Il mio anno con gli Editors

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Gli Editors non sono il mio gruppo preferito. Sono esplosi in un periodo degli anni zero in cui ero freddo e cinico perché con gli hype inglesi avevo già abbondantemente dato. All’inizio non li distinguevo nemmeno dagli Interpol (e scommetto che pure tu, anche se non lo ammetti…). Tom Smith è un figo ma non è ancora Dave Gahan, diciamo così. Sono passati molti anni dal loro esordio, ma ancora troppo pochi per fare il tour-in-cui-rifanno-l’album-famoso. E poi quel nome strambo: “gli editori”? Nemmeno immaginavo che qualche anno dopo in Italia sarebbe nato il gruppo dei “giornalisti”. E allora?

Un normale capodanno senza gli Editors

Capodanno davanti alla tv, aspettando il 2018: sul palco del concertone di Rai1 si alternano tanti personaggi della musica nazionalpopolare. Con la mia amica Daria ci diciamo “vedrai adesso arrivano gli Editors”. E invece no, puntualmente arriva uno da X-Factor, poi uno da Amici, poi uno da Sanremo, poi uno dagli anni 80, poi uno da YouTube, poi uno dalla clinica, e così via. “Sicuro, Daria, i prossimi sono gli Editors”. “Dopo la pubblicità gli Editors”. “Signore&Signori gli Editors…”. Una battuta da fare ogni tanto, quando giochi a fissarti su una cosa, che poi diventa un piccolo tormentone, la ripeti tante volte e quindi fa ridere. Ma perché proprio gli Editors? Così, per dire rock, giovane, Joy Division senza paranoie, gruppo con chitarre che però piace alle donne, (questi cazzo di) Anni Zero, insomma una serie di elementi di cui in un capodanno Rai non può esserci traccia.

Ovviamente gli Editors non arriveranno mai, frustrando la nostra attesa, lasciandoci così come Drogo aspettando i Tartari.

Ossigeno

Ma gli Editors scelgono un momento più adatto per palesarsi sugli schermi Rai. È nel programma di Manuel Agnelli, “Ossigeno”. Qualche pezzo suonato in studio, tra cui Smokers outside the hospital door, che potrebbe rientrare in nella playlist delle 100 canzoni degli Anni Zero, o Anni 100 se vuoi dirla in modo non indie. C’è sempre l’impressione che qualunque band inglese di livello medio e nemmeno troppo imperdibile si muova in un mondo comunque anni avanti rispetto a qualunque artista italiano. Una band così lineare, comprensibile, classica, eppure in Italia non esistono e non potrebbero esistere degli “Editors italiani”. O forse… boh non so.

Poi esce il loro sesto album, Violence, con il singolo Magazine che mi piace pensare abbia un nesso logico con il loro nome.

Editors a Torino

Gli Editors non sono il mio gruppo preferito (l’avevo già detto) e mi sembra impossibile ci sia al mondo qualcuno che possa dire “gli Editors sono il mio gruppo preferito”, visti i vari gruppi a cui somigliano ben più noti di loro. Eppure sono il gruppo preferito di un bimbo belga che gira tutti i loro concerti mimando la batteria sulle spalle del papà, come vedo in estate al Todays Festival a Torino. Il piccolo Vic, al centro del pubblico, è l’unico fan che gode di attenzione paragonabile al gruppo. E in quel momento sembra un film perfetto, il rock massivo degli Editors, la tenerezza del bambino, il popolo in festa, la scena definitiva per descrivere l’atmosfera di una serata, atto finale di un festival andato bene.

Prima di tornare a casa, e tra le altre cose scrivere il report di Todays per Rumore con le foto di Luigi De Palma (quella in alto è una delle tante), incontro un amico, mi racconta che al suo matrimonio una persona importante della sua vita gli ha dedicato proprio una canzone degli Editors. Quale? Gli sfugge il titolo. Io azzardo: No sound like the wind. Proprio quella, ci azzecco, facendo anche la figura di uno che li conosce bene. Semplicemente è una tra quelle recenti che mi sono rimaste più impresse perché allude chiaramente a “La strada” di Cormac McCarthy. In seguito apprendo che è più nota per far parte della colonna sonora della saga di Twilight (e di conseguenza apprendo che esiste ancora la saga di Twilight. Pazzesco!).

Mutande rosse e Papillon

Anche se gli Editors non sono il mio gruppo preferito (ancora?), viste le varie ricorrenze, se io fossi un Magazine gli assegnerei la copertina del numero di fine anno dedicato al mio 2018. Per chiudere il cerchio, nell’imminente capodanno dovrebbero farsi sentire davvero: il momento della mezzanotte, le luci, il dj, il bicchiere, le mutande rosse, e Papillon. It kicks like a sleep twitch! Ta daa – ta daa. Se così non fosse, pazienza, un anno insieme a loro me li ha comunque fatti apprezzare con una punta di affetto, me ne ha mostrato la massiccia presenza dal vivo, me li ha fatti salire in graduatoria rispetto a tanti loro colleghi degli Anni Zero, o Anni 100 se vuoi fare la playlist.


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E questi?

7 commenti

  1. Li andrò a sentire a Bologna…per la seconda volta.
    Non sono il mio gruppo preferito ma “The Back Room” e ” An End Has a Start” sono due album che ho ascoltato moltissimo. Forse perchè sono arrivati in un mio personale periodo di noia all’ascolto. Non percepivo nulla di particolarmente nuovo in giro. E poi ecco “The Racing Rats” (per dirne una) che da un pò di respiro.
    Non sono il mio gruppo preferito ma si fanno ascoltare bene.

  2. Sinceramete non so se mi piacerebbe vedere loro o gli Interpol o i The National in uno stadio. Li preferisco più “di nicchia” e in versione palazzetto. Infatti non so quanti li hanno apprezzati al 1 maggio.
    Anche presa bene non so…non sono proprio allegrissimi…come gli Interpol o i The National.
    Ormai per me sono una triade.😅

  3. caro Paolo odio arrivare in ritardo sui post in cui così amorevolmente mi citi.
    vedrai che quest’anno ci saranno gli Editors vedrai.
    e ci sarà di nuovo quella sballona di Patty Pravo che dice BUON 1918!

    dio che meraviglia la televisione italiana

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