Oroscopo 2018 di Mago Matteo

oroscopo 2018

L’Oroscopo 2018 di Mago Matteo: anche quest’anno sono onorato di ospitare sul MySpiace le sue previsioni astrali.

Come ci ha abituato in occasione dell’Oroscopo 2017 e precedenti, 12 suggestioni musicali ad hoc arricchiscono il suo dialogo con i segni dello zodiaco.

È la sua opera più alta e filosofica, che continua a nuovi livelli di profondità il suo canto sulla vita “non com’è, ma come dovrebbe essere”. Mai come oggi, grazie al suo lavoro, l’astrologia è prezioso strumento di indagine dell’animo umano. Scienza o non scienza, mai più senza. (Questa la propongo come bandella per il libro in tutti i bookstore della tua città.)

E adesso buona lettura. Chissà di che segno è Mago Matteo?

Ariete

La incontrai in ospedale, in una fredda mattina di novembre, in uno di quei mortiferi risvegli dell’esistenza che si confondono con la pigrizia. Quella pigrizia che è pratica, che ha un odore fatto di aria da non respirare, un colore di muri bianchi da fissare. Io ero lì per assistere mia madre, lei era lì perché aveva avuto un buffo incidente. Subito ci scambiammo qualche parola, dopo alcuni minuti fumavamo sul balcone dell’ospedale, dopo alcuni giorni le persone da visitare per me erano diventate due, dopo due settimane, rovinosi, eravamo quasi un io e quasi una lei. Lei parlava, parlava, parlava. Io, per lei, così frangibile e con un bilanciamento esistenziale tutto suo, diventai subito importante, un ragazzo che finalmente la capiva, la ascoltava, e forse forse la amava. La solita acqua fresca, insomma. Da lì iniziammo a vederci con consuetudine: un cinema, lunghe passeggiate come mano agghiacciata che ti stringe la gola, una passione stanca che si risolveva in sue tristezze micidiali. Le domeniche mattina al parco. Una sorta di angoscia inespressiva, il nostro amore, manco un volto aveva. Entrambi non avevamo voglia di nulla, eravamo una passeggiata senza sentiero, una sirena di vuoto lontano e persistente. E quando tutto finì, come bambini annoiati e perduti e indisponibili alla vita, non lo percepimmo nemmeno. Ricordo che lei mi pensava sempre. O meglio, mi mandava solo tre tipi di messaggi: “sto pensando a te”, “questa canzone mi ha fatto pensare a te”, “questa frase in questo libro mi ha fatto pensare a te”. Dopo alcune settimane, io stavo in ogni canzone mai scritta, in ogni libro. Praticamente le ricordavo tutta l’arte, la musica, la letteratura. Provavo molto disagio, era anche attraente conoscere tutte quelle frasi, quelle canzoni, per carità. Ma poi dovevo leggerle, ascoltarle, trovare per forza qualcosa di me e risponderle “è vero, sai, mi ci riconosco”. Caro ARIETE, il 2018 non sarà un anno facile, non farai altro che allontanarti dalle aspettative della gente che è sicura di conoscerti bene, che ti dirà “ti conosco bene”, che ti dirà “ tu mi ricordi…”. Tutti questi pensieri ti affaticheranno non poco, ti renderanno ansioso, e avrai paura di non farcela, di deludere qualcuno o qualcosa. 

A proposito, questa canzone mi ha fatto pensare a te…

Toro

Se questa esistenza ci regala qualcosa di buono, io questo non lo so, caro TORO. Possiamo maledire o benedire chi ci ha messo al mondo, così, in questo modo, senza chiedercelo. Ma intanto ci tocca vivere, e provare, e tentare di afferrare una inaccessibile stella. Thierry era un uomo d’affari, né felice né infelice. Tifoso del Marsiglia, sposato con Romana, un barboncino da coccolare, una casa sulle colline di Antibes. Dieci anni fa gli venne diagnosticato un tumore raro, e in particolare lui viene colpito da un tipo di tumore raro del tumore raro. “Ci sono solo due o tre casi al mondo”, gli dissero. Di questi due o tre, nessuno si salva. Thierry, caro TORO, capisce che non ha possibilità di sopravvivenza. Allora smette di lavorare, e inizia un lungo percorso di ricerca che lo porta a conoscere un professore che fa cure sperimentali, molto rischiose e senza grandi aspettative di successo. Inizia un lungo periodo di cure. Viene operato. Dopo alcuni anni vince il tumore. La televisione francese lo va a cercare, viene trasmesso in prima serata un servizio sulla sua storia. Lui, ormai guarito, decide che non è più tempo per lavorare. Decide di occuparsi della sua più grande passione (“ho pensato, sono rinato…quindi torno a fare il bambino”): le figurine Panini. Visita lo stabilimento a Modena, e inizia a comprare comprare comprare, per poi rivendere ad appassionati di tutto il mondo. Sono andato a trovarlo, e mi ha fatto entrare nella sua stanza. Album pieni, album vuoti da riempire, scatole e scatole di figurine. Messico 70, Germania 74, Spagna 82. Maradona, Crujiff, lo Zaire nel 74, l’URSS nel 1986. Decine e decine di album, migliaia di figurine. È diventato uno dei più grandi collezionisti di figurine Panini, compra L’Equipe tutti i giorni, porta a spasso il suo barboncino. Guarda il mare, poi torna a casa. Caro TORO, non c’è bisogno di tutto questo dolore per capire. Non c’è bisogno di rinascere per provare a vivere. Potrei dirti di fermarti un attimo e di pensare alla tua passione, al tuo grande amore, al tuo sogno. Ma so che non è facile, quasi impossibile. Però il 2018 porterà con sé un grande cambiamento, vorrai fare altro, sentire altro, percepire altro, essere altro. Il desiderio di cambiare qualcosa ti accompagnerà tutto l’anno, questo è certo. 

