Quello del tennis

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Gianni Clerici ha scritto il suo “Open”.

A differenza di Andre Agassi, non ha mai odiato il tennis: l’ha vissuto sia come giocatore che come giornalista, ma giornalista non è il termine più esatto, “uno scrittore prestato allo sport” è la definizione che gli appiccicò Italo Calvino e che viene sbrodolata in ogni segnalazione di questa autobiografia.

Chi ha letto le sue corrispondenze dai vari tornei Slam, chi ha goduto delle sue telecronache con Rino Tommasi, chi ha letto i suoi libri e romanzi, onestamente non sono uno di questi ma per chi ama il tennis Gianni Clerici è una specie di guru. E allora questo libro Mondazzoli era da leggere.

Una vita in viaggio, a seguire varie vocazioni (tennista, scrittore, giornalista) senza mai diventare pienamente uno di questi. Certo, di famiglia abbastanza benestante da potersi permettere di fare della sua vita più o meno ciò che voleva, ma ci vuole anche del talento. Con lo stesso talento “dandy” con cui è diventato né l’una, né l’altra, né l’altra cosa ancora, si racconta in queste pagine che contengono avventure in giro per il mondo. Dopo aver scritto “500 anni di tennis”, stavolta qualche anno in meno, stavolta se stesso.

Il capitolo su Hemingway è fantastico. Ok, di Hemingway tutti abbiamo letto trecento libri, ma la bellissima scoperta è che io e Gianni Clerici condividiamo la passione proprio per quello là, uno dei minori e meno “canonici”. “Morte nel pomeriggio”, oltre che un libro dal titolo meraviglioso, è un saggio sulla corrida. Hemingway ne era appassionato, qui ne racconta tutta la filosofia, la storia, lo spettacolo, vizi e virtù. Non sono un estimatore delle corride e nemmeno Clerici lo è, ma trattasi di un libro che con facilità disarmante conquista l’interesse del lettore di tutt’altre idee, inducendolo a mettersi serenamente in discussione. Però è un libro di cui è impossibile parlare con qualcuno. Non mi sarei mai aspettato di condividerlo proprio con “quello del tennis”…

Per quanto riguarda il Clerici “collezionista” di 500 anni di tennis, cito le sue parole:

Lo scopo della mia ricerca era lo stesso che mi stava portando a riunire in un libro tutto quanto si conoscesse sul tennis. Era l’istinto di un conservatore, la preoccupazione che il tennis potesse apparire, o addirittura diventare, soltanto uno sport legato all’attualità, invece che un’arte minore, così come il balletto. O forse qualcosa di più del balletto. Una piccola filosofia quotidiana, un modo di vivere diversamente, con una passione che, consumandosi a fuoco lento, finisse per trasformarsi in cultura.

“Cultura”: Gianni Clerici riesce in un’impresa di cui nessuno è capace, rendere questa parola graziosa, leggera e leggibile.

Tra le tante amicizie nel mondo della parola scritta ricorrono spesso Gianni Brera, Giorgio Bassani, Mario Soldati. Proprio di Mario Soldati era un racconto che leggevo pochi giorni prima, “Sul tennis”, edito da Henry Beyle in edizione numerata (anch’io sto cedendo al collezionismo). Qui l’autore inizia esprimendo tutta la sua antipatia per questo sport snob e borghese, ma un giorno chiede a un amico di portarlo a vedere una partita al Foro Italico, e lì viene conquistato dal fascino del gioco.

Sbaglierò, ma in questi giorni di letture tennistiche mi piace pensare che sia stato proprio Gianni Clerici “quello del tennis” ad aver portato il suo amico Soldati ad innamorarsene. Tutto è collegato, per forza, e il lettore si rallegra nell’averli beccati.

E questi?

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