Lavoratori? Prrr #2 – E’ la stampa, bellezza

Come pressochè tutti gli studenti di Scienze della Comunicazione, sono passato anch’io dall’esperienza del “giornalismo sportivo”. Cosa spinge un ventenne universitario ad avventurarsi nella collaborazione con un settimanale di sport locale? Per me non era l’ambizione professionale, non era il denaro (che arrivava col contagocce), non era la romantica attrazione per il calcio; era semplicemente un’indefinita voglia di scrivere.

Mi mandavano a Orbassano, Vinovo, Borgaro, Rivoli, ho fatto paesologia calcistica in più o meno tutta la cintura di Torino e anche oltre. Arrivato all’impianto sportivo, esibivo il mio tesserino, mi procuravo le distinte dei giocatori, mi piazzavo sugli spalti a seguire la partita. La compagnia ogni tanto di un tifoso chiacchierone o del genitore esagitato o del giornalista del giornale concorrente mi dava qualche spunto per scrivere qualcosa che andasse al di là dalla pura e semplice cronaca dell’incontro e del rosario delle formazioni. Finita la partita, a volte chiedevo qualche dichiarazione ai mister, altre volte tornavo direttamente a casa a scrivere il pezzo (con relative pagelle!) e mandavo il tutto via mail in redazione.

L’esperienza mi ha insegnato molte cose, ad esempio che il “bello stilo” di scrittura consiste in realtà nello 0,001% del mestiere del giornalista, che è fatto soprattutto di telefonate, riunioni, impaginazioni, notti bianche in redazione, cristi e madonne. Dopo uno o due anni mi proposero di entrare a far parte della redazione, ma non me la sono sentita di affrontare appunto telefonate, riunioni, impaginazioni, notti bianche in redazione, cristi e madonne, e così ho gettato la spugna.

Tifosi, calciatori, arbitri, allenatori, giornalisti, dirigenti: ognuna di queste categorie di protagonisti del calcio locale tende ad emulare, in piccola scala ma con molta passione, il pianeta dorato della serie A. Noi wannabe giornalisti non eravamo altro che una piccola parte di tutto questo mondo con i suoi modesti splendori e miserie, a cui però potevamo regalare sospirati momenti di gloria. Non c’è molta differenza con la musica indie ed emergente, che tende ad imitare le dinamiche della musica mainstream (la serie A) ed intimamente ambisce a raggiungerla e farne parte.

Nick Hornby in “Febbre a 90′” racconta splendidamente anche il calcio inglese dilettantistico e spiega che in Inghilterra le squadre locali hanno mediamente molti più tifosi rispetto agli altri Paesi, ove vengono tifate soprattutto poche grandi società. Ricordo una domenica d’autunno a Mathi, nel canavese; nonostante un discreto pubblico la partita in corso non veniva seguita con molta attenzione: a poche decine di chilometri di distanza si giocava il derby Juve – Toro, che alcuni seguivano per radio. Dopo tre gol della Juve, sembrava una partita ormai a senso unico. Ma con un’incredibile rimonta il Toro riusciva ad arrivare al pareggio: tre boati dei tifosi di Mathi celebravano tre gol che non c’entravano nulla con la partita che si svolgeva sul campo davanti a loro, del cui risultato nessuno più si ricorda, diversamente da quel famoso derby ascoltato alle radioline.

Questo aneddoto tanto per ricordare qual è il calcio reale, questo post tanto per ricordare quale non è il lavoro reale.

E questi?

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