Dovrai approfittare di un uragano di sogni e desideri. Provaci. 

Gemelli

Giovani e ambiziosi, decidemmo di passare il Capodanno del 1999 ad Anversa. Secondo la leggenda, risalente al XV secolo, il nome “Antwerpen” deriva dalla frase “Hand Werpen”, cioè lanciare la mano. Si parla dell’uccisione, da parte del soldato romano Silvio Borbone, del gigante Druon Antigoon: il soldato uccise il gigante e gettò la sua mano nella Schelda, il fiume di Anversa. Anversa ha dato i natali a pittori, illustri letterati, filosofi. Ma anche alla band più figa della metà degli anni 90, cioè i dEUS. Noi avevamo una vera ossessione per i dEUS, tanto che mettemmo su una band che faceva cover dei dEUS. Partimmo la sera del 29 da C.so Inghilterra, 93milalire andata e ritorno con Eurolines. Arrivammo ad Anversa la mattina del 30 dicembre. La sera andammo a mangiare in un locale vicino all’albergo, poi iniziammo a vagare per la città. Per puro caso entraimo in un locale, e qui vediamo gli strumenti già piazzati sul palco. A mezzanotte salgono sul palco i Vivè la Fetè, una di quelle band adatta per chiavare o cose così, pop francese anni 80, una cantante sexy con la vocina stonata, ma soprattutto il bassista dei dEUS, quel Danny Mommens che alcuni mesi prima avevo conosciuto in un concerto dei dEUS ad Alessandria: ricordo, mi chiese se avevo ecstasy, pastiglie, coca, di tutto… mentre avevo in mano una Sprite. Comunque inizia il concerto, e fu molto divertente. A metà concerto arrivano tutti i dEUS, Tom Barman e gli altri, noi ci avviciniamo, li salutiamo. Parlammo un po’, e poi lui ci dice: “il primo gennaio è il mio compleanno, siete invitati, vi va di venire?”. Il primo gennaio arriviamo in questa discoteca, e facciamo quello che si fa in discoteca: balliamo, beviamo, fumiamo. Balliamo con la band, e soprattutto (per me) con una piccola donna “bassina e perduta” come dice Lucio Dalla, che in quel momento era la fidanzata fresca fresca di Mauro Paulowski, il futuro chitarrista dei dEUS. Facciamo ordine: Tom Barman si innamora di questa ragazza, lei appare nel video di “Instant Street”, poi si lasciano, poi lui scrive una canzone a lei dedicata, poi lei si mette insieme al chitarrista della band, bello e impossibile. Io quella sera mi innamoro di lei all’istante: bassina, perduta, un broncio esistenziale travolgente, i capelli castani, i seni tondi, gli occhi incazzati, delusi, isterici. Come non perdere la testa? Io perdo la testa per le donne bassine e perdute, ancora oggi. Sto lì tutta la sera a guardarla, mentre si canta tutti insieme “Happy Birthday” a Tom Barman. Gli regaliamo uno Zippo viola. Poi andiamo via. Quella sera, caro Gemelli, mi innamorai di lei, e iniziai a fantasticare mentre la guardavo da lontano. Sapevo che non l’avrei più rivista. E sapevo soprattutto che neanche avrei potuto dedicarle una canzone, perché una canzone meravigliosa su di lei era già stata scritta. Il giorno dopo andammo a fare colazione. Mentre camminiamo vediamo salire dalle scale della metropolitana proprio lei, Magdalena, la cui notte era stata più movimentata della nostra, suppongo. Non ci riconosce, o forse sì. Io la guardo ancora per l’ultima volta, più innamorato che mai. Poi prese una strada e noi un’altra. Gemelli, spero di averti raccontato una bella storia, e spero di averlo fatto bene. Ti ho fatto vivere quello che ho vissuto? Sono stato bravo? Ecco, nel 2018, se ti va, scrivi un momento indimenticabile della tua vita, e fai in modo che, se io lo leggessi, lo rivivrei esattamente come l’hai vissuto tu. Perché raccontare noi stessi è la cosa più preziosa che abbiamo, raccontare le nostre vite, immaginate o no.

