Ritorno in città

ritorno in città

“Tutta mia la città, un deserto che conosco” (Equipe 84)

Sono tornato a Torino.

Il mio amico P. (lo stesso della fine del mondo), che ha passato tutto l’agosto in città, mi ha accolto come un figliol prodigo, ha sgozzato il vitello grasso, ha stappato il vino buono. Anche altri amici sono rimasti in città però non vale: avevano fatto le vacanze a luglio.

“La città d’agosto è fantastica”, dicono quelli che non hanno possibilità di andare in vacanza, per compensare la prospettiva di un mese di solitudine autosuggestionandosi con il senso di pace e sollievo trasmesso dalle città prive di forme di vita. Ma a P. non interessano questi discorsi, semplicemente è rimasto a presidio dei locali vuoti, dei negozi chiusi, delle strade deserte. E’ senz’altro andato qualche volta in piscina, o in un centro commerciale a prendere l’aria condizionata, cose che io non avrei potuto fare: la piscina non mi piace, perchè mi bagno, e l’aria condizionata mi fa venire il mal di testa.

Io nelle ultime settimane ero lontano mille km, assorbito dalla paesologia, attraverso l’Irpinia dei paesi della “bandiera bianca”, nel “Mediterraneo interiore” che soffre di abbandono, in luoghi di terra ed aria che da qualche tempo sto imparando ad amare, ma che sono l’opposto della città a cui sono abituato da più di trent’anni. Eppure il mio amico P., nella città a cui pure lui è abituato da più di trent’anni, forse viveva qualcosa di simile.

La stessa Torino, per poche settimane all’anno, issa la bandiera bianca, vive un inevitabile spopolamento ed abbandono, diventa improvvisamente un peso insopportabile per gli abitanti, che appena possono migrano verso località di villeggiatura, di mare o di montagna. E’ proprio durante questo svuotamento, temporaneo ma senza ricambio, che si percepisce davvero l’anima fragile di una città pochissimo turistica, post-industriale ma pre-nulla, casomai pre-caria, sorella “stupida” di Milano e matrigna di molti emigrati da qualsiasi tipo di sud.

Di giorno escono allo scoperto i freak, gli insetti. Di sera si vedono gli umani superstiti: quando l’afa mollava un po’ il cappio, P. usciva all’aria aperta e avvertiva un’insolita atmosfera di magia, un impalpabile vincolo di “fratellanza” che legava i pochissimi rimasti che condividevano la stessa sorte, un comune sentimento che mescola resa e resistenza, e che fa sentire allo stesso tempo sia vittime che eroi. In realtà non so cosa davvero P. abbia sentito, so solo che è rimasto custode di questa città e della sua anima, l’ha presa per mano tenendole compagnia finchè i propri abitanti non tornassero ad averne bisogno.

Dopo aver respirato per qualche settimana, la città torna in apnea per mesi e mesi. Un milione di piccole persone col loro milione di piccoli problemi. Non fai neanche in tempo a dire “L’estate sta finendo”, che è già finita.

E questi?

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