Omar Pedrini, erano anni

omar pedrini timoria

Omar Pedrini, erano anni. L’album più bello suo e dei Timoria, a opinione universale unanime, è Viaggio Senza Vento. Anche a me piace molto, ma resto affezionato a El Topo Grand Hotel, che avevo comprato in un periodo pessimo, e poi mi ero procurato un discman da due lire per ascoltarmelo ovunque io fossi. Quello che mi piaceva avvertire sottotraccia, sotto le tracce in numero di diciannove, era la consapevolezza di essere tornati se stessi, l’orgoglio di volare alti anche dopo l’addio di Francesco Renga. Timoria diventava profezia che si autoadempie: τιμωρια in greco significa punizione, e magari in qualche versione di greco al liceo classico è stato tradotto anche come rivalsa.

L’idea del concept di El Topo Grand Hotel era un nuovo “viaggio” dell’alter ego Joe, come Viaggio Senza Vento (ma stavolta Viaggio Senza Renga), e Omar Pedrini scriveva “Sole spento”, uno di quei pezzi destinati all’immortalità nelle autoradio delle strade statali, alla pari di “Sangue impazzito”.

Lo Zio Rock

Omar Pedrini, dopo lo scioglimento dei Timoria, si è autobattezzato lo “Zio Rock”. È un nick veramente buffo, però coglie il nocciolo della questione, che non è il Rock ma è lo Zio. In fondo gli vogliamo bene come se fosse uno zio, e ci preoccupiamo un bel po’ quando il suo cuore impazzito dà la scossa. Sarebbe eccessivo definirlo artisticamente “padre” di qualcosa, nonostante appartenga alla generazione dei primi rocker italiani e in italiano, però “zio” ci sta tutto.

Da quando in estrema gioventù frequentavo la zona di Susa, i bresciani* Timoria e dunque Omar Pedrini sono sempre stati lì molto popolari. Non saprei perché. I miei amici sapevano le canzoni a memoria. So che una band della zona ha deciso di chiamarsi La Cura Giusta come una delle canzoni di Viaggio Senza Vento. Ultimamente Omar Pedrini è venuto a suonare ad Alta Felicità, il festival No Tav, purtroppo non c’ero ma non dubito che l’accoglienza sia stata particolarmente calorosa, e che lui abbia ricambiato con tante chicche del repertorio glorioso.

Il mio amico valsusino Chicco mi ha regalato per Natale il suo ultimo disco, che contiene una decina di inediti compresa la canzone di Noel Gallagher riscritta in italiano: sa che di Gallagher sono dotto e me l’ha regalato anche un po’ per scherzarmi su questo. Secondo me è meglio l’originale (“A simple game of genius”), lui insiste che è meglio quella di Omar (“Un gioco semplice”).

Come se non ci fosse un domani

A parte questo, vorrei dire qualcosa su questo disco che si chiama Come se non ci fosse un domani. Il titolo è un’espressione ormai logora che equivale al “finché fa male finché ce n’è” ligabueiano**. Però, a difesa dello Zio Rock, devo dire che per Omar Pedrini equivale all’esatta verità: dopo i suoi guai al cuore che gli hanno fatto vedere la morte in faccia, lui probabilmente vive davvero come se non ci fosse un domani.

Per quanto riguarda le canzoni, come dire? Non lo ricorderemo per queste. Forse il tempo l’ha portato a più miti consigli, prudenza, formalità. Credo abbia dato il suo meglio in passato, quando non si sentiva ancora Zio, ma angelo ribelle della Generazione X.

Se al mio amico Chicco interessasse una mia classifica metterei in cima la passiva-aggressiva “Fuoco a volontà”. Carina anche “Il cielo sopra Milano”, che parte un po’ alla Elton John, e finisce con Milano aspettavo l’invito, Milano non avevo capito… Tra questi pezzi ce n’è anche uno che aveva proposto per Sanremo, ma non è stato selezionato, sulla sua amicizia con Freak Antoni degli Skiantos. E poi canzoni pop con le chitarre, con un debole per una maniera 60/70 da Equipe 84 fino a Procol Harum e Jethro Tull (davvero: c’è Ian Anderson che suona il flauto traverso). Inoltre, come detto, prendiamo atto della cover di un lato B di Noel Gallagher (pare siano amici! Omar : Noel = Zucchero : Bonovox) che per dovere di cronaca riporto qui sotto anche nella versione italiana.