Nel 2018 racconta, racconta, racconta, fino a commuoverti.

Cancro

Caro CANCRO, se proprio vuoi, lo sai dove mi puoi trovare? Alle feste dei bambini, o al parco, o di corsa davanti alla palestra di ritmica, o davanti alla scuola. Passo tutto il mio tempo vivendo l’attesa di una figlia che deve uscire da qualcosa. Ma soprattutto passo il mio tempo con altri genitori, con giovani genitori ancora giovanili, con figli con età dai sette ai dodici anni. Genitori miei coetanei o quasi, con passioni, ambizioni, desideri sicuramente superiori ai miei. Genitori simili a me, genitori molto diversi da me. Ma in una cosa siamo uguali: nelle nostalgie, nel rimpiangere la giovinezza senza figli, il tempo passato a fare nulla, il tempo in cui si correva per vivere, non per sopravvivere. Facciamo lunghi discorsi sulle nostre vite sorseggiando Fanta da bicchieri delle Principesse, o di Elsa o di Cars. Aspettando le sei e mezzo, quando è il momento dei regali. Di solito arriva un momento in cui, mentre mi giro una sigaretta, sospiro e dico: “eh, ne è passato di tempo…ma vi ricordate Torino negli anni 90, vi ricordate i Murazzi?”. Improvvisamente tutti smettono di parlare. Silenzio. Ci si inizia a guardare l’un l’altro, si sorride, qualcuno si commuove. Io incalzo: “Giancarlo, vi ricordate Giancarlo?”, “l’alba ai Murazzi”, “gli arabi che ti vendevano il fumo”. Loro non resistono: c’è un susseguirsi di “eh..”, “che periodo mitico”, allora io continuo con “il doctor Sax”, “Samuel dei Subsonica”. Commozione. Pensa, caro CANCRO, che io ai Murazzi non ci sono mai andato. Ma ti fidi se ti dico che potrei raccontare le mie serate ai Murazzi per serate intere, e sarei credibile? Tu, CANCRO, ti chiederai, “e come fai?”. Faccio, perché sui Murazzi ho sempre trovato ricordi e vissuti condivisi, uguali, simili, una similitudine a dire il vero inquietante: il giovane artista racconta la stessa cosa della ragazza studentessa fuori sede, la barista lo stesso del ragazzo che andava lì sporadicamente. E io, che ascolto e ascolto, mi sono creato un piccolo mondo dove senza dubbio sembro uno che lì è stato, che ha goduto di quegli anni “dove alle sei c’era gente strana, i reduci”. Potrei sembrare un reduce anche io, anche se non ho fatto mai la guerra. Credo che da una parte tutto questo malsano e inutile disimpegno contemporaneo sia nato da lì, ma questo mi interessa poco. Mi interessa di più sapere, o cercare di capire, perché i ricordi delle persone siano così, alle volte, tutti uguali. L’oggettività di un ricordo quindi esiste? Non esiste? O è un conformarsi all’aria che tira e basta? O è un codice per riconoscersi? Non saprei. Non saprei dire perché non ci sono mai andato ai Murazzi, credo che mi abbia da subito affossato “l’esplodere della moda”, quel senso lì, insomma, quella moda che però moda era solo per altri, perché naturalmente tutti si percepiscono come coloro che andavano ai Murazzi quando non erano ancora i Murazzi: “quando andavo io eravamo in quattro”, “quando andavo io eravamo in tre”, “quando andavo io non passava neanche il Po”. Prima o poi incontrerò un tizio che era lì da solo, solo col povero Samuel dei Subsonica, magari. Caro CANCRO, non è questo che mi aspetto da te. Mi aspetto che tu sia artista, che tu sia un artista nel narrare i tuoi ricordi, la tua vita, i tuoi inciampi. Non per essere originali a tutti i costi. Ma perché è l’unica cosa che ci rimane, il ricordo, e dobbiamo cercare dentro noi stessi parole nuove, smettere di essere svogliati nel raccontare le cose belle, le cose belle che abbiamo vissuto. Questo sarà nel 2018, ti do questo lavoro da fare, e cerca di farlo con disciplina. Anche bevendo uno spritz mentre ti fai un selfie mentre esci da un briefing.

Ma almeno raccontalo con parole nuove, tue, vere. Sii speciale.

Leone

Ero solo un bambino, cosa potevo capire? Cosa potevo capire, LEONE, del mondo dei grandi? Questo incipit ridicolo e drammatico andrà a raccontare la storia di me bambino, sui dieci anni, credo. Una storia che durò circa un anno. Io non facevo tempo lungo alle elementari, era ancora il periodo in cui c’era una certa civiltà: andavi a scuola per quattro ore, mangiavi, facevi i compiti, poi scendevi in cortile. Non sto mitizzando, eh, anche quello era abbastanza una merda. Comunque ecco, arrivavo per pranzo a casa. Mia mamma lavorava il pomeriggio. Io e mia sorella restavamo a casa, entrambi eravamo tranquilli e sereni. Prima che mia madre uscisse, tuttavia, arrivava una sua amica. Entrava in casa, prendevano il caffè, poi mia madre andava via. Lei, l’amica, entrava in camera nostra. Io e mia sorella eravamo lì a fare i compiti. Lei si avvicinava alla finestra. Scostava leggermente la tenda. E guardava fuori per ore, almeno due (poi non lo so, uscivo a giocare). Questa donna faceva così tutti i giorni: arrivava, prendeva il caffè, salutava mia madre e in silenzio andava a guardare fuori. Io e mia sorella continuavamo la nostra vita come se niente fosse. Ma questa presenza a pensarci era un po’ troppa presenza: in camera mia una tizia che guarda fuori per ore e ore? Mai che mi sia mai venuto di chiederle qualcosa, e neanche a mia madre, naturalmente. Già lì la disciplina dell’indolenza e della inettitudine richiedeva grandi esercizi. È lì che ho imparato, giorno dopo giorno, a essere incompetente e rinunciatario. Ah, vuoi sapere cosa guardava, caro LEONE? Guardava in diretta il possibile probabile certo tradimento di suo marito, che invece di andare a lavorare andava dall’amante che abitava proprio di fronte a casa mia. Voleva coglierlo in fallo. E per fare questo aveva bisogno di un osservatorio privilegiato e insospettabile, cioè camera mia: io lo scoprii anni dopo, per caso, quando stavo per dimenticare. Come ti ho detto, sono di natura fiacco e inattivo, e le cose che so o che sono, le so o le sono per caso, per un incidente. Caro LEONE, nel 2018 sarai me a dieci anni, che fa i compiti in camera sua. L’amica di mia madre è un fastidio, un tormento, un peso che ti senti dentro da troppo tempo. Che arriva puntualmente quando vorresti essere felice. Non fare come me. Non continuare a fare i compiti. Molla la penna. Dai un nome a questo fastidio, cerca di capire perché arriva quando cerchi la felicità, la pace. Vai dall’amica di mia madre e dille “ma che ci fai qui, questa è la mia stanza”. Mandala fuori a pedate, o dolcemente, vedi tu.

Ma fallo, ti sarà utile, utilissimo.

Vergine

Cara VERGINE, in vacanza il mio interesse più irresistibile è quello di osservare i miei vicini di piazzola. Che vedrò tutti i giorni dalla mattina presto alla tarda notte per venti giorni, e poi mai più. Questi erano olandesi, una coppia. Vecchi o anziani o come si dice ora, non lo so. Non parlavano mai. Provavano indifferenza al vento alle nuvole e alle nostre grida. Leggevano. Leggevano tutto il giorno, segnavano a penna le città sulle cartine, andavano in bagno insieme. Tutte le mattine aprivo la cerniera della tenda e li trovavo seduti, immobili, che si guardavano e mi guardavano senza dire niente. Lui di tanto in tanto accendeva una sigaretta, lei gli avvicinava il posacenere, un’azione minima che li teneva in vita. Non li vedevi mai cucinare, tagliare le carote e le patate, ma all’improvviso mangiavano sempre piatti niente male, tipo carote e patate. Dopo un po’ di giorni chiesi loro uno stappabottiglie. Mi avvicinai alla loro tenda, e mimai il gesto di uno che stappa una bottiglia. Lui si alzò e corse via, corse veramente a prenderlo, lasciando sorprendentemente da sola la moglie che fino a cinque minuti prima mi sembrava una cosa sola per lui. Pensai: “cosa è tutta questa fretta, non vorrai liberarti di lei?”. Prima di lasciarlo cadere nella mia mano, mi chiese, in una lingua strana, “come si dice in italiano?”. A me non venne subito in mente, e fui costretto a chiedere a mia moglie, che disse “stappabottiglie”. Lui mi guardò sorpreso. Dopodiché si rimisero in silenzio. Ciò che mi colpiva era cosa succedeva la notte. La notte, già nel calduccio della tenda, prima di dormire, ridevano tantissimo, facevano battute. Parlavano a voce alta, fino a diventare quasi molesti. Poi, il mattino, silenzio, una non vita senza rimpianti. Di giorno un film muto. La notte, il varietà. Cara VERGINE, fai tuo il silenzio, di giorno. Nel 2018 sii silenzioso, discreto, torna ad amare te stesso attraverso quella preziosissima igiene interiore che si chiama silenzio. Di notte, però, ridi, canta, cerca il divertimento con un amico, o con un amante, vivi la nostalgia, la giovinezza andata con un amico. 

Costruisci un piccolo mondo di silenzio pubblico e passione privata.

