Per l’abolizione delle Olimpiadi

Ho il superospite, folks. Matteo Miglietta (proprio lui, “Miglio”) da anni anchorman e giornalista sportivo fra tv, radio e web, frequentatore di localacci di sansalvario, conoscitore a 360° di musica, da Paolo Conte al punk ’77. In tempo di polemiche per le Olimpiadi invernali in Russia, pubblico volentieri un suo articolo scritto per il myspiace. Attenti che brucia

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Per l’abolizione delle Olimpiadi

di Matteo Miglietta

(non escludo la presenza qua e là di imprecisioni storiche; nel caso mi scuso umilmente e vi invito e mandare segnalazioni ed errate corrige all’indirizzo matmig@hotmail.it)

Da maniaco di sport lancio un appello per l’abolizione delle Olimpiadi: potrà sembrare paradossale, ma da quando faccio il giornalista sono venuto a conoscenza di una tale quantità di porcate che mi vien voglia di gettare il televisore dalla finestra solo a pensarci.

Anche se non sono uno storico permettetemi un excursus, per introdurre il concetto: nella seconda metà dell’Ottocento la rivoluzione industriale cambia completamente la vita di milioni di persone. In tutta Europa – e in Italia sulla spinta di “Amore e Ginnastica” di De Amicis – si sviluppano le prime discipline sportive che altro non sono se non il recupero di alcune attività fisiche primordiali che rischiavano l’oblio (corsa, nuoto, salti, lanci, esercizi ginnici ecc.).

Le prime Olimpiadi, datate 1896 e simbolicamente organizzate ad Atene, culla dei Giochi antichi, sono la naturale conseguenza dello sviluppo mondiale dell’attività sportiva.

I primi atleti erano dei veri dilettanti: a nessuno, infatti, veniva in mente di creare uno spettacolo professionistico legato alla pratica sportiva. Esistevano, già in quei primi anni, delle eccezioni, ma proprio in quanto tali erano facilmente individuabili.

Un passo importante verso il professionismo di fatto lo diedero i regimi: la necessità di propagandare la forza di un Paese e l’impenetrabilità delle sedi di allenamento portò al cosiddetto professionismo di stato. In parte l’ingresso della NBA nelle Olimpiadi è dovuta anche a questo: i giovani collegiali americani risultavano ormai troppo impreparati rispetto ai veterani sovietici…

Il crollo di ogni barriera dilettanti-professionisti a partire dagli anni Ottanta è diventato quasi totale e oggi rimane un solo sport a non accettare pro: la boxe.

Aggiungiamoci la politica: le Olimpiadi sono diventate bersaglio prediletto di proclami, manifestazioni e attentati: i motivi sono ovvi, visibilità e risonanza mondiale del contesto olimpico, e anche grandi assembramenti di persone da tutto il mondo in spazi limitati.

A partire dagli anni Cinquanta, l’epoca dei boicottaggi: l’Urss, oltre a scambiarsi “favori” con gli Stati Uniti ignorando ciascuno le rispettive Olimpiadi, organizzò per anni le contro-Olimpiadi, le “Spartachiadi”, ossia i Giochi del blocco sovietico (per chi crede che i Giochi siano sempre stati un evento globale e universalmente riconosciuto…)

Il business: i Giochi olimpici sono sostenuti da diritti televisivi e sponsor, con alcuni grandi network e “sette sorelle” multinazionali a spartirsi la torta: la conseguenza è un giro d’affari a nove zeri e un monopolio economico sempre più consolidato e granitico, mentre i paesi ospitanti e le federazioni spesso si contendono le briciole, e per gli organizzatori è impossibile chiudere il bilancio senza un pesante passivo.

Il doping: qualche dato, giusto per far inorridire. L’antidoping è da sempre mediamente due anni indietro rispetto al doping; molti atleti sono “protetti” da sponsor e federazioni che con sotterfugi riescono ad evitare controlli seri (spesso quando un atleta viene trovato positivo è semplicemente per un “calo di potere” da parte di chi gli sta dietro); il dato casistico per cui se milioni di atleti di tutto il mondo usano sostanze dopanti è quasi impensabile che gli unici immuni siano proprio i super-campioni olimpici; infine, l’aneddoto più inquietante: si dice che Fidippide, colui che percorse i 42 km e 195 metri per portare ad Atene la notizia della vittoria di Maratona, stramazzò al suolo a causa dei troppi ricostituenti ingurgitati lungo il percorso… come a dire: non è mai esistito né mai esisterà sport senza doping…