Che ci vado a fare a Londra Chianocco?

Per chiudere il cerchio aperto dal disco natalizio di cui Chicco mi ha omaggiato, vado con lui a sentire Omar Pedrini in concerto in Val di Susa. Siamo a Chianocco, alla Taverna Tortuga, luogo di serena armonia No Tav. In realtà si tratta di un “reading con chitarra”: c’è anche lo scrittore Federico Scarioni, coautore dell’autobiografia “Cane sciolto”. 

E c’è lo Zio Rock che con la chitarra acustica suona qualche pezzo simbolo della sua carriera, quasi tutti dei Timoria, compresi i più famosi dall’album Viaggio Senza Vento, che quest’anno compie 25 anni e sarà ripubblicato anche in versione deluxe. In più 2 cover: Impressioni di Settembre della PFM e Hey Hey My My di Neil Young.

Lo spettacolo ispirato dal reading rivisita soprattutto il suo ieri, pochi cenni all’oggi, nessuno al “Come non ci fosse un domani”. Il cd che gira in macchina si rivela dunque una suggestione inutile ai miei fini preparatori. Il viaggio senza tempo negli anni classici è obbligato, prevedibile, ma chi se ne importa: me lo godo tutto.

Omar Pedrini cane sciolto

Vederlo sul palco di un locale raccolto, popolare, in mezzo alle bandiere No Tav, con una Taylor acustica (intenditore), le braccia coperte di tatuaggi, capelli raccolti, pancetta discreta, maglietta con un grosso cuore rosso e blu… forse non è alta felicità, ma sicuramente alta emozione. “Freedom”, semplice ed eterna ode all’amicizia, è perfetta anche per momenti così. Lo Zio Rock suona le sue avventure davanti al caminetto dei ricordi della carriera, noi nipotini intorno ad ascoltarlo, nessuno mai si stancherà di sentire certe canzoni, racconti nudi di ferite che diventano cicatrici, cicatrici che diventano tatuaggi, tatuaggi che diventano… “storie per vivere”?

Persino un black out temporaneo fa bene all’atmosfera. Finito il concerto ci si trova diversi, ci si sente forse più vecchi, ma più ricchi. Si sta bene, pur con tutti i se e i ma accumulati negli anni. Almeno è ciò che succede a me in questa serata, e ogni volta che assisto a questo tipo di amarcord musicali, di cui si può dire di tutto, tranne che non funzionino in maniera micidiale.

Conclusione ad alta malinconia

Ci sono band che ci svoltano la vita, più di una donna, più di un lutto, più di una botta di culo che ti svolta la vita ma comunque non quanto quella band che ti svolta la vita. Poi la band cambia, uno importante se ne va, oppure le canzoni si normalizzano, oppure un qualsiasi fragile incanto si dissolve. La band si scioglie, forse per incomprensioni, forse per questioni di ego, forse per storie di soldi. La band è sempre una repubblica non democratica, un matrimonio in cui sicuramente ci si separa, un paio di scarpe nuove che quando si sporcano sono più belle, ma quando si rompono si buttano via, e si sostituiscono con altre.

Gli artisti si ritrovano soli, con il loro fagotto pieno di canzoni importanti, che sono l’unica cosa concreta che gli rimane: forse non capiscono più bene se siano una salvezza o un peso, un tesoro o un ingombro. Il pubblico non capisce nulla di questo, il pubblico è cinico e crudele, per esempio io tante volte ho provato a immaginare “Sole spento” cantata non da Omar Pedrini ma dal suo ex cantante, e questo è un istinto spregevole. Gli artisti a volte tradiscono, il pubblico tradisce continuamente. E la punta di malinconia che mi viene ascoltando certi pezzi in certe situazioni rende tutto più autentico, vicino, reale, definitivo. Credo che ogni canzone, per diventare davvero grande, abbia bisogno anche di questo tipo di problemi.


*Omar Pedrini, da ultras del Brescia, è tra i fortunati ad aver visto il Roberto Baggio migliore.

**Ligabueiano, oltre ad essere un neologismo orribile, è una parola che contiene tutte e cinque le vocali.

E questi?

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