Bilancia

Che cosa è l’amor, cantava un cantante ancora sorprendentemente in auge, causa suo malgrado della patetica e derivativa ispirazione di giovani artisti e cantautori che da quando c’è lui si sono messi a cantare improvvisamente di circo e zampogne. Che cosa è l’amor, quindi? L’amore è la storia personale e professionale di Virgilio Savona e Lucia Mannucci, compositore e cantante il primo, sublime cantante la seconda. La metà del Quartetto Cetra, da sempre per me un mito musicale. Ho sempre adorato quella inventiva così leggera e colta, così spensierata e musicale, nel senso che per me loro sono la musica, sono l’idea, sono la casetta in Canadà, sono la fantasia e lo scherzo, l’eleganza e il talento unite in quattro voci. Virgilio Savona e Lucia Mannucci erano sposati, una storia d’amore nata sulle scene, una vita vissuta tra rivista, composizione e televisione. Nel 1987, già anziani, decidono di fare un disco che si chiama “Capricci”, e già dal titolo si capisce la grande libertà dei due, un qualcosa tipo “mi voglio togliere un capriccio”. Registrano un disco in casa, tra cimeli antichi e strumenti d’epoca, e registrano con un pianoforte o poco altro. Ecco, l’amore. La tenerezza anziana e complice che ti fa registrare un disco lo-fi, non disimparando il tuo talento, facendolo solo per amore, non desiderando alcun riscontro commerciale, rinunciando alla grandiosità dei tempi andati. Questo disco è una nuvola di amore che sta svanendo con tutta la sua tenerezza. Me lo immagino Virgilio al pianoforte, Lucia che canta, l’amore di una vita che al tramonto, ancora una volta, l’ultima volta, si fa musica. Ne esce un disco fatto di atmosfere surreali, classiche, amare e ciniche, tra Brassens e il recitato. In particolare segnalo una canzone che si intitola “nove settimane e mezzo”, dove i due descrivono le gioie di un rapporto sadomaso. Io se ci penso mi commuovo davvero, perché gli amori eterni sono meglio di qualsiasi rivoluzione, come ha recentemente sostenuto Claudio Lolli in una intervista. Pensa a questi due signori anziani che parlano di sadomaso, e poi pensa a tutti i cantautori che raccontano, tra sbadigli colossali (miei), la crisi e la precarietà di noi quarantenni: fanno canzoni sull’incertezza, carini e pulitini. Te ne sei accorto, sì? Bilancia, nel 2018 sarà proprio questa tenerezza che conoscerai, la tenerezza nuova di un rapporto che improvvisamente diventerà pieno di senso. Avrai un progetto da portare a termine, e questo ti riempirà di gioia.

Soprattutto vedrai la tua maturità con occhi nuovi, e sarà la prima volta in cui i tuoi anni non ti peseranno, ma ti saranno d’aiuto. 

Scorpione

SCORPIONE, la realtà non è come pensiamo che sia. Possiamo intenderla come se fosse intesa, percepirla come se fosse percepita, vissuta come se fosse vissuta. Ma c’è sempre qualcosa che ci sfugge, e solo con l’età ho iniziato a vivere questa certezza con sollievo. So di non sapere? Di più, so di non essere, e se ogni tanto sono, sono quanto di più vicino al niente. Vivevamo in due città diverse, io in città, lei in montagna. SCORPIONE, a questo punto potresti pensare che il nostro luogo di incontro fosse il mare. Giusto, la banalità del mare. Lei stava con un certo G., grande e grosso, un ragazzo semplice, cavaliere travestito in quelle rievocazioni storiche che io ho sempre detestato. Anche lei era damigella, o qualcosa del genere. Il loro amore era nato in qualche sagra, tra spadoni e cavalli. Ma era anche finito, o quasi, il sire era diventato G. e basta, un ragazzo semplice. Ci vedevamo al mare, dicevo. La prima volta andò bene. La seconda ero già dubbioso, la mia volontà e la mia libido da globale diventò parziale la mattina della partenza. Sceso dal treno, c’era lei che mi aspettava, ma quella cosa lì, il mio essere cùpido non so perché proprio non voleva saperne, non me la sentivo, in una parola, non mi piaceva. E io non piacevo a lei. Era proprio noi che non dovevamo essere lì, ero proprio io che volevo tornare a casa, prendere il treno e andare via, anche a cavallo vestito da cavaliere. Mi inventai di tutto, da un mal di testa a un’infezione intima che non avevo. Nessuno ci rimase male, comunque. Lei, che si era appena lasciata col cavaliere, aveva bisogno soprattutto di parlare. E io di ascoltare, stare in silenzio e sentire i suoi sfoghi. Almeno quello mi confortava. Lui però le aveva chiesto se c’era un altro, e lei gli aveva parlato di me, facendo anche il mio nome. Per cui, quando seppe che lei era partita, improvvisamente lui fece il collegamento e iniziò a tormentarla con dei messaggi. I messaggi erano “brava brava, ti stai divertendo, eh?”, “brava, che ti sta facendo quel Matteo lì”, “sì sì, scopa con lui, stronza!”. Lei mi leggeva i messaggi, mentre io, assente e malinconico come non mai, guardavo le navi del porto dal bar della spiaggia mentre bevevo un succo d’arancia e leggevo la Gazzetta dello Sport. Ecco cosa stava facendo Matteo: leggeva le novità del calcio mercato, altro che massaggi particolari. Scorpione, la realtà è questa: non conosci la realtà delle cose, non puoi conoscerla. Puoi pensare “è così”, ma quel così è sempre diverso, più alto, più basso, più blu o più grigio. Nel 2018 sbaglierai il tiro molte volte, soprattutto in ambito lavorativo. Negli affetti forse sarà la realtà a fare a meno di te.

Salterai un anno, come quei giochi da tavolo dove ci sono i cavalieri, il re ecc.

Sagittario

I tuoi passi lenti devono correre verso la verità, ma non prendere mai nulla sul serio, SAGITTARIO. Non sospettare, non fare castelli in aria. Ciò che mi sussurra la vita, da tempo io lo percepisco ormai un grido di allarme. Il grido di allarme si chiama “i diminutivi che usa mia moglie”. Era solita, anni fa, annunciarmi i suoi impegni e le sue innocenti evasioni con le amiche utilizzando parole che stavano nella consuetudine anche e soprattutto grammaticale: un “caffè con un’amica” era un caffè. Un saluto a una persona cara era “un saluto”. Da un po’ di tempo tutto è diventato un diminutivo: “caffè” è diventato “caffettino”, “saluto” è diventato “salutino”. Non puoi sapere quanto mi irrita. Questi diminutivi, ne sono certo, sono per indorarmi la pillola, e sottintende una paura di un mio rifiuto, di una mia insofferenza. Che non esiste, peraltro. Ma a un certo punto la coppia si adagia sulla paura della reazione dell’altro, è un vivere tipico dell’età biologica della coppia, degli impegni familiari, e anche della modalità che vedo quotidianamente nelle coppie che stanno insieme a lungo: per quanto attivo, lui è percepito da lei seduto (più volte lo è). Per quanto libera, lei è insofferente, e si sente in gabbia. L’uomo tende a voler possedere una donna, sicuro. Ma ci sono sfumature. Ma queste sfumature si perdono con la maturità. Non c’è scampo, e non c’è soluzione. In ogni caso, i “caffettini” e i “salutini” di mia moglie alle sue amiche sono anche un momento di racconti e sfoghi reciproci sulle loro vite, sulla quotidianità che ti uccide. Quella quotidianità che Brel raccontava nella “Canzone dei vecchi amanti”: lui la raccontava con disperata tenerezza, noi la viviamo solo con disperazione, perché quella tenerezza l’abbiamo persa, perché le donne e gli uomini l’hanno smarrita, la smarriscono a un certo punto. Perché gli uomini sono da sempre deboli e dipendenti, mentre le donne diventano aspre e gelide. Mia moglie torna a casa e io chiedo come andata. Lei è evasiva, ma spesso mi racconta che questa sua amica sta attraversando un periodo (anzi, un periodino), un po’ così, difficile e faticoso (faticosetto). Poi dice “vabbè, è normale, quando si sta insieme a lungo non è più la stessa cosa, la passione è fatta di distanza, la vicinanza uccide”. Allora io penso: ma di chi sta parlando? Mi vuole dire qualcosa? E allora sto lì, con questo dubbio, con questo dilemma, con questo piccolo incerto, per alcuni secondi. E poi dico, in preda all’ansia “tutto bene la tua amica? Vanno meglio le cose?”. Lei non risponde, e inizia a cucinare, o a fare una lavatrice. Io vorrei la verità, ma la verità non esiste, non esiste il conforto della vicinanza, quell’atto rivoluzionario che è parlare di noi. Non possiamo farci nulla, non siamo fiamma, siamo niente. Siamo divisi, lo siamo noi, lo siamo nei nostri sogni, nei nostri desideri. SAGITTARIO, nel 2018 dovrai cercare di intuire quando stanno parlando di te e con te, intuirlo con sicurezza e spensieratezza. Non fare castelli in aria, non sospettare. Cerca di essere diretto, chiedi, chiarisci. Quel dilemma lì, cerca di renderlo meno dilemma, meno insolubile.

In una parola vivi, e rinuncia al sospetto, alla fatica, al cosa c’è dietro alle cose.

Capricorno

Sarà capitato anche a voi, amici del CAPRICORNO, di avere una musica in testa, ma anche di avere a che fare a un certo punto della vita con gli studenti fuori sede. Il grande classico torinese riguarda gli ingegneri di Lecce e provincia, che arrivano ogni anno a riempire il Politecnico de lo sule lu mare e lu ientu. Tricase, ingegneri meccanici. Maglie, ingegneria gestionale. Melpignano, ingegneria della pizzica. Cutrogiano, Tiggiano, Trepuzzi. Nomi aspri e buffi, ma davvero simpatici. In breve tempo gli ingegneri della provincia di Lecce organizzano la squadretta di calcetto, e chissà perchè mettono in piedi una strana e fatua situazione fatta di pesa nostalgia, enogastronomia empirica, una specie di linea verde domenicale che riguarda qualcosa di vicino alla pro loco. “Venite a mangiare i panzerotti da noi, noi sì che li sappiamo fare” (ma nessuno dice il contrario, io mica ho mai detto che li so fare!). Poi vai a mangiare i panzerotti, dici “buoni, mamma mia, mai mangiato panzerotti così”, e loro “mah, buoni, non è la mozzarella di giù, non è il sugo di giù”. E allora ti chiedi “perché abbiamo fatto tutta questa cazzo di manfrina, già lo sapevi che non era la mozzarella di giù!”. A me non era andata male, a pensarci, ero subito fuggito come una saetta dagli ingegneri per farmi accogliere, io e miei amici, da studentesse del sud, dolci e simpatiche. Grandi cuoche. A parte qualche “sì, ma il pomodoro non è lo stesso”, per alcuni mesi è stato bello e coccoloso. Una di queste era fidanzata da molto tempo con un tizio che ovviamente colse al volo la mia simpatia irresistibile, rideva a ogni mia battuta (“come è ignorante la simpatia”). Andò avanti per mesi. Poi, a un certo punto smise di ridere. Io continuavo a parlargli e lui non mi rispondeva, proprio si girava dall’altra parte. Una sera mi prese in disparte e mi disse “ti ricordi quella sera in cui abbiamo preso una pizza? Bene, io ho raccolto i soldi, ma non ho avuto le tue 5000 lire. Ci sono rimasto male. Non si fa così, sei stato scorretto”. Io non ricordavo un cazzo di nulla. Mi disse che non mi avrebbe mai perdonato. Io non ci pensai più di tanto, non ricordavo nulla. Però rimase quello smarrimento, rimasi sospeso tra “vabbè, incazzarsi per sta cazzata” e “avrà le sue ragioni”. Chissà perché, finì anche quel periodo con le studentesse fuori sede, che non fu sostituito, e questo è il mio grande orgoglio ancora oggi, dagli ingegneri di Lecce e provincia, dai quali dovevi fare sempre molta attenzione, che poi ti ritrovavi a giocare a calcetto. Ma a distanza di anni è rimasta quella amarezza, e soprattutto la certezza che la gente è sorprendente. Caro CAPRICORNO, probabilmente il tuo rancore verso quella persona non è così importante. La separazione, il conflitto, il rimanere distanti nella vita è sempre sempre sempre troppo poco, rispetto alla bellezza della vita, dell’incontro, e anche del perdono. Nulla vale la pena in questa vita, se non la tenerezza che c’è nel perdono. Nel 2018 fai quella telefonata, siediti a un tavolo con quella persona che hai perduto per niente, e prenditi un bicchiere di vino, o un caffè.

Certo, non sarà il caffè che fanno a Scorrano, o il vino che fanno a Melendugno, va bene. Però siamo lì.

Acquario

A un certo punto è finita anche la fase dei pannolini, dello svezzamento, ma quella ora che ci penso ormai è preistoria. È iniziata quella delle “attività”, cioè dichiarare al mondo che voleva sapere, eccome se voleva sapere “qual è l’attività che fai fare ai figli”. Tu improvvisi, dici “boh, vediamo”. Ma inizia a non bastare. All’improvviso, in un giorno minuscolo, in questi giorni minuscoli, è arrivato il sinistro “Open Day”. Cioè, “siete andati a qualche Open Day”? L’Open Day è quel misero e ridicolo happening in cui i genitori vanno visitare le scuole, scuole elementari, medie, di danza, di scherma, di parapendio; perché i genitori vogliono il meglio per i loro figli. Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare del clima di sospetto, da carboneria che sa di muffa, da setta segreta, che puntualmente si sviluppa in quell’avvicinamento fisico di un genitore, che si avvicina a te diretto ma circospetto, si guarda intorno sperando di non essere sentito da altri genitori, e ti sussurra nell’orecchio “avete fatto qualche Open Day?”. Il fare è lo stesso tipo “hai una cartina lunga?”. Non so perché accade tutto questo, ma sono certo che c’è qualcosa sotto. Cosa c’è sotto? Sicuramente l’irresistibile tendenza al controllo. Un genitore ti vuole controllare, sempre, vuole conoscerti attraverso il desiderio di sapere cosa fai, non cosa sei. Poi c’è la necessità di percepire tutta l’offerta formativa della città, attraverso informazioni e pettegolezzi, perché il rapporto tra genitori quello è, pettegolezzo, almeno nella maggior parte dei casi. Il terzo motivo è che l’insicurezza educativa è viva e sfiancante, e quindi i genitori sono ossessionati da ipotetiche informazioni aggiuntive che tu potresti fornire loro, anche se come detto si aspettano sempre i pettegolezzi. “Quella scuola lì è buona, anche se quella di matematica boh…dicono che sia sclerata in classe”. “il preside? Si, certo, ma sai che però…”. Io cerco sempre di essere evasivo, ma loro chiedono, diventano scodinzoli, si avvicinano sempre di più e non mi lasciano in pace. Poi mi chiedono, dolcemente spazientiti “va bene, ma dove iscrivi tua figlia?”. Io rispondo “boh, vediamo, ne devo parlare con mia moglie”. Ma non sono soddisfatti, rimangono in attesa di un pettegolezzo, di un “la iscriverei lì, anche se la palestra non è il massimo”. In fondo vogliono sapere i fatti tuoi, e basta. Ecco, ACQUARIO, come sai in ogni momento della tua vita trovi persone così, che non ti danno tregua, che amplificano fino a stare male la tua fatica, la tua sconfitta necessità di riservatezza, di pudore. Non è mondo, questo, per stare tranquilli, sereni, non puoi stare tranquillo e in pace se non rispondi alle domande, perché l’insistenza è insistente, l’invadenza è invadente. Nel 2018, caro ACQUARIO, questa tua insofferenza sarà sempre più fisica, più indisponente. La gente ti affaticherà, ti chiederà cose, vorrà sapere cosa fai. È arrivato il momento di dire basta.

C’è un video dei primi anni ottanta dove il grande Gigi Proietti racconta la barzelletta del 18 a Raffaella Carrà. Cercalo: saprai come comportarti nel 2018.

Pesci

PESCI, la silenziosa strada che mi separa dal lavoro sta in quella terra che divide il disprezzo senza rivolta per ciò che vivo e il veleno necessario, interrotto dalla tenerezza, per ciò che non desidero vivere. La tensione sui pedali, la giacca buttata sul sedile vuoto, l’arrivo al lavoro. Cambio strada ogni giorno, come un magistrato sotto scorta o un ladro, e tutto ciò per l’illusione di creare un tragitto nuovo, falso che sia. La sabbia della mia quotidianità ormai non torna più verso il mare. Incontro ogni giorno tre ragazze che scendono o sono appena scese da un Doblò blu tutto stipato di prodotti di pulizia, scope, stracci. Puliscono un condominio. Due sedute dentro il cofano aperto, una in piedi, una che butta le sigaretta. La scena è sempre questa con minime variazioni, figure immaginarie intraviste da me solo per un frammento, il frammento dei miei cinquanta all’ora. Bellezze giovani, il marsupio in vita, il pile, la sensualità che sta nei loro piumini sintetici. Stanno per salire nelle scale per pulire. Anni che le vedo lì, piccoli movimenti o statue in attesa, alle 8.37, tre volte alla settimana. Il fumo della loro sigaretta, l’aria che si condensa nel loro e nel mio cuore, specchio di vite vissute che si incrociano. Che io percepisco, osservo, ne ho nostalgia appena girato l’angolo. Questa è la vita cosi com’è, PESCI. Dice Don Chisciotte: “Ho vissuto quasi cinquant’anni e ho visto la vita così com’è. Dolore, miseria, fame…crudeltà inconcepibili. Ho ascoltato canzoni nelle taverne e lamenti provenienti da mucchi di immondizia per le strade. Sono stato soldato e ho visto i miei compagni cadere in battaglia o morire più lentamente sotto la frusta, in Africa. Li ho tenuti fra le mie braccia nel momento del trapasso. Quelli erano uomini che vedevano la vita così com’è, eppure sono morti disperati. Senza gloria, senza parole di coraggio. Solo i loro occhi pieni di turbamento che chiedevano «Perché?». Io non credo che chiedessero perché stavano morendo ma perché avevano vissuto”. Guardare la vita così com’è, PESCI, vivere la vita così com’è, godere di minimi brandelli di luce, morire di morte indolore e neanche avvertita. Questo mi tocca, ti tocca, questo tocca alle ragazze che incontro la mattina, labbra sottili e sensuali, coda di cavallo pratica e obbligata. Ma non dobbiamo più vedere la vita così com’è. Perché c’è questa luce interrotta, meravigliosa e assente, che ti invita a indagare nel tuo cuore, nei tuoi occhi, per vedere ciò che dimenticanza ha interrotto. Chiudo gli occhi, guardo le tre ragazze, che ora sono tre sirene tra spuma di mare. Don Chisciotte: “Quando la vita stessa sembra folle, chi può dire la pazzia dov’è? Forse essere troppo pratici è pazzia. Arrendersi ai sogni, questa può essere pazzia. Sai chi è il più pazzo di tutti? Chi vede la vita non come dovrebbe essere, ma così com’è”. PESCI, è tutto qui: “non com’è, ma come dovrebbe essere”.

Questa è la vita, PESCI, e in questo c’è l’unico senso della nostra esistenza.

E questi?

7 commenti

  1. Sono torinese vivo a Roma transitando da New York… sono speciale e bevo Margarita.
    Mi scrollo di dosso le regole che mi stanno strette il mio blog va avanti dall’anno 2000.

    Sherabuonagiornata

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