La seconda giovinezza di Don’t Look Back In Anger

Don’t look back in anger

La seconda giovinezza di Don’t Look Back In Anger è in atto. È una vacanza nella località del primo sesso. È Roger Federer che vince Wimbledon a fine carriera. È un vento di phoen nei giorni di Natale. È tutto questo genere di cose, insomma. La seconda giovinezza di Don’t Look Back In Anger, per 4 minuti e 47 secondi, è anche la mia.

Per quanto riguarda la prima giovinezza, la ricordo perfettamente. È stata la radio di una gelateria d’estate a farmi entrare nel petto al primo colpo quelle irresistibili curve melodiche cantate da una “voce Oasis” non come il cantante vero ma quasi. Nel 1996 le canzoni degli Oasis erano l’unica cosa di cui mi importava. La radio mi ha svelato Don’t Look Back In Anger, la TV mi ha donato Wonderwall e quel videoclip che riguardavo cocciuto nonostante MTV non prendesse bene a casa. I fratelli Gallagher si spartivano le canzoni più belle degli anni novanta: Noel cantava Don’t Look Back In Anger, Liam cantava Wonderwall. La prima, ballata barocca alla McCartney, la seconda, incompiutezza ruvida alla Lennon. Oggi la musica su MTV non si guarda più, ma la radio è per sempre, e pochi giorni fa un’enoteca di paese passava la radio attraverso un amplificatore da chitarra da quattro soldi (3 pound) e la canzone era Don’t Look Back In Anger.

La seconda giovinezza di questa canzone inizia esattamente dove iniziava la prima: Manchester. Il concerto dopo l’attentato terroristico del 22 maggio 2017 raccoglie la partecipazione di tanti artisti inglesi. Molti di questi sono trascurabili, ma d’altronde non basta essere inglesi per fare il rock più bello del mondo. Eccetto i Beatles, è statisticamente evidente che gli artisti fondamentali nascono solo a Manchester. Ma gli Oasis, che di Manchester sono il concetto stesso, quella sera non ci sono. C’è solo Liam, incompiutezza ruvida alla Liam, con la sua “voce Oasis” non come il cantante che è stato ma quasi. 

Accade che quella sera i Coldplay suonano la cover di Don’t Look Back In Anger. Qualche giorno dopo la banda di ottoni francese la suona allo stadio prima della partita Francia – Germania. E poi gli U2 la cantano in concerto insieme a Noel. Insomma diventa un inno contro il terrorismo, contro la paura. “Non guardare indietro con rabbia”: un nuovo significato per una nuova necessità d’amore. E in effetti, ok, persino in Italia ci sono i TheGiornalisti che suonano la cover in concerto. Insomma, pensavo fosse semplicemente un pezzo immortale, invece è un inno che è tornato virale.

Ora tutti la cantano, in coro, alla radio e sotto la doccia, liberando l’incantesimo retroattivo. Non so se diventerà una “canzone ufficiale contro il terrorismo”, questo sarebbe molto bello, ma come puoi aspettarti una rivoluzione da un ritornello ispirato? Quindi faccio la rivoluzione da solo, dal mio letto, “so I start a revolution from my bed”. Mi alzo e cambio il mondo, e poi “step outside, the summertime’s in bloom”, lo giuro, domattina esco e cambio la mia vita, lasciandomi travolgere da un’estate potente, positiva, definitiva. Non sarà così, purtroppo, e questa consapevolezza è la differenza che passa tra la prima e la seconda giovinezza.

“Please don’t put your life in the hands of a rock and roll band”. Troppo tardi, già fatto.

Aggiornamento del 12/07/2018, un anno dopo aver pubblicato questo articolo, e il giorno dopo l’eliminazione dell’Inghilterra dai Mondiali di Russia. I tifosi inglesi, dopo la sconfitta, si uniscono in un generale coro sulle note di Don’t Look Back In Anger. “Non guardare indietro con rabbia” è un canto di consolazione anche stavolta, per superare con serenità una delusione, anche se calcistica. Questo momento, guardato in video, mi fa venire un po’ la pelle d’oca se penso alla scena in uno stadio intero. E mi fa anche sorridere se penso all’aura “sbruffona” e rissosa che è sempre stata attribuita agli Oasis e al brit pop in generale. Il significato assunto da questa canzone, vent’anni dopo, ne è lontanissimo. Sta diventando l’inno dell’elaborazione pacifica di un lutto, o di una sconfitta. Una canzone per reagire, ma con amore, non con odio. Quasi un porgere l’altra guancia. Chi se lo sarebbe aspettato, da una canzone dei Gallagher?

Nel frattempo sono andato a vedere il concerto di Noel Gallagher a Milano. Il posto in scaletta di Don’t Look Back In Anger era verso la fine – penultimo pezzo, giustamente, sarebbe stato così inelegante e volgare metterla come ultimo. La nuova versione dell’arrangiamento, semplicemente più morbido, la spoglia anche di quel Mi maggiore durante il ritornello che mi faceva impazzire da ragazzino. Quanti pomeriggi ho passato a suonarla alla chitarra enfatizzando proprio quell’accordo un po’ barocco? Quante volte ho cercato di imitarlo quando mi inventavo le mie prime canzoni? Sarei stato la stessa persona senza il Mi maggiore di Don’t Look Back In Anger? Eppure magicamente mi accorgo che, anche se privata di quell’accordo, la canzone è bellissima lo stesso. È la sua seconda giovinezza, d’altronde, ed è la mia seconda giovinezza, sperabilmente.


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A proposito del Mi maggiore di Don’t Look Back In Anger, che a volte chiamo “accordo Oasis” o “accordo X” ma senza mai riuscire a spiegare bene di cosa si tratta, avevo cercato di spiegarlo quando avevo ascoltato Chasing Yesterday, e anche quella volta non ci sono riuscito

E questi?

5 commenti

      1. Ultimamente sto ‘consumando’ (What’s the Story) Morning Glory? quasi più che quando uscì. Ogni volta che lo ascolto mi trasale una sensazione di essermi sempre perso qualcosa e di doverlo rincorrere ad ogni costo!

        1. Hai presente quel giochino su Facebook dei dieci dischi in cui tagghi gli amici? 3 persone su 3 che mi hanno taggato l’hanno fatto con (what’s the story) morning glory. Ci siamo rimasti sotto di brutto! 😄

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