Alla luce di tutto ciò, si è arrivati a Londra e si sta per arrivare a Sochi; i rifugiati del Darfur sfilano assieme agli strabilianti atleti della NBA coperti di tatuaggi, catene d’oro massiccio e dallo sguardo un po’ spaesato (professionismo portato all’estremo – comprensibilmente Dwyane Wade ha lanciato una campagna per chiedere alla federazione un ingente rimborso spese per la trasferta olimpica); la sede di Sochi è stata fortemente voluta da Putin, almeno all’inizio, per mostrare la potenza della nuova Russia secondo una forma mentis da KGB, e finanziata con spese record – si parla di oltre 50 milioni di dollari, dieci in più rispetto a Torino 2006, una buona fetta dei quali andati persi in corruzione e interessi privati. Aggiungeteci le forzature ambientali, le persone sfrattate e le case rase al suolo, le enclave islamiche ribelli distanti pochi chilometri con conseguente altissimo rischio di attentati e misure di sicurezza esasperate, da record anche queste: politica estrema applicata a un evento che vorrebbe significare pace e fratellanza fra i popoli. I Giochi di Sochi saranno anche i primi non visibili su molte tv di stato (highlights delle gare a parte) a causa di diritti ormai diventati troppo cari: potere dell’economia globale. Infine, sospetti di doping genetico, 15enni nuotatrici che battono record del mondo maschili, intere federazioni falcidiate da scandali doping, l’inchiesta Schwazer che porta alla scoperta di una rete fittissima di collaboratori e addetti ai lavori informati sui fatti, nazioni che da un giorno all’altro passano dal dominio assoluto alla quasi totale inesistenza (la Cina nell’atletica, la Finlandia nello sci nordico ecc.): farmacologia estrema applicata allo sport.

A proposito di atleti moderni, una considerazione: molti giornalisti, appassionati e addetti ai lavori rimpiangono la mancanza di grandi personaggi, ricordando con malinconia un campione comunicativo, divertente, sensibile ai temi sociali e attento ai cambiamenti politici qual era il leggendario Muhammad Ali. Da grande fan del campione olimpico di Roma ’60 mi aggiungo al coro, ma con un distinguo: gli atleti di oggi vivono in alienazione dal contesto, il loro obiettivo, la loro vita è allenarsi e vincere. Non è un’accusa, ma una constatazione: nel corso dei decenni si è creata una selezione naturale che ha obbligato gli atleti ad allenarsi sempre di più e a far uso sempre maggiore di aiuti farmacologici. Chi ottiene la qualificazione per le Olimpiadi nei paesi sviluppati a livello sportivo è, già solo per questo fatto, un super-atleta dalle capacità al limite del sovrumano. E questa è una delle ragioni per cui sono quasi scomparsi i personaggi a tutto tondo, gli uomini, come Muhammad Ali, che facevano innamorare la gente al di là delle prestazioni. Per un atleta (asceta?) di oggi, che vive in totale simbiosi con la propria disciplina, avere piena consapevolezza del mondo e della società, comunicare un messaggio che vada al di là della performance sportiva, è diventato impresa quasi impossibile…

Carrozzone miliardario, bomba ecologica e socio-economica, esaltazione della performance superomistica in un mondo che fa fatica anche solo a tenere in piedi quel che già c’è: scusate la retorica e, forse, la banalizzazione, ma per me le Olimpiadi questo sono; e al di là del messaggio di pace DeCoubertiniano, l’ipocrisia che anima i Giochi Olimpici è ormai davvero troppa per permettere di esaltarci ancora alle imprese dei campioni o ai momenti di fair-play malinconicamente chiamati “spirito olimpico”.

Quando nacquero i Giochi non esistevano, se non in forma minima, campionati del mondo, rassegne continentali, eventi-show, meeting; il mondo sportivo è già così ipertrofico e intasato di eventi, i “circenses” non mancano di certo e non c’è più bisogno di un anacronistico happening di superuomini vitaminizzati.

Per concludere, mi piace ricordare tre aneddoti che poco c’entrano ma che fanno sorridere o danno da pensare:

  • So da fonti dirette che il villaggio olimpico vive nel periodo di gare vive una promiscuità impressionante e frenetiche attività sessuali; personalmente la ritengo una bella cosa, anche se questo potrebbe spiegare alcuni clamorosi flop della storia dello sport…
  • Nella sua autobiografia, Jesse Owens raccontò che Hitler, contrariamente a quanto riportano le cronache, non se ne andò dallo stadio, anzi strinse la mano al velocista americano; fu al contrario Roosevelt che al ritorno in patria non se lo filò di pezza.
  • Il campione olimpico 2002 di short track Steven Bradbury, sbeffeggiato dalla Gialappa come il brocco che incredibilmente vince la medaglia d’oro perché tutti gli cadono davanti, è stato in realtà uno dei più grandi campioni di sempre della disciplina, non considerato nei pronostici solo perché vittima di un grave infortunio prima dei Giochi.

E questi?

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