Il telefono a gettoni

Arrivo troppo puntuale, dovrò stare ad aspettare un po’. Non capisco perché gli altri abbiano voluto trovarsi proprio qui. E’ un pub irlandese, uguale a centomila altri pub irlandesi, se non fosse per un dettaglio di cui mi accorgo appena entrato: attaccato al muro c’è un vecchio telefono a monete, uno di quei baracchini arancioni ormai completamente scomparsi, anzi vecchio è poco, direi antico, non ha nemmeno la fessura per le schede telefoniche.

Per curiosità chiedo al barista coi baffi se funziona. Risponde che è sempre stato lì ma ormai è inutilizzabile, la Telecom se lo è dimenticato e non c’è neanche più la linea. Io rimango a guardarlo perché finché non arrivano gli amici non ho nulla da fare e perché qui dentro è l’unica cosa bizzarra che distingua questo pub irlandese da centomila altri pub irlandesi.

Quando ero piccolo esistevano i gettoni telefonici, valevano 200 lire ed erano usati anche come monete. Mi guardo nel portafoglio, ho tre gettoni che non ricordo più se sono dell’autolavaggio o della lavanderia automatica o chissà cos’altro, chissà se funzionano. Sai che ti dico, mentre il barista è impegnato a portare vassoi di birre di qua e di là, alzo la cornetta e metto un gettone.

Ormai che i telefoni fissi si usano poco, ricordo pochissimi numeri, una volta ne sapevo tantissimi a memoria. Per scherzo, schiaccio i tastini neri e compongo uno di quei numeri che non si dimenticano mai: il numero della prima fidanzatina. Sul momento, mi sembra di tornare indietro agli anni 90: quanto studio nello scegliere il momento giusto per chiamare, quanta tensione nell’attesa della risposta. E se rispondeva suo padre, o sua madre? O ancora peggio suo fratello grande, che imbarazzo, mai una volta che fosse lei, non come me che appena squillava il telefono di casa mi precipitavo a rispondere ed era sempre qualcun altro.

Insomma compongo il numero e cosa accade? Incredibile: squilla. Tu-tuu. Tu-tuu.

Risponde… lei.

– Pronto?

– Ehm… ciao…

– Plinio, che voce strana che hai…

– Strana?

– Sì hai la voce strana. Senti, mi spiace per prima, non volevo essere così cruda con quel discorso che forse faremmo meglio a prenderci una pausa.

– Prima? Pausa?

– Ma ti sei già dimenticato? Eri d’accordo pure tu, ci siamo sentiti poco fa.

– …

– Plinio? Proonto?

Attacco sconvolto e mi cade la cornetta e faccio un casino e mi accorgo che c’è mezzo locale che mi sta guardando, compreso il barista coi baffi che ride sotto i baffi. Eppure come faccio a spiegarlo? Questo telefono funziona ma telefona nel passato. Faccio finta di niente e chiedo una birra.

Dopo qualche sorso cerco di razionalizzare. Dev’essere tutta una mia fantasia. Mentre il barista va nell’altra sala a portare un altro vassoio, torno al telefono per verificare appunto che di fantasia si tratti. Infilo un altro gettone e scelgo di andare sul sicuro, chiamo la mia amica di sempre Ilaria, ricordo il numero dell’epoca ma in quella casa non abita più né lei né i genitori, quindi a rigor di logica non dovrebbe esistere più neanche il numero; mi aspetto di sentire un messaggio di numero inesistente o qualcosa del genere.

Eppure squilla. Risponde sua sorella.

– Pronto?

– Ciao Manu sono Plinio, c’è Ilaria?

– Sì te la passo.

E’ un bel problema. Cosa le dico? Le chiedo aiuto, come sempre.

– Ehi Pli…

– Ciao Ila ascoltami, so che ti potrà sembrare uno scherzo ma ho un problema. Ti telefono da un pub…

– Che pub?

– Non lo so, non ha importanza, un pub irlandese uguale a centomila altri pub irlandesi. Il guaio è che ti chiamo dal 2013. Che poi ora sono ad un telefono a monete, in teoria nel 2013 i telefoni a monete non ci sono più, ci sono i cellulari, però questo chiama nel passato, o almeno sembra…

– 2013? Cellulari? Ti senti bene?

– Ma sì! Cioè no! Dimmi una cosa: che giorno è oggi?

– Oggi è il 20 novembre!

– Sì, ma di che anno?

– Ma il 95, sei scemo?

Il 1995, grande giove. Ero un ragazzino. Era una ragazzina anche lei, ci vedevamo spesso per le confidenze adolescenziali (come accade anche nel 2013) ma in questo momento non c’è comunicazione, poiché anche per me stesso la questione è incomprensibile, inesprimibile, in-qualunquecosa-bile.

La saluto precipitosamente non appena mi accorgo della faccia del barista coi baffi, il quale ha i baffi girati e comincia ad innervosirsi per questo mio paciocco continuo con il telefono. Torno a bere la mia birra, però mi serve la prova del nove e attendo ancora che lui vada nell’altra sala per usare l’ultimo dei gettoni e chiamare a casa dei miei, il numero è quello di sempre. Chissà chi mi risponde. Vuoi vedere che…

– Pronto?

Riconosco la mia voce. Ma è quella ingenua, fragile, di quasi vent’anni fa, del secolo scorso, del vecchio millennio, con quella R moscia ancora più goffa, più buffa. Un attimo di silenzio. Anche lui (io) sembra confuso per un secondo, un secolo. Mi avrà riconosciuto? Si sarà riconosciuto? Non è possibile, è tutto un errore, o uno scherzo, o un sogno, per forza finirà che mi sveglio tutto sudato. Penso poi che nella suggestione potrei aver confuso la mia voce con quella di mio fratello, ma sento in sottofondo la voce di mia madre che dice:

– Paolo, chi è al telefono?

E’ così strano sentire il mio vero nome, perché tutti mi chiamano col soprannome. E’ soprattutto così strano l’effetto che mi fa immaginare mia madre più giovane, all’epoca madre a pieni poteri, con quella voce così uguale eppure un po’ più squillante di adesso, sebbene non sia chiaro in quale adesso siamo, adesso.

Attacco bruscamente, sempre più sconvolto, mi precipito a sedermi con la mia birra quasi finita. Dopo l’ultima chiamata mi sento vecchio, passato, scaduto, e non penso più all’illogicità di ciò che sta succedendo, sembra quasi normale che un apparecchio telefonico chiami nello spazio e anche nel tempo. A proposito di tempo, gli anni passano ma i minuti no. Come mai gli amici non sono ancora arrivati? Eppure mi avevano detto di trovarmi qui. Avrò sbagliato locale? Avrò sbagliato… anno? Avrò sbagliato ad uscire di sicuro, ma prima che arrivino tutti sono ancora in tempo per tornarmene a casa, senza dare troppe spiegazioni, perché questa serata è iniziata nel modo sbagliato. Anzi sai cosa ti dico, mi alzo, rimetto la giacca e vado dal barista coi baffi per pagare la birra.

Sono seimila lire, dice.

E questi?

7 commenti

  1. ma che meraviglia questa storia, ma che meraviglia il passato, che meraviglia sentire squillare i telefoni e non sapere chi sia a chiamare.

    e comunque: Lei, quella col fratello grande (e bono, aggiungo); Manu, Ilaria

    l e
    c o n o s c o
    t u t t e

    bravo paolo

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