Lunga attesa

Marlene Kuntz Lunga Attesa

Tutto potrei provare all’uscita di un disco dei Marlene Kuntz tranne che una “lunga attesa”, visto che ne sfornano continuamente. Non ho nulla da attendere e nulla da aspettarmi, se sono ancora qui ad ascoltarli pure dopo Sanremo, beh, vuol dire che un po’ a prescindere gli voglio bene.

Di cosa parliamo quando parliamo dei Marlene Kuntz? Mi ricordo per esempio un viaggio in macchina in cui io e il mio amico Domenico ascoltavamo per la prima volta un loro disco uscito da poco (era “Nella tua luce” se non erro), ci bastava metà canzone per scolpire la sentenza definitiva, il commento da esperti, alla fine parlavamo solo noi coi Marlene in sottofondo e quello era il nostro modo di volergli bene.

Anche questo disco è simbolicamente legato alla macchina perché l’ho preso da Mediaworld (che tristezza!) la volta che ho ricomprato l’autoradio che mi hanno rubato (che tristezza!) cercando di esorcizzare un paio di giorni passati tra assicurazioni, commissariato e carrozziere (che tristezza!).

Più che lunga attesa, sorpresa: ha funzionato. Tossico del cazzo che mi hai aperto la macchina, a te le due lire del mio frontalino, a me il godimento di un disco che ti prenderebbe a schiaffi. Addirittura un paio di ritornelli di metal verace mi fanno ricordare i primi Alice In Chains. Certo si sente che fino a ieri suonavano il revival di Catartica, e magari tra una prova e l’altra di “Festa mesta” è uscita fuori “La noia”. Bella e spietata è “La città dormitorio”, chissà se si riferisce a Cuneo, città che per una frazione genealogica condivido con loro.

Qua e là nei testi c’è sempre un po’ di revanscismo nei confronti degli haters, che ormai è diventato cifra stilistica tanto quanto gli aggettivi da accademia della crusca o gli accenti spostati per forzare le rime a baciarsi. Sono gli unici vizi che non capirò mai, ma tanto quanto non mi importa niente perché, alla fine, è un disco che spacca il culo.

Oggi pomeriggio ho intrapreso una sessione di lettura recensioni (lasciate stare, riassumo io: “tornano alle radici”). Nessuna, ma proprio nessuna, parla del testo più enigmatico, che è “Sulla strada dei ricordi”, in cui Cristiano Godano allude esplicitamente a canzoni passate, tra cui “Ape regina”, “Il vile”, “Una canzone arresa”, “L’abbraccio”, e molte altre.

Ancora tanto è il vuoto che mi provai a nascondere e il miele colante fu una pensata del tutto inutile…

Certo era presuntuoso che mi considerassi seta, ma in fondo poi ridimensionavo tutto con la viltà…

Insomma, vuole “ammazzare” alcuni pezzi storici o è semplicemente un’ammissione di non essere mai riuscito a risolvere fantasmi, colpe e ambiguità? Perché toccare un po’ tutti gli album tranne “Catartica”? Visto che è appena finito il tour-nostalgia bisognava “salvarlo”?

Di solito trovo appassionante questo genere di indizi e auto-citazioni, tipo “Glass onion” dei Beatles. È chiaro che c’è un messaggio, c’è un messaggio che non è chiaro.

Amici marlenologi, critichini e blah-blah-blog, aiutatemi a capire. Di cosa parliamo quando parliamo dei Marlene Kuntz?

E questi?

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