nuova teoria, che funziona perfettamente, e vado testé ad esplicare.

Kaleidoscope EP (2017 → dispari)

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Essendo un EP di pochi pezzi, dovrei ignorarlo, anche perché trattasi dell’opera più inconsistente e insipida della loro discografia. L’unica utilità che ha è di aprirmi gli occhi su una nuova ipotesi sui loro dischi, che chiamerò teoria caleidoscopica. Avevo già usato l’aggettivo “caleidoscopico” in tempi non sospetti parlando del deludente “Mylo Xyloto”. E questo ennesimo variopinto artwork mi suggerisce che la chiave definitiva per classificare l’ispirazione dei Coldplay potrebbe essere proprio la quantità di colori sulle copertine:

Pochi colori -> Album bello

Tanti colori -> Album brutto

Per capire la teoria è sufficiente, come si suol dire, guardare le figure. L’esordio con “Parachutes” è in un dimesso marroncino, il secondo “A rush of blood to the head” addirittura in bianco e nero. È con la cover di “X&Y” che si insinuano rettangolini colorati, virus che col tempo ammalerà il loro DNA di ottimismo e buonumore. Insieme ai quadri di Delacroix su “Viva la vida” e “Prospekt’s March” vedo forti pennellate e tanto movimento, più che le esplosioni cromatiche (e tanto io lo conservo nell’edizione grigio topo che li contiene entrambi). Ma dopo questo, ecco una sequela di coloratissime copertine arcobaleno che corrispondono ai loro album peggiori. Unica eccezione il bel “Ghost stories”, in cui in effetti troviamo solo il blu scuro, nientemeno che il colore della tristezza.

Dunque, riformulando teoria cronologica e teoria caleidoscopica: ciao Coldplay, spero di risentirvi in un anno pari. Ciao Chris Martin, spero di rivederti in bianco e nero.

E questi?

6 commenti

        1. l’ho riascoltato tutto nella mia versione esclusiva masterizzata da un mio amico all’epoca. swallowed in the sea poteva essere la fix you del disco se non avessero fatto fix you!? a me di quel periodo rimane soprattutto il ricordo di un bellissimo concerto, quando non erano ancora il gruppo planetario di adesso, ma nemmeno l’ultimo dei gruppi indie, qualcosa in mezzo. per me rimangono ancora una speranza, nonostante tutto. li considero i miei ambasciatori ufficiali nella musica da supermercato, mi relaziono con loro insomma, in quell’ambito lì